Dossier: Erika, condanna esemplare
Exxon Valdez sette anni dopo
0E’ la notte del 24 marzo 1989. La petroliera Exxon Valdez naufraga nella baia di Prince William: sulle coste dell’Alaska si riversano in pochi giorni quasi 40 milioni di litri di petrolio greggio. Le correnti oceaniche disperdono l’onda nera verso il golfo d’Alaska, sino all’insenatura di Cook e all’isola di Kodiak. Oltre 1.500 chilometri di costa vengono colpite dall’inquinamento, in un’area di eccezionale importanza naturalistica. Gli studiosi accorsi nelle settimane successive osservano i cadaveri di 250.000 uccelli, 1.000 lontre marine e 300 foche comuni, ma secondo le stime gli animali morti sono almeno il doppio. Ancora oggi, a quasi otto anni di distanza, il bilancio del disastro è provvisorio. Lo scorso sabato si è chiuso ad Anchorage un congresso di tre giorni per mettere a confronto e valutare i dati raccolti da biologi marini ed ecologi nei sette anni fra l’89 e il `96 nell’area dell’incidente. “Il tempo”- ha dichiarato Stan Senner, coordinatore scientifico del simposio – “ha aiutato a curare molti dei danni subiti dagli animali e dal loro habitat”. Ma è ancora lontano il giorno in cui l’Alaska potrà relegare il disastro nei libri di storia: delle 20 specie animali di cui è stato studiato lo status, l’unica che possa tirare un sospiro di sollievo è l’aquila di mare dalla testa bianca. Dopo il naufragio della petroliera erano state rinvenute 138 aquile morte. Oggi la popolazione numerica di questo rapace, animale simbolo degli Stati Uniti, è tornata al livello cui era prima dell’incidente. Meno rosea è la situazione degli animali a più stretto contatto con l’ambiente costiero. I mitili, che vivono filtrando l’acqua marina, sono sensibilissimi all’inquinamento e hanno subito un calo nettissimo dopo il 1989. Stessa sorte è toccata al salmone rosa, la cui dieta a base di plancton è stata sconvolta dagli idrocarburi diffusi nell’acqua, e alla uria, un uccello che vive in colonie numerose sulle scogliere, nutrendosi di pesce. Fortunatamente i dati presentati al simposio concedono speranza per il futuro: le tre specie si stanno riproducendo con successo crescente e sembrano in via di recupero. Ma molti degli uccelli studiati non mostrano segni di ripresa: il numero di cormorani, di urie marmorizzate e di morette arlecchino (di cui sopravvive meno del 35% della popolazione iniziale) continua, a distanza di sette anni, a diminuire. E anche la situazione dei mammiferi marini è critica. Le foche erano in forte calo, in tutto il golfo dell’Alaska, già prima dell’incidente della Exxon Valdez. Dopo il naufragio il loro numero è sceso di oltre il 40% e oggi il declino prosegue, ma è difficile per i ricercatori decidere chi mettere al banco degli imputati: alla scomparsa delle prede in seguito all’inquinamento (aringhe e altri piccoli pesci), vanno affiancati molti fattori già presenti prima del 1989. Altro mammifero seriamente minacciato è la lontra marina. Negli anni `80 vivevano lungo le coste della baia di Prince William circa 15.000 lontre. Poche ore dopo il naufragio della petroliera furono inviati mezzi di soccorso per tentare di salvare questi mammiferi rari dall’ondata letale del greggio. Ma si trattava di una manovra più efficace in termini di propaganda che di salvataggio degli animali: gli elicotteri prelevarono 357 lontre e le trasportarono d’urgenza in centri in cui venivano ripulite dal petrolio per evitare l’avvelenamento. Solo 197 fra i ricoverati sopravvissero e l’operazione costò oltre 50.000 dollari per ogni lontra raccolta, per un totale di circa 18 milioni di dollari. Nel frattempo altre centinaia morirono sulle spiagge. Oggi il loro numero continua a calare. Solo il 14% del petrolio disperso è stato recuperato. Una frazione consistente del restante, secondo gli studiosi, è evaporata o è stata degradata naturalmente. Ma il 15-20% del petrolio inquina ancora il golfo d’Alaska, infiltrato nella sabbia delle spiagge, negli scogli porosi o sui fondali marini. I ricercatori dichiarano che lo studio continuerà nei prossimi anni e che i risultati presentati ad Anchorage sono da considerarsi provvisori. Il destino di molte specie, come la beccaccia di mare, la strolaga comune e molti molluschi bivalvi, è ancora incerto. Ma le ricerche di questi sette anni non sono servite solo a censire gli animali e a determinarne il tasso di crescita. Hanno permesso di scoprire nuovi aspetti della loro ecologia e mettere a punto tecniche più efficaci di disinquinamento e di soccorso. Il tutto, a parziale consolazione degli ecologi, finanziato con 900 milioni di dollari presi dalla supermulta inflitta alla Exxon dal governo federale e da quello dell’Alaska.
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