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22 Maggio 2012 | ultimo aggiornamento circa 6 ore fa

Dossier: Non soffrire è un diritto

Temi salute

La geografia della sofferenza

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di Roberta Pizzolante | Pubblicato il 05 Novembre 2004 00:00

Monselice, paesino nel padovano. Un istituto tecnico agrario ha aperto le sue moderne serre per la coltivazione sperimentale a uso terapeutico di circa 200 piantine di Cannabis sativa, nome botanico della canapa industriale o da fibra. Le 20 varietà di sativa incluse nel progetto, avviato dall’Istituto sperimentale per le colture industriali (Isci) di Bologna e autorizzato dal Ministero della salute, contenevano tutte Thc (tetraidrocannabinolo) rigorosamente al tre per cento, cioè prive di effetto psicotropo. Ma il solo nome Cannabis ha scatenato le proteste dell’assessore veneto alle politiche della sicurezza Raffaele Zanon di Alleanza Nazionale che ha fatto bloccare la sperimentazione. Poi ripresa grazie al presidente della regione Veneto Giancarlo Galan. L’accaduto riflette un più ampio problema culturale: ogni volta che si parla di sperimentazione o uso di farmaci a base di sostanze proibite, da più parti si reagisce con atteggiamenti oscurantisti. Basti pensare alle resistenze che si sono dovute superare nel 2001 per semplificare la prescrizione della morfina per uso terapeutico. A più di tre anni di distanza, e con una legge in vigore, l’Italia rimane in forte ritardo nel settore della terapia del dolore e delle cure palliative. Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della sanità (Oms), il nostro paese è agli ultimi posti per il consumo di farmaci oppioidi contro il dolore severo e lo dimostra anche la scarsa presenza sul territorio dei “Centri di terapia del dolore”. “Attualmente in Italia i farmaci per il dolore moderato-severo vengono forniti in regime di esenzione solo in tre regioni, la Toscana, il Friuli e il Veneto”, spiega Domenico Gioffrè, rappresentante di Cittadinanzattiva Toscana e direttore del convegno “Ai confini del dolore” che ha riunito a Pisa il 14 e 15 ottobre scorsi oltre 350 tra medici, infermieri, psicologi ed altri operatori sanitari per discutere le iniziative da intraprendere nella lotta al dolore inutile. “Nel resto del paese questo livello essenziale di assistenza non viene riconosciuto”. L’Italia è in forte ritardo anche nella medicina delle cure palliative per i malati terminali. Gli hospices, strutture che possono offrire approcci personalizzati al paziente, sono molto pochi e per lo più concentrati al nord: “Solo 184 quelli previsti con l’ultimo stanziamento per un totale di 2000 posti letto pari a 3,5 posti letto per 100.000 abitanti. Totalmente insufficienti se si considera che il Ministero della salute stima tra i 20.000 e 50.000 i pazienti bisognosi di ricovero”, afferma Gioffrè. Inoltre, le linee guida del 2001 sull’”Ospedale senza dolore” volute dal Umberto Veronesi quando era Ministro della Sanità, prevedevano la costituzione in ogni ospedale di un Comitato Ospedale senza Dolore (Cosd), con l’obiettivo di monitorare l’uso di oppioidi e di inserire nella cartella dei pazienti la “misura” del dolore, ci spiega Gioffrè: “Ai malati ricoverati infatti non viene chiesto se hanno dolore e di quale intensità, sia quando si tratta di patologie croniche sia nel periodo post operatorio. Questo perché si ritiene che il dolore sia un prezzo da pagare alla malattia, e gli stessi pazienti non sanno che è un loro diritto”.Ma in circa il 75 per cento degli ospedali italiani i Comitati non sono stati costituiti e tranne alcune eccezioni la “misura” del dolore, al pari di altri parametri, non è stata ancora inserita in cartella clinica. Cittadinanzattiva ne ha fatto richiesta al ministro Sirchia e a tutte le regioni italiane entro sei mesi, al termine dei quali sarà pubblicato l’elenco degli ospedali in cui il dolore non viene misurato. Fra le altre proposte, quella di abolire il ricettario speciale per la prescrizione di farmaci oppiacei: “E’ il residuo di una vecchia cultura che associa ancora la morfina alla droga”, dice Gioffrè, “se viene usata contro il dolore non è uno stupefacente e dovrebbe essere prescritta come ogni altro farmaco”.Il problema va affrontato soprattutto sul piano della formazione, conclude Gioffrè. Nelle facoltà di Medicina e Scienze Infermieristiche dovrebbe essere obbligatorio un corso di terapia del dolore e l’istituzione, post laurea, di una Scuola di Cure Palliative. Il Tribunale per i diritti del malato assegnerà delle borse di studio per giovani laureati con tesi in terapia del dolore. Inoltre, gli stessi ordini professionali e le associazioni di categoria dovrebbero organizzare corsi di aggiornamento per i medici di base.

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Roberta Pizzolante

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Giornalista pubblicista dal 2005, è laureata in Sociologia e ha un master in "Le scienze della vita nel giornalismo e nei rapporti politico-istituzionali" conseguito alla Sapienza. Fa parte della redazione di Galileo dal 2001, dove si occupa di ambiente, energia, diritti umani e questioni di rilevanza etica e sociale. Per Sapere, bimestrale di scienza, si occupa dell'editing e della ricerca iconografica. Nel corso negli anni ha svolto vari corsi di formazione e stage nell'ambito della comunicazione (Internazionale, Associated Press, ufficio stampa della Sapienza di Roma, Wwf Italia). Ha scritto per diverse testate tra cui L'espresso, Le Scienze, Mente&Cervello, Repubblica.it, La Macchina del Tempo, Ricerca e Futuro (Cnr), Campus Web, Liberazione, Il Mattino di Padova. Dal 2007 al 2009 ha curato l'agenda degli appuntamenti per il settimanale Vita non Profit.


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