Golden Rice e il caso del paper ritirato: perché?

    La prima versione del Golden Rice, il riso dorato, geneticamente ingegnerizzato per produrre beta carotene (di qui il suo nome), un precursore per la sintesi della vitamina A, è del 1999. Sedici anni dopo però di questo riso sulle tavole asiatiche, lì dove ce ne sarebbe più bisogno, non c’è ancora traccia.

    La deficienza di vitamina A – comune tra chi ha una dieta priva di carne e verdure a foglia e tra chi si ciba soprattutto di cereali come il riso, privi del micronutriente – colpisce soprattutto l’Africa e il Sudest asiatico, causando cecità e compromettendo il normale sviluppo e funzionamento del sistema immunitario, aumentando il rischio di infezioni comuni e morte. Con risultati tragici: circa 500mila bambini ogni anno diventano ciechi a causa della mancanza di vitamina A, con stime non chiare sulle morti correlate alla carenza della vitamina, che oscillano tra 1 e 3 milioni all’anno.

    La soluzione sembrerebbe fin troppo facile: introdurre la vitamina A nella dieta delle popolazioni a più alto rischio, per esempio incentivando il consumo di alimenti naturalmente ricchi del micronutriente o per assunzione di supplementi di vitamna A.

    Questi supplementi, somministrati tra i sei mesi e i cinque anni di età hanno mostrato, infatti, di essere molto efficaci nel ridurre la mortalità nei paesi che più soffrono di carenza del micronutrientee l’arrivo del Golden Rice sembrava una soluzione migliore rispetto alla supplementazione. Questa, infatti, ha bisogno di essere ripetuta e non sempre è fattibile: chi va per esempio a distribuire le pillole sulle montagne della Birmania o nelle migliaia di isole al largo delle coste del Sudest asiatico? Il Golden Rice, al contrario, avrebbe permesso di prendere la vitamina (un suo precursore, il beta-carotene) attraverso il cibo di maggior consumo: il riso. Bingo.

    Peccato che questo riso sia transgenico, popolarmente e legalmente un ogm, un organismo geneticamente modificato, anche se sul geneticamente modificato sarebbe da mettersi d’accordo, come spiega Piero Morandini, ricercatore di fisiologia vegetale alla Statale di Milano:“Tutti gli anni che sono passati dal suo sviluppo a oggi sono serviti a rispondere alle richieste delle normative in materia di organismi transgenici, che richiedono uno scrutinio maggiore, e quindi assurdo, per i prodotti sviluppati con tecnologie più precise, come appunto la transgenesi, rispetto a quelle tradizionalmente utilizzate per introdurre mutazioni genetiche, quali la mutagenesi chimica o per irradiazione e gli incroci. E questo perché tutto ciò che è prodotto per transgenesi nei laboratori viene a priori considerato più pericoloso e bisognoso di maggiori controlli”. Detto in altre parole: se stessimo parlando di una varietà di pomodoro arricchita di beta-carotene attraverso la millenaria tecnica degli incroci, legalmente avremmo praticamente zero paletti da superare rispetto a quelli imposti alle biotecnologie moderne. Stesso discorso se quello stesso pomodoro fosse stato ottenuto per mutagenesi chimica. “Se il trasferimento genico avvenisse per vie naturali, come nel caso della patata dolce, non sono richiesti controlli, ma se invece è l’uomo a farlo, allora le cose sono diverse, molto diverse, pur parlando in tutti i casi di fatto di cibi geneticamente modificati”, continua Morandini.

    Al momento, malgrado non esistano evidenze di rischi per la salute, ma solo evidenze dei suoi benefici, continua Morandini, non esistono ancora coltivazioni a scopo alimentare di Golden Rice, ma solo a scopo di ricerca, compresi incroci per trasferire il carattere alle diverse varietà normalmente coltivate nei diversi paesi. “L’idea, infatti, è che non debba esistere solo un Golden Rice, ma che la caratteristica distintiva, ovvero la possibilità di sintetizzare beta carotene nel chicco, si possa trasferire alle varietà di riso più comuni. E questo è quanto si sta facendo ora nelle Filippine, per essere pronti nel momento in cui arriverà il permesso dalle autorità locali per avere semi da moltiplicare e distribuire agli agricoltori. Così sarà possibile giungere alla coltivazione su grandi superfici e alla produzione per consumo alimentare”. Ma al momento, malgrado si stiano testando in diverse località differenti varietà di riso, nessun dossier relativo ai risultati sul campo è stato ancora sottoposto agli enti regolatori (gli analoghi della nostra Efsa e delle varie commissioni politiche a livello europeo, per intendersi). Complici anche i ritardi accumulati dagli eventi di distruzione dei campi di Golden Rice, come avvenuto nell’agosto del 2013, da parte di attivisti anti-ogmo dalla riluttanza verso le prove di campo. Perché contro il Golden Rice, Morandini ne è convinto, l’opposizione è principalmente di natura ideologica.

    A sostenere l’ipotesi – è notizia di questi giorni – è anche il ritiro di un paper dell’American Journal of Clinical Nutrition che dimostrava l’efficacia del Golden Rice come fonte di vitamina A nei bambini: un piatto da 100-150 grammi riesce a provvedere al 60% del fabbisogno giornaliero. Un paper tra i più citati a supporto dell’efficacia del Golden Rice. Ma perché lo studio sarebbe stato ritirato? I risultati erano stati manipolati? No. Le questioni sarebbero un po’ diverse.

    Tutto, racconta Adrian Dubock, executive secretary del Golden Rice Humanitarian Board in Svizzera, è nato da una segnalazione di Greenpeace nel 2012, che sosteneva come i bambini cinesi coinvolti nello studio fossero stati trattati da cavie dai ricercatori americani (“guinea pigs”). Tralasciando il fatto che molti dei firmatari del paper fossero essi stessi nati o residenti in Cina – nota Dubock – il polverone sollevato da Greenpeace costrinse le autorità cinesi e l’università americana responsabile dello studio, la Tufts University, a compiere delle indagini sul caso. L’accuratezza e l’integrità dei risultati vennero confermati, così come la sicurezza dei protocolli. Quel che è stato contestato e che ha portato al ritiro della pubblicazione furono apparentemente alcune pratiche in materia di consenso informato e assenza di prove circa la revisione e l’approvazione da parte di comitati etici cinesi.

    Al centro delle critiche sarebbero finiti alcuni omissis, come l’aver parlato del riso come riso contenente beta-carotene, e basta (riferendosi a quanto dichiarato quasi due anni fa dall’università: le motivazioni del ritiro del paper sono alquanto scarne). È da notare, specifica Morandini, che i protocolli per la sperimentazione erano stati supervisionati e approvati prima dell’inizio da una commissione della Tufts University e quindi non si capisce esattamente cosa venga contestato. “Non aver dichiarato che il riso in questione fosse identificato come ogm è stato visto come una pratica imprecisa. A mio avviso era più che sensato che si parlasse di riso con beta-carotene, perché scientificamente questo è il dato cruciale, ciò che distingue davvero il Golden Rice dal resto degli altri risi”, commenta Morandini, “non il fatto che sia stato ottenuto per transgenesi. Il termine ogm è impreciso e fuorviante e porta con sé una forte percezione negativa. Attaccare uno studio in questo modo è a mio avviso un tentativo di delegittimarlo in modo ideologico, a maggior ragione dopo che le indagini ne hanno dimostrato la solidità scientifica e l’efficacia nutrizionale per la popolazione”. In realtà – al di là del diritto di conoscere cosa viene somministrato, su cui si potrebbe discutere, ma non solo per i prodotti transgenici – alcuni critici hanno sollevato dubbi anche sulla bontà degli studi, malgrado le dichiarazioni dell’università coinvolta, sostenendo che le diete somministrate ai bambini fossero insolitamente grasse, favorendo così l’assorbimento della vitamina, e non rappresentative del reale regime alimentare delle zone.

    Ma ora, cosa significa il ritiro del paper? Per Morandini questo non ha un impatto sulle basi scientifiche di tutta la ricerca sugli effetti del Golden Rice, così come tutta la letteratura a sostegno dell’efficacia dei precursori della vitamina A contro la sua carenza, quanto piuttosto l’immagine del prodotto. Ma, considerato l’ostracismo nei confronti degli ogm, e non solo in Italia, non è comunque poco.

    Via: Wired.it

    Credits immagine: IRRI Photos/Flickr CC

     

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