Dossier: Italia, un passo avanti
Cura a ostacoli
0Curarsi con i farmaci a base di cannabinoidi in Italia è possibile. Importandoli dai paesi esteri in cui sono in commercio, come stabilisce il decreto ministeriale dell’11 febbraio 1997. Basta la prescrizione del medico curante e l’intermediazione delle Asl del territorio che inoltrano la richiesta agli organi competenti. Ma, negli ultimi mesi, alcuni pazienti affetti da sclerosi multipla hanno rischiato di restare senza le necessarie cure. Perché per l’Ufficio Centrale Stupefacenti del Ministero della Salute, organo competente a rilasciare le autorizzazioni, la prescrizione del medico curante non basta più, serve quella di un medico specialista ospedaliero.
La decisione, mai messa per iscritto, ha suscitato diverse perplessità. Un’interrogazione parlamentare presentata dall’onorevole Augusto Battaglia e discussa in commissione Affari Sociali della Camera lo scorso 29 aprile, ha cercato di chiarire la situazione. Perché e chi ha deciso che è necessaria la prescrizione di un medico specialista e non più del medico curante? E perché nessuna motivazione scritta?”Quando i pazienti hanno visto questo ritardo nell’autorizzazione si sono allarmati e ancor di più quando hanno ricevuto la risposta degli organi competenti, che andava in contrasto con quanto stabilito dal decreto del 1997”, spiega Angelo Averni, avvocato e membro dell’Associazione per la Cannabis Terapeutica (Act). “Quanto accaduto si può spiegare come una diversa interpretazione del decreto, ma penso che in fondo si cerchi solo di scoraggiare questa pratica perché mette in imbarazzo il governo italiano. Più alto è il numero di prescrizioni di farmaci a base di cannabinoidi che vengono effettuate in tutta Italia, infatti, minore risulta la credibilità di quanto affermano alcuni politici, cioè che tali sostanze non abbiano proprietà terapeutiche”. “Il Ministero non ha mai richiesto, per l’autorizzazione all’importazione di un medicinale stupefacente o psicotropo”, si legge però nel testo della risposta del Ministero, rappresentato dal sottosegretario Cesare Cursi, “la ricetta di un medico specialista ospedaliero, essendo sufficiente, ai sensi della vigente normativa, la prescrizione del medico curante”. Il rischio è rientrato, dunque, l’autorizzazione è stata rilasciata e tra pochi giorni i pazienti affetti da sclerosi multipla potranno ricevere i medicinali richiesti.
Ma le risposte del Ministero non hanno chiarito molti dubbi e le contraddizioni della legge italiana in materia restano molte. È riconosciuto, infatti, che i farmaci a base di Cannabis migliorano la qualità di vita dei malati di sclerosi multipla, per esempio riducendo la spasticità e i tremori, e favorendo così il recupero della capacità di deambulazione. Come anche nei malati di tumore, per i quali i derivati della Cannabis hanno effetti lenitivi della nausea e del vomito dovuti alla chemioterapia. L’efficacia di queste sostanza è stata provata anche nella stimolazione dell’appetito nei pazienti con sindrome da deperimento causata dall’Aids. E la stessa normativa vigente in Italia, il testo unico sugli stupefacenti n. 309 del 1990 regola l’utilizzo di questi medicinali a scopo terapeutico.Eppure sembra ancora una pratica ai confini della illegalità. A causa della complessa procedura burocratica o per mancanza di conoscenza della legge, molti malati sono costretti ad acquistare sul mercato clandestino i derivati della Cannabis, come hashish e marijuana, finendo nelle mani di spacciatori senza scrupoli.
“Nonostante l’apertura del ministro Veronesi che allungò la durata del trattamento da otto a 30 giorni, l’Italia è ancora indietro su questo tema”, spiega Averni. “Non vi è un vero dibattito scientifico e alcuni articoli della normativa mettono gli stessi medici in situazioni difficili”. Sotto accusa, infatti, è l’articolo 83 della legge italiana (“Prescrizioni abusive”), che rende condannabili quei medici che fanno prescrizioni ritenute “abusive” e li rende perciò restii a prescrivere la Cannabis terapeutica. “Oltre che abrogare quest’articolo, bisogna fare attività di informazione per gli operatori sanitari e per gli stessi pazienti che conoscono poco la legge”, conclude Averni. “E per rendere più agevole ai pazienti l’utilizzo legale della Cannabis terapeutica si dovrebbe creare un monopolio di Stato delle coltivazioni, in modo da fornire i farmaci a chi ne ha bisogno a prezzi ragionevoli, evitando che le case farmaceutiche se ne approfittino e che i malati vadano ad alimentare il mercato nero”.
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Autore
Roberta Pizzolante
Giornalista pubblicista dal 2005, è laureata in Sociologia e ha un master in "Le scienze della vita nel giornalismo e nei rapporti politico-istituzionali" conseguito alla Sapienza. Fa parte della redazione di Galileo dal 2001, dove si occupa di ambiente, energia, diritti umani e questioni di rilevanza etica e sociale. Per Sapere, bimestrale di scienza, si occupa dell'editing e della ricerca iconografica. Nel corso negli anni ha svolto vari corsi di formazione e stage nell'ambito della comunicazione (Internazionale, Associated Press, ufficio stampa della Sapienza di Roma, Wwf Italia). Ha scritto per diverse testate tra cui L'espresso, Le Scienze, Mente&Cervello, Repubblica.it, La Macchina del Tempo, Ricerca e Futuro (Cnr), Campus Web, Liberazione, Il Mattino di Padova. Dal 2007 al 2009 ha curato l'agenda degli appuntamenti per il settimanale Vita non Profit.
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Indice del dossier
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Quando la cannabis è un farmaco
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