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11 Febbraio 2012 | ultimo aggiornamento circa 17 ore fa

Dossier: "Tossicodipendenza, è ora di cambiare"

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Più coca, meno narcotraffico

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di Roberta Pizzolante | Pubblicato il 10 Marzo 2006 00:00

Nel Chapare, regione del distretto di Cochabamba, in Bolivia, si vive coltivando legalmente la foglia di coca. Un “cato”, cioè un appezzamento di terra di 1600 metri quadrati, anche se molto fertile, può rendere solo 450 dollari americani al mese. E’ proprio da qui che il neo-presidente Evo Morales ha lanciato la propria sfida al piano statunitense “Coca Zero” contro il narcotraffico. Dopo anni di fumigazioni e sradicamenti delle coltivazioni, dice Morales, è ora di distinguere i semplici cocaleros, che producono la coca per usi tradizionali, dai trafficanti di cocaina. Il primo passo è ottenere la depenalizzazione della pianta attraverso il suo ritiro dalla lista delle sostanze proibite dall’Onu. Non solo. Il governo boliviano mira ad estendere le piantagioni per avviare un processo di industrializzazione e commercializzazione. La letteratura scientifica, d’altronde, sembra essere tutta dalla sua parte, secondo gli esperti riuniti il 23 febbraio scorso a La Paz nel convegno “Drogas y Democracia en América Latina: Políticas Internacionales de Control de Narcotráfico”.

“L’inserimento della foglia di coca nella tabella 1 della Convenzione Unica sui Narcotici e le Droghe del 1961 è avvenuta in seguito a uno studio errato dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) del 1950”, spiega Martin Jelsma, coordinatore del programma Droghe e Democrazia del Transnational Institute (Tni) che insieme ad altri studiosi ha dato vita alla Coca Experts Commission. “Molte ricerche, invece, supportano l’idea che debba essere esclusa da questa lista, prima tra tutte quella Oms/Unicri del 1995, svolta in 22 città e 19 paesi, che non aveva rilevato alcun effetto negativo derivante dalla masticazione della foglia di coca. Purtroppo non è mai stata pubblicata a causa dell’ostruzionismo Usa”.

La Convenzione del ‘61, infatti, classifica le sostanze stupefacenti limitandone la produzione ai soli fini medico-scientifici e, nel caso della foglia di coca, al fine dell’estrazione dei suoi derivati vegetali per l’elaborazione della Coca Cola. Essa, per di più, era stata inserita nella tabella 1, tra le sostanze sottoposte a regime più restrittivo, criminalizzandone quindi la produzione. Solo in seguito, con le Convenzioni del 1971 e del 1988, furono riconosciuti anche gli usi tradizionali della pianta (religiosi, alimentari, ecc) e stabiliti gli ettari che era possibile coltivare, pur restando il divieto dell’esportazione. Oggi in Bolivia si può coltivare legalmente la coca solo in due regioni, la Yungas e il Chapare, per un totale di 12 mila ettari.

“Cancellando la foglia di coca dalla lista, il mercato dei suoi prodotti diventerebbe legale e sarebbe possibile esportarli”, continua Jelsma. “Questo non significa rendere legale la cocaina, anzi, favorendo gli utilizzi leciti della pianta si può combattere il narcotraffico meglio che con la repressione e le sradicazioni, e aiutare i contadini”. E di possibili usi la foglia di coca ne ha tanti. Gli indigeni del Chapare la masticano per alleviare la fame, per sentire meno la fatica e per sopportare le estreme condizioni di vita alle altissime altitudini in cui vivono. Ma la foglia di coca viene usata durante le cerimonie religiose ed è ricca di proprietà medicinali. Da essa si producono infatti medicine di vario tipo, ma anche il “mate” (il tipico tè di coca), la farina, il dentifricio, il sapone, vari tessuti, la gomma da masticare e altri integratori alimentari.”Ecco perché Morales ha pensato bene di estendere e industrializzare la produzione legale a tutta la Bolivia, e ha già pronto nel cassetto un accordo con l’Argentina per l’importazione. Per convincere l’Onu, però, attende i risultati di uno studio finanziato dall’Unione Europea sulla domanda di coca per uso tradizionale”, spiega Marco Perduca, rappresentante all’Onu del Partito Radicale Transnazionale e Segretario della Lega Internazionale Antiproibizionista.

Ma gli Stati Uniti, che mirano a sradicare del tutto le piantagioni, non ci stanno: i livelli di produzione per uso tradizionale della coca, sostengono, eccedono già ampiamente i bisogni e da questo surplus si produce cocaina. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (Unodc), infatti, le coltivazioni in Bolivia sono più numerose del consentito e sfiorano i 28 mila ettari. “Nella prossima riunione della Commissione Droghe che si terrà dal 13 al 18 marzo a Vienna, Morales ha diverse possibilità. Può lanciare subito la propria idea di estendere le coltivazioni, forte del totale fallimento dei programmi di ‘sviluppo alternativo’ dell’Unodc, che intendevano sostituire le colture di coca con altre lecite”, conclude Perduca. “Oppure può per ora limitarsi a chiedere la depenalizzazione della foglia di coca proponendo una nuova valutazione scientifica a partire dallo studio Oms/Unicri mai pubblicato”.

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Roberta Pizzolante

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Giornalista pubblicista dal 2005, è laureata in Sociologia e ha un master in "Le scienze della vita nel giornalismo e nei rapporti politico-istituzionali" conseguito alla Sapienza. Fa parte della redazione di Galileo dal 2001, dove si occupa di ambiente, energia, diritti umani e questioni di rilevanza etica e sociale. Per Sapere, bimestrale di scienza, si occupa dell'editing e della ricerca iconografica. Nel corso negli anni ha svolto vari corsi di formazione e stage nell'ambito della comunicazione (Internazionale, Associated Press, ufficio stampa della Sapienza di Roma, Wwf Italia). Ha scritto per diverse testate tra cui L'espresso, Le Scienze, Mente&Cervello, Repubblica.it, La Macchina del Tempo, Ricerca e Futuro (Cnr), Campus Web, Liberazione, Il Mattino di Padova. Dal 2007 al 2009 ha curato l'agenda degli appuntamenti per il settimanale Vita non Profit.


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