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22 Maggio 2012 | ultimo aggiornamento circa 5 ore fa

Dossier: Dalle piante un'arma contro l'Hpv

Temi salute

Nuove strategie contro l'Hpv

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di Letizia Gabaglio | Pubblicato il 23 Giugno 2006 00:00

Le italiane sono pigre, o poco informate, in fatto di prevenzione del tumore del collo dell’utero. La prima misura, che potrebbe portare alla quasi eradicazione del problema, è il Pap test, da eseguire regolarmente. Ma in Italia questo consiglio è seguito solo dal 50 per cento delle donne, con notevoli differenze fra il centro-nord (che raggiunge anche punte del 75 per cento) e il sud, che globalmente non supera il 35 per cento. Il test tradizionale, basato sull’esame di un campione di cellule della cervice per scoprirne le modificazioni morfologiche, va ripetuto ogni 1-2 anni e spesso è poco preciso, fra le sue maglie passano inosservati casi in cui invece sarebbe necessario agire.

All’orizzonte, però, si vedono novità, e arrivano dallo studio più ampio eseguito finora in questo campo, coordinato da Guglielmo Ronco del Centro di Riferimento per l’Epidemiologia e la Prevenzione Oncologica in Piemonte, i cui primi risultati sono stati pubblicati sul Journal of the National Cancer Institute. Lo abbiamo intervistato.

Dott. Ronco, qual è l’obiettivo del vostro studio?

“Mettere a confronto il metodo tradizionale di screening per il tumore al collo dell’utero con quello di nuova generazione, basato sull’individuazione della quantità di virus presente. Per farlo abbiamo reclutato in sei regioni italiane (Piemonte, Veneto, Tentino Alto Adige, Emilia Romagna, Toscana, Lazio) 95 mila donne, divise in fasce d’età. I risultati che abbiamo pubblicato provengono dal primo gruppo di donne studiate, quelle di età compresa fra i 35 e i 60 anni, che a loro volta sono state assegnate a due bracci, uno tradizionale e l’altro sperimentale. Al primo abbiamo fatto eseguire il test convenzionale, quello basato sull’osservazione delle cellule sul vetrino; al secondo abbiamo fatto fare prima il test citologico in fase liquida, un metodo che migliora il rendimento di quello convenzionale ma che usa sempre la stessa tecnica, e poi il test Hpv, che cerca, anche se indirettamente, la presenza del virus. In una seconda fase dello studio abbiamo individuato un altro gruppo di pazienti a cui è stato fatto eseguire solo il test Hpv. Le donne che hanno evidenziato lesioni precancerose sono state indirizzate a fare una colposcopia, l’esame che permette di osservare direttamente l’interno della vagina e dell’utero”.

Quali risultati avete avuto?

“Che la sensibilità per le lesioni importanti nel braccio sperimentale è stata superiore del 47 per cento rispetto al test tradizionale. Questo vuol dire che ogni due casi segnalati dall’esame citologico, il mix di citologia liquida e test Hpv ne trova tre. Ma questa maggiore sensibilità si paga in termini di falsi positivi: casi segnalati di presenza che invece a un esame più attento si dimostrano falsi allarmi. Ma se si paragonano i dati del gruppo di donne che hanno eseguito solo il test Hpv con il braccio sperimentale si nota che la sensibilità rimane sempre elevata ma i falsi positivi diminuiscono. In conclusione, quindi, per le donne fra i 35 e i 60 anni il test Hpv si è dimostrato lo strumento diagnostico più efficace. Ma questa è solo la prima fase dello studio. Ora dobbiamo controllare la validità della diagnosi: vedere cioè se le lesioni evidenziate sono veramente cancerose”.

Che legame c’è fra la presenza di lesioni e l’insorgenza del tumore? E fra quella del virus e il cancro?

“La presenza del papilloma virus è necessaria, ma non sufficiente per lo sviluppo del tumore del collo dell’utero. Non esistono casi di cancro in cui non si sia riscontrato l’Hpv, ma la sola infezione non basta perché le cellule degenerino. Anzi, la maggior parte delle infezioni regredisce spontaneamente, solo una piccola parte da luogo a lesioni precancerose di cui poi una frazione diventerà tumore. Per questo è importante avere strumenti diagnostici affidabili che segnalino solo i casi nei quali è opportuno intervenire. Questi risultati potremmo averli solo fra due anni, quando avremmo elaborato le analisi eseguite a due anni dal test diagnostico”.

Se il test Hpv risulterà affidabile come potrebbe cambiare la prevenzione del tumore dell’utero?

“Il test Hpv potrebbe permettere controlli meno frequenti, ogni 5-6 anni anziché 1-2 anni come succede attualmente. Allungare i tempi vorrebbe dire per le donne eseguire meno test, ma più efficaci e sensibili. L’importanza degli esiti del nostro studio sono stati riconosciuti anche a livello istituzionale e per eseguirlo abbiamo ottenuto fondi dall’Unione Europa, dal Ministero della salute e dalle regioni coinvolte”.

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Letizia Gabaglio

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Laureata in Filosofia, ha da sempre il pallino per la divulgazione scientifica e per l'organizzazione di cose e persone. E' riuscita a soddisfare entrambe a Galileo.


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