Dossier: Clonazione in stallo
Ecco Ombretta, il muflone clonato
0Salvare gli animali in via di estinzione con la clonazione. Non è l’idea bizzarra di un novello Noè ma la proposta concreta di alcuni biologi. Tanto concreta che un’équipe europea guidata dall’italiano Pasqualino Loi e dalla ricercatrice polacca Grazyna Ptak, entrambi dell’Università di Teramo, annuncia sulle pagine di Nature Biotecnology di aver fatto il primo passo. Utilizzando una tecnica simile – e forse persino più efficiente – di quella che nel 1997 permise la clonazione della pecora Dolly, hanno clonato il muflone sardo, specie rara e protetta. Così è nata Ombretta, che ora sgambetta felice nei prati della Sardegna. Il muflone è una pecora selvatica. A differenza di quelle domestiche, di cui è un antenato, ha una pelliccia corta e rossastra, arti molto robusti, che gli permettono di spostarsi con agilità fra le rocce, e splendide corna a spirale che ornano il capo dei maschi. Pur essendo piuttosto comune in Europa, la sua varietà sarda, che vive in libertà sull’isola da almeno 10 mila anni, rischia di scomparire. Ma purtroppo il muflone non è l’unico animale in Italia a rischiare l’estinzione. Nel Bel Paese sono numerose le specie o le razze minacciate e già si pensa di usare la stessa tecnica per salvare il camoscio appenninico e il cervo sardo.
I critici sostengono che la biodiversità va difesa con politiche rispettose dell’ambiente piuttosto che con tecniche di riproduzione assistita, di cui alcuni studi mettono in dubbio l’utilità. Ma da quando la clonazione è stata messa al bando per decreto ministeriale, i genetisti italiani hanno dovuto fare di necessità virtù e per non interrompere la ricerca hanno dirottato tutti gli sforzi sulle specie protette. Che, insieme alle specie utili nella produzione di farmaci, sono le sole che ancora possono essere clonate in Italia. Galileo ha chiesto a Grazyna Ptak di spiegare l’importanza di questo esperimento.
Dottoressa Ptak, come è nata Ombretta?
“Tutto è iniziato quando due femmine di muflone sono state trovate morte al pascolo, vicino a un centro per il recupero della fauna selvatica. Semplificando, abbiamo estratto il Dna da alcune cellule somatiche – cioè non destinate alla riproduzione, ndr – e lo abbiamo iniettato all’interno di ovuli di pecora domestica privati del loro corredo genetico. Dopo sette giorni, gli embrioni vitali sono stati impiantati nell’utero di quattro pecore che avevano il compito di portare a termine la gravidanza. Una ha dato alla luce un cucciolo di muflone, Ombretta. Che ora, a un anno dalla sua nascita nei laboratori dell’Istituto Zootecnico e Caseario di Sardegna, si trova in libertà, insieme ad altri animali della sua specie nati nell’ambito di un progetto per la salvaguardia del muflone sardo”.
L’utilizzo di ovuli di pecora, più facilmente reperibili, non ha influenzato lo sviluppo embrionale? In altre parole siete proprio sicuri di aver ottenuto un muflone?
“La pecora domestica (Ovis aries) è un discendente del muflone (Ovis orientalis musimon). Sono animali appartenenti allo stesso genere, ed è possibile – anzi, succede spesso – che si incrocino fra loro anche in natura, dando origine a qualcosa di diverso sia dalla pecora sia dal muflone”.
La clonazione è nota per essere una tecnica poco efficiente: quasi il 99 per cento dei tentativi fallisce. Voi avete ottenuto una percentuale di successo molto più alta del solito. Come lo spiega?
“Non possiamo fornire informazioni di questo genere perché la metodica usata fa parte di un brevetto in corso di registrazione”.
Il Dna è stato estratto dopo la morte del donatore. Prima o poi sarà possibile fare la stessa cosa con gli animali estinti, come i dinosauri?
“L’uso di materiale biologico post mortem per la produzione di embrioni è ormai diffuso e proviene soprattutto da animali macellati. E’ possibile prelevare materiale genetico anche diverse ore dopo la morte del donatore, ma ben altra cosa è utilizzare cellule di un animale morto da migliaia di anni, come un mammuth”.
Numerosi studi mostrano che gli animali clonati sono più vulnerabili alle malattie e che quindi potrebbero nascere già vecchi e non vivere a lungo. Non crede sia un limite molto serio per sperare di salvare le specie in pericolo con la clonazione?
“La clonazione è ancora una tecnica empirica. Tuttora non conosciamo le cause della vulnerabilità degli animali clonati. Sono necessari altri studi e un miglioramento delle tecniche di clonazione. Solo allora potremo valutare l’effettiva utilità delle applicazioni”.
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