Dossier: Erika, condanna esemplare
Caso Haven, il disastro e la legge
0Catrame a perdita d’occhio. A centinaia di metri di profondità, nel mare a largo di Genova giacciono migliaia di tonnellate di greggio. E’ l’Iranian Heavy, versato nell’aprile del ‘91 dalla superpetroliera Haven: il più grande incidente petrolifero del Mediterraneo. Una bomba ecologica che ora potrebbe essere disinnescata grazie a una nuova tecnologia anglo-italiana, messa a punto con il contributo della Comunità europea. Un intervento di bonifica che sarà possibile solamente se il processo per individuare le responsabilità del disastro, che dovrebbe concludersi in autunno, stabilirà un risarcimento adeguato a sostenerne le spese. Finora si è parlato di poco più di 100 miliardi e il rischio è, dunque, che non ci siano soldi per riprendere l’opera di bonifica. Il petrolio finito sulle spiagge è stato infatti prontamente rimosso. Ma cosa ne è di quello che si è inabissato? Lo abbiamo chiesto a Ezio Amato, ricercatore dell’Icram, l’Istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare, e consulente tecnico del Pubblico Ministero nel processo”Haven”.
Cosa è stato fatto, finora, per fronteggiare la situazione?
“A tre settimane dal disastro erano già disponibili i risultati delle prime indagini. Ostriche, mitili e spigole, raccolti fino a circa quindici miglia nautiche a ovest-sud-ovest dal relitto, per esempio, mostravano chiaramente gli effetti inquinanti degli idrocarburi. Nel frattempo i ministeri della Marina Mercantile e della Protezione Civile avevano dato il via a un vasto programma di monitoraggio e di indagini che consentirono una prima bonifica. L’opera dei sommozzatori arrivò fino a dieci metri di profondità. Ma, poi, le indagini svolte con le reti a strascico rivelarono che il petrolio era affondato in un’area molto più estesa e a parecchie centinaia di metri di profondità. Era impressionante vedere le reti venire su cariche di catrame”.
Cosa era successo?
“Una considerevole quantità di greggio era affondata prima che i venti e le correnti marine lo sospingessero verso la costa. Il petrolio è formato da una complessa miscela di idrocarburi. Una volta versato in mare, subisce processi chimico-fisici che lo portano a perdere le frazioni più leggere, ad appesantirsi e ad affondare. Nel caso della Haven questo processo fu accelerato dall’incendio che si protrasse per diverse ore”.
Per questo avete deciso di andare a verificare cosa c’era sul fondale?
“Proprio così. Nel settembre del 1994 è stato finanziato dalla Commissione europea un progetto dell’Icram per studiare il problema in collaborazione con l’Ifremer, l’ente francese di studio del mare, unico in Europa a disporre dei batiscafi adatti. Siamo così potuti scendere in tre immersioni sino a 800 metri di profondità per documentare la situazione e prelevare campioni”.
E cosa avete visto?
“Un paesaggio desolante. Le aree esplorate erano devastate. Accumuli di catrame delle più varie forme e dimensioni coprivano ampi tratti di fondale, fino al 90 per cento del campo visivo. Ma la cosa più preoccupante è che i residui erano stati colonizzati da invertebrati e che fungevano da tana per diversi pesci. Una fauna esposta agli effetti cancerogeni, teratogeni e mutageni del catrame, in particolare degli idrocarburi policiclici aromatici (Ipa) che, secondo le analisi effettuate, vi si trovano in forte concentrazione”.
Ci sono pericoli per l’uomo?
“Certamente non immediati. Ma non si può escludere che, nel tempo, la contaminazione delle rete trofica possa interessare la salute umana”.
E’ possibile che questa enorme massa di catrame si dissolva o si renda innocua in tempi ragionevolmente brevi?
“Non direi, visti i risultati delle analisi. Il processo di degradazione ‘naturale’ è risultato insignificante. A quelle profondità l’attività di batteri, funghi e lieviti è molto scarsa e ci vorranno quindi decenni, forse secoli, prima che il catrame, mineralizzandosi e coprendosi di sedimenti, riduca sensibilmente il suo potenziale inquinante”.
E allora, come si può intervenire su questa ‘bomba a orologeria’ visto che che giace a grande profondità?
Si potrebbe impiegare una tecnologia già utilizzata nella bonifica dei fondali sottostanti le piattaforme petrolifere, frutto di una collaborazione anglo-italiana, sostenuta da finanziamenti della Comunità europea. Un sistema di pompe sommerse aspira il deposito di particolato, misto a lubrificanti e altri residui della trivellazione e dell’estrazione del petrolio, fino a 200 metri di profondità. La tecnologia, sviluppata per le esigenze della produzione petrolifera off-shore, potrebbe essere opportunamente adattata e sperimentata per rimediare, almeno in parte, ai danni della Haven”.
Nel prossimo autunno si svolgeranno le udienze conclusive del processo penale per stabilire le responsabilità del disastro. Aver trovato una tecnologia che rende possibile la bonifica significa forse poter, per la prima volta, definire quanto costerà ripulire il Golfo di Genova?
“Certo. La disponibilità di questa tecnologia potrà influire sulla definizione del risarcimento per i danni ambientali, cosa finora resa difficile sia dalla normativa italiana che dalla mancanza di tecnologie adeguate. L’Italia, inoltre, aderisce all’Iopcf, International Oil Pollution Compensation Found, una convenzione che contempla solamente i cosiddetti “costi di ripristino”, ovvero le spese da sostenere per riportare l’ambiente allo stato originario. Obiettivo questo che può al massimo essere considerato un auspicio, perchè i danni causati dall’incidente della Haven sono per lo più permanenti”.
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Autore
Marina Bidetti
Laureata in storia dell’arte, curiosa per natura, si è appassionata alla scienza conoscendo la redazione del neonato Galileo, agli albori del Web. Oggi è vicedirettrice di Sapere e cura i contenuti multimediali di Galileo.
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