Il mistero del meteorite scomparso
0Tunguska, Siberia, 30 giungo 1908, ore 7 e 14 minuti locali. Nel cielo appare improvvisamente una luce fiammeggiante che a circa otto chilometri di quota esplode. Una deflagrazione mille volte più potente della bomba sganciata su Hiroshima, tanto che il boato è udito a 1200 chilometri di distanza e le stazione meteorologiche di Copenhagen, Berlino, Zagabria e Greenwich registrarono “onde anomale”. Oltre duemila chilometri quadrati di foresta siberiana sono rasi al suolo. Sessanta milioni di alberi vengono abbattuti o carbonizzati. Niente tracce di crateri né tantomeno di meteoriti rimangono sul terreno.
Sono passati più di novant’anni da quel misterioso evento, che ha fatto discutere gli scienziati di tutto il mondo, che ha creato leggende sulla responsabilità degli extraterrestri e ispirato addirittura gli autori della famosa serie televisiva americana “X Files”. Eppure, resta ancora da capire con esattezza cosa provocò quella forte esplosione. Fu un asteroide, una cometa o che altro? E proprio per scoprire cosa avvenne una spedizione composta da 25 scienziati italiani partirà alla volta di Tunguska e ci resterà dal 14 luglio al 31 luglio. L’équipe scientifica, che è stata organizzata dal Dipartimento di fisica dell’Università di Bologna insieme ai ricercatori dell’Osservatorio astronomico di Torino e dall’Istituto di Geologia marina del Cnr di Bologna, avrà come supporto locale l’Università di Tomsk. Alla vigilia della partenza, Galileo ha chiesto a Giuseppe Longo, dell’Università di Bologna e coordinatore della spedizione, di raccontarcene gli obiettivi.
Professor Longo, cosa cercherete a Tunguska?
“Lo scopo principale è di trovare nel lago Ceko, distante solo otto chilometri dall’epicentro dell’esplosione, le eventuali microparticelle provocate dalla disintegrazione del corpo cosmico. Infatti crediamo che i sedimenti lacustri le abbiano conservate bene. Ma prima realizzeremo una rilevazione topografica del lago utilizzando un sistema satellitare. Per ottenere le stratigrafie del fondo, utilizzeremo invece una speciale apparecchiatura, il Sub Bottom Penetration System. Poi proseguiremo con le foto e una scansione a ultrasuoni del fondo per costruire una vera e propria mappa. Il tutto per capire dove prelevare uno strato di sedimento di quel periodo che possa contenere le microparticelle”.
Ma il lago è stato mai indagato dalle spedizioni precedenti?
“Nel 1957, si era diffusa l’ipotesi che a provocare l’evento fosse stata un’astronave aliena. Così l’Agenzia spaziale russa per trovare i resti degli extraterrestri perlustrò il lago e ne misurò la profondità con una fune. Quindi i 47 metri di profondità calcolati dai russi sono per noi dati solo indicativi. Il lago Ceko è largo circa 500 metri, ma può essere molto più profondo. Per spostarci sull’acqua con le apparecchiature scientifiche, che pesano complessivamente sei tonnellate, costruiremo sul luogo un catamarano con un pallone gonfiabile”.
Oltre alle microparticelle, cercherete anche frammenti più grossi generati dall’esplosione?
“Certamente, anche se durante le precedenti esplorazioni non sono mai stati trovati resti macroscopici del corpo celeste, né i tipici segni lasciati da un impatto, come un cratere.Noi, però, speriamo di trovare qualche frammento che potrebbe essere precipitato subito prima dell’impatto. Inoltre, approfitteremo dell’occasione per effettuare un monitoraggio della radiazione ambientale sia nelle tappe del nostro viaggio sia nella Riserva naturale di Tunguska”.
Tra gli obiettivi della spedizione c’è quello di prelevare campioni degli alberi sopravvissuti. Pensate di trovare indicazioni anche nella vegetazione locale?
“Nel 1991, quando partecipai alla prima e unica spedizione italiana a Tunguska, nella resina di alcuni alberi abbiamo trovato settemila microparticelle grandi dai tre ai cinque micron (millesimi di millimetro) che sono probabilmente parte del corpo cosmico. Analizzandole abbiamo osservato che la loro forma è sferoidale, con la superficie non spigolosa ma arrotondata. Questo indica che hanno subito un forte impatto meccanico e termico. Inoltre guardando gli anelli degli alberi abbiamo notato che il loro diametro era più stretto fino all’esplosione e si presentavano piuttosto fitti. In seguito, invece, lo spazio tra un anello e il successivo si è allargato. Credo che l’aumento della crescita possa essere spiegata solo con motivi naturali. Dopo il 1908 gli alberi sopravvissuti hanno avuto a disposizione uno spazio più ampio per vivere, dove circolava più aria e più luce”.
Ci sono altre testimonianze di impatti avvenuti recentemente sulla Terra?
“Sì. Nel 1930 un articolo apparso su “L’Osservatore romano”, riporta la dichiarazione di un missionario, che durante un viaggio in Amazzonia fu testimone di un evento simile a quello di Tunguska. Oggi, però, sarebbe impossibile trovare qualsiasi traccia di quella esplosione, perché in quella regione la vegetazione è così ricca da ricoprire in breve tempo tutto il terreno. Mentre in un numero di Nature del 1908, si trovano le prime osservazioni su un fenomeno strano, che avvenne in Gran Bretagna. Molte località, per alcune notti, furono illuminate da una luce molto intensa. Decine di anni dopo questo evento è stato ricollegato a Tunguska. Il corpo esploso ha certamente espulso delle particelle anche ad alta quota, che si sono diffuse sul pianeta con le correnti atmosferiche. E una nuvola che passava sulla Gran Bretagna, probabilmente conteneva una miriade di queste particelle che riflettevano, come uno specchio, la luce solare. Così, ecco spiegato il fenomeno”.
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