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08 Febbraio 2012 | ultimo aggiornamento circa 5 ore fa
Temi tecnologia

Susi, il cacciatore di umidità

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di Fabio G. Rando | Pubblicato il 28 Luglio 2006 00:00

Gli affreschi delle nostre città d’arte sono a rischio. E non solo a causa di turisti e visitatori poco rispettosi delle opere di grandi maestri come Giotto o Cimabue. A minare l’integrità dei dipinti è infatti soprattutto l’umidità racchiusa fra i muri che viene in superficie con il calore, opacizzando il dipinto. Da sempre i restauratori la combattono, non sempre riuscendo a sconfiggerla. Ora, però, nelle loro mani hanno uno strumento in più. Si chiama Susi e a metterlo a punto è stato un team di ricercatori dell’Istituto di Fisica Applicata “Nello Carrara” del Cnr di Firenze e coordinati da Roberto Olmi.

Susi è l’acronimo di “Sensore di umidità e salinità integrato”. Si tratta insomma di un rilevatore di acqua (quando questa ancora non è uscita allo scoperto, rovinando l’affresco) e di un altro nemico dei dipinti: i sali in soluzione che venendo in superficie possono essere anche più dannosi dell’umidità per l’opera. Ma in che modo agisce Susi? Spiega Cristiano Riminesi, ricercatore dell’Ifac e che ha collaborato con Olmi alla sua realizzazione: “E’ uno strumento che funziona a contatto e che riesce a scovare l’umidità o i sali in soluzione misurando le caratteristiche dielettriche medie di un materiale composito e di correlare tali caratteristiche alla quantità di acqua in esso presente rivelando la presenza di elettroliti”.

Susi è quindi un sensore a microonde che rappresenta un salto di qualità nel lavoro dei restauratori. Finora infatti gli strumenti per misurare l’umidità presente nelle pareti degli affreschi erano per lo più ottici. Ciò significa che non erano preventivi, riuscendo a misurare l’acqua solamente quando era già presente in superficie, a danno ormai fatto. Lo strumento dell’Ifac, invece, permette di andare in profondità di due centimetri, lanciando un eventuale allarme prima che il dipinto sia già rovinato.

Usare il dispositivo, inoltre, non è difficile. Grande come un phon per capelli, infatti, si passa manualmente sull’affresco. “Dopo aver catturato i dati, lo strumento – che è collegato a un pc portatile – trasferisce le informazioni al computer che le elabora grazie a modelli fisico-matematici sviluppati da noi”, continua Riminesi.

Con la collaborazione del laboratorio di restauro fiorentino Opificio delle Pietre Dure, Susi (la cui realizzazione è stata possibile grazie all’intervento di un’azienda privata e dei fondi della Regione Toscana, per un costo totale del progetto di circa 70 mila euro) è stato testato con buoni risultati a Firenze presso il chiostro di Sant’Antonino in San Marco e il Chiostro Verde di Santa Maria Novella. Ora, però, prima di commercializzarlo (al momento è solo un prototipo con brevetto italiano detenuto dal Cnr) i ricercatori dovranno lavorare ancora su alcuni punti. Primo fra tutti l’interfaccia. Attualmente, infatti, chi vuole osservare cosa ha rilevato Susi deve interpretare dei grafici troppo “tecnici”. Ecco perché si sta pensando di trasformare i grafici in una mappa del dipinto che grazie a diverse colorazioni possa segnalare la presenza o meno di umidità o di sali in soluzione negli affreschi. Ma non solo. Susi infatti si potrà adattare a qualsiasi tipo di superficie, non esclusivamente muri. “Lo stesso metodo alla base dello strumento può essere applicato anche per tessuti, carta o legno. Potendo così, per esempio, garantire l’integrità anche di papiri, soffitti a cassettoni o parquet”, conclude Riminesi.

tags: arte, hi tech

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