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11 Febbraio 2012 | ultimo aggiornamento circa 16 ore fa
Temi salute

Biologia o cultura?

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di Roberta Pizzolante | Pubblicato il 07 Dicembre 2006 13:22

Catherine Vidal, Dorothée Benoit-Browaeys
Il sesso del cervello. Vincoli biologici e culturali nelle differenze fra uomo e donna
Edizioni Dedalo, 2006
pp. 114, € 13,50

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Le donne sono un pericolo al volante? Non sanno leggere una cartina stradale né usare le tecnologie e passano il loro tempo a spettegolare e rifarsi il trucco? Dopo tutto, possono essere assolte. È infatti colpa del loro cervello, programmato fina dalla nascita per riuscire a fare meglio alcune cose e non altre. Questa la tesi avanzata da un certo determinismo biologico molto in voga sui mass media, che spiega come innate, piuttosto che acquisite, le differenze esistenti tra uomini e donne. Ma sarà vero? Possono i neuroni spiegare i diversi comportamenti, le diverse capacità emozionali, intellettuali, sociali e fisiche tra i due sessi? Nel volume “Il sesso del cervello” edito da Dedalo, la neurobiologa Catherine Vidal e la giornalista scientifica Dorothée Benoit-Browaeys hanno provato a dare una risposta a questa domanda. Con rigore e chiarezza si sono addentrate a riesaminare la portata scientifica delle principali sperimentazioni che forniscono al determinismo le prove dell’esistenza di differenze innate nel cervello tra uomini e donne.

Nel XIX secolo le misurazioni fisiche del cranio e dell’encefalo erano usate per spiegare la gerarchia dei sessi, le razze e le classi sociali. Nel XX secolo le tecniche sono più moderne, esiste la diagnostica per immagini e la genetica, eppure la biologia rischia ancora di essere utilizzata per giustificare le disuguaglianze tra i sessi e i gruppi umani. Basti pensare alle tesi degli psicologi Allan e Barbara Pease, secondo i quali “il fatto che uomini e bambini siano affascinati da oggetti dotati di pulsanti e luci intermittenti, che fanno rumore e funzionano a batteria, si spiega sulla base della specializzazione spaziale del cervello maschile”. E ancora: “l’uomo possiede un cervello da cacciatore, per questo si appassiona ai videogiochi, alla carabine con il mirino e alle armi nucleari, alle navicelle spaziali e ai fuoribordo e a tutto ciò che può essere manovrato con un telecomando. Se si fabbricassero lavatrici dotate di telecomando, senza dubbio sarebbe il marito a occuparsi del bucato”.

Molto spesso le prove di questa teoria vengono ricercate nel passato, per cui le condotte dominanti degli uomini sarebbero comportamenti di origine biologica, frutto di una selezione naturale iniziata nella preistoria. Secondo i sociobiologi, infatti, le caratteristiche dei due sessi sono interpretate come il risultato della storia, di una selezione avvenuta nel corso dell’evoluzione dopo la ripartizione dei compiti che avrebbe forgiato le diverse strutture cerebrali. Il fatto che la caccia implichi l’inseguimento di una preda spiegherebbe la capacità di orientamento spaziale degli uomini, mentre le donne a forza di occuparsi dei figli, avrebbero sviluppato di più le competenze linguistiche. Quindi uomini programmati per la competizione e donne per la cooperazione.

Quale ruolo ha allora la storia e la cultura, si chiedono le autrici? Se è vero che i nostri talenti sono scritti nella natura biologica, che senso ha allora incoraggiare una ragazza a frequentare una facoltà scientifica o un ragazzo a imparare le lingue? Se queste differenze sociali e professionali vengono spiegate con la natura, qualsiasi discorso sulle pari opportunità è destinato inevitabilmente a fallire. In riferimento alle ipotesi dei sociobiologi, ribattono per esempio le autrici, i reperti fossili non permettono di ricostruire l’organizzazione sociale e la suddivisione dei compiti in modo così netto, anzi essa variava nelle diverse etnie.

Pensiamo alla differenza di volume cerebrale in relazione alle capacità intellettive. Tra il cervello maschile e quello femminile ci sono delle differenze di peso che vanno da 0 a 180 grammi. Ma esiste una variabilità individuale nella popolazione generale. Per esempio, dicono le autrici, si sa che Anatole France aveva un cervello minuscolo  poco più di un chilo, mentre il cervello dello scrittore russo Ivan Turgenev pesava il doppio.

In conclusione, sostengono le autrici, anche se geni e ormoni orientano lo sviluppo del cervello, i circuiti neurali sono costruiti grazie alla nostra storia personale e all’ambiente circostante. Il volume si chiude con una citazione del biologo Francois Jacob: “come ogni altro organismo vivente, l’uomo è programmato geneticamente ma è programmato per apprendere”.


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Roberta Pizzolante

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Giornalista pubblicista dal 2005, è laureata in Sociologia e ha un master in "Le scienze della vita nel giornalismo e nei rapporti politico-istituzionali" conseguito alla Sapienza. Fa parte della redazione di Galileo dal 2001, dove si occupa di ambiente, energia, diritti umani e questioni di rilevanza etica e sociale. Per Sapere, bimestrale di scienza, si occupa dell'editing e della ricerca iconografica. Nel corso negli anni ha svolto vari corsi di formazione e stage nell'ambito della comunicazione (Internazionale, Associated Press, ufficio stampa della Sapienza di Roma, Wwf Italia). Ha scritto per diverse testate tra cui L'espresso, Le Scienze, Mente&Cervello, Repubblica.it, La Macchina del Tempo, Ricerca e Futuro (Cnr), Campus Web, Liberazione, Il Mattino di Padova. Dal 2007 al 2009 ha curato l'agenda degli appuntamenti per il settimanale Vita non Profit.


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