Temi Salute, Società

Violenza sulle donne, l’Onu boccia l’Italia

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di | Pubblicato il 01 Febbraio 2012
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L’Italia deve fare di più contro la violenza sulle donne e intervenire sulle cause strutturali della disuguaglianza di genere e della discriminazione. Il monito arriva da Rashida Manjoo, relatrice speciale dell’Onu che nei giorni scorsi ha visitato il nostro paese per esaminare da vicino la questione. E il quadro emerso, che sarà presentato in dettaglio il prossimo giugno alla 20esima sessione dello Human Rights Council di Ginevra, non fa certo onore al nostro paese, ancora troppo intriso di violenza, soprattutto domestica, e di discriminazione.

Durante la missione, la Manjoo ha fatto tappa a Roma, Milano, Bologna e Napoli e in ciascuna di queste città ha indagato in quattro contesti: l’ambito domestico, la comunità, la violenza perpetrata o condonata dallo Stato e la violenza in un contesto transnazionale. Ha visitato carceri e strutture detentive per donne e minori, case famiglia, centri anti-violenza, un campo autorizzato per la comunità Rom e Sinti e un centro di detenzione per immigrati irregolari, parlando direttamente con le donne e ascoltando le loro storie.

“Purtroppo, la violenza sulle donne resta un problema in Italia, similmente a quanto accade in molti altri paesi del mondo. Con dati statistici che vanno dal 70 all’87 per cento a seconda della fonte, la violenza domestica risulta essere la forma più pervasiva che continua a colpire le donne in tutto il paese. Il continuum della violenza tra le mura domestiche si riflette nel numero crescente delle vittime di femminicidio: dalle statistiche fornite risulta che, nel 2006, 101 donne sono state uccise dal partner, dal marito o dall’ex partner, e il dato per il 2010 è aumentato a 127”, racconta la relatrice dell’Onu nella sua prima relazione. La Majoo mette in evidenza, inoltre, le peculiarità tutte italiane che fanno da cornice al problema e che contribuiscono a creare un muro di silenzio e invisibilità: “Gran parte delle manifestazioni della violenza non viene denunciata in un contesto caratterizzato da una società patriarcale e incentrato sulla famiglia”, spiega, “La violenza domestica, inoltre, non sempre viene percepita come reato; emerge poi il tema della dipendenza economica, come pure la percezione che la risposta dello Stato a tali denunce possa non risultare appropriata o utile”.

Non va meglio alle donne Rom e Sinti e alle altre minoranze: questi gruppi affrontano forme multiple di violenza e discriminazione sia nella sfera privata sia in quella pubblica. Spesso non hanno opportunità e servizi adeguati in campo abitativo, sanitario, formativo e occupazionale e il perpetuarsi della discriminazione e della violenza nei loro confronti, a livello individuale come istituzionale, le rende reticenti a rivolgersi ai servizi sanitari, legali, sociali e di sostegno, si legge ancora nella relazione. Anche per le donne in carcere vengono segnalate la difficoltà di accesso alle opportunità di studio e lavoro e la disparità di trattamento da parte di alcuni giudici di sorveglianza nel riesame delle sentenze per la scarcerazione anticipata.

Nonostante il quadro negativo, un dato a favore dell’Italia c’è e riguarda, oltre agli interventi normativi come la promulgazione della legge sullo stalking, la grande esperienza e competenza riscontrata nella fornitura dei servizi pubblici e privati, inclusa l’assistenza legale, sociale, psicologica ed economica alle vittime della violenza contro le donne. Su questo il paese deve puntare, dedicando ancora più attenzione e risorse nella difesa e nella promozione dei diritti di donne e bambine nonostante la delicata crisi economica. Un auspicio a cui si aggiunge l’altra grande sfida, rendere effettiva la partecipazione delle donne al settore del lavoro pubblico e privato e alla sfera politica. Solo in questo modo si possono eliminare le cause della disuguaglianze e della discriminazione alla base della violenza sulle donne.

Credits immagine Onu/Trine Sejthen. Si tratta della foto vincitrice del concorso: “Not Visible”

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    di Antonio Casolari, il 30 gen 2012 12:45
    Ritengo che ci si debba vergognare della decisione della Corte di Cassazio­ne, che ha eliminato l’obbligo del carcere per lo stupro di gruppo. Bisognerebbe conoscere i nomi dei componenti di tale Corte, e additarli al pubblico ludibrio. Vergogna!

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