Tutti gli alberi d'Italia
0Meno male che ci sono gli alberi. Se l'Italia riuscirà a rispettare gli obiettivi di Kyoto sarà anche, se non soprattutto, per merito loro. Lo dimostra la prima mappatura completa delle foreste italiane realizzata dal Corpo Forestale dello Stato e dall'Istituto Nazionale di Statistica. Che rivela dati rassicuranti sull'estensione e lo stato di salute del patrimonio boschivo italiano. E soprattutto, sulla sua capacità di assorbire carbonio.
Il protocollo di Kyoto assegna alle foreste un ruolo chiave, in virtù della loro capacità di trattenere carbonio e contribuire positivamente al bilancio complessivo di emissioni di gas serra. Molti alberi vuol dire più sconti sulle emissioni, e alla fine anche costi minori della bolletta dell'elettricità. Per questo, qualche anno fa il Corpo Forestale dello Stato si è imbarcato nella titanica impresa di calcolare con maggiore precisione possibile la copertura forestale del paese, e insieme la sua capacità di assorbire carbonio. Il risultato, presentato in questi giorni, è l'Inventario Nazionale delle Foreste e dei Serbatoi di Carbonio, realizzato in collaborazione con l'Istituto Nazionale di Statistica.
Un lavoro davvero monumentale, diviso in tre fasi. Prima sono state scattate dall'aereo fotografie di un punto, scelto a caso, per ogni chilometro quadrato di superficie. Trecentomila punti riprodotti da foto che gli esperti della Forestale hanno analizzato per classificarli in base al tipo di vegetazione individuata. Poi un sottocampione di 30.000 punti è stato fisicamente visitato dalle squadre della Forestale, che hanno analizzato le specie vegetali presenti e il relativo stato di salute. Infine, un ulteriore sottocampione di 6000 punti è stato sottoposto a una dettagliata inventariazione di tutti gli alberi presenti (altezza, età, larghezza del tronco) per stimare la quantità di carbonio contenuta.
“Grazie all'uso di elaborate tecniche statistiche”, spiega il responsabile del rilevamento il vicequestore della Forestale Enrico Pompei, “i risultati ottenuti hanno un margine di errore dello 0,3 per cento a livello nazionale e non oltre il 3 per cento a livello regionale”. In più l'uso di tecnologie avanzate ha permesso di ridurre al minimo i rischio di errori di trascrizione nei dati. “Nessuno degli operatori ha mai scritto nulla su un pezzo di carta” spiega Pompei. “Tutti i rilevamenti sono stati fatti utilizzando computer palmari dotati di Gps. Questo ha comportato costi notevoli, ma ha permesso di creare un sistema di rilevamento che potrà essere usato per molte altre applicazioni, come monitorare la popolazione di una specie animale in via di estinzione”.
E veniamo ai numeri. Dall'indagine emerge che più di un terzo della penisola è coperta da foreste: per la precisione 10.467.522 ettari, il 34,7 per cento della superficie nazionale. La massa arborea è di 486.018.500 tonnellate, in grado secondo le stime di trattenere oltre 486 milioni di tonnellate di carbonio. Che valgono, e qui sta il punto, la possibilità di detrarre circa 10,2 milioni di tonnellate di anidride carbonica dal bilancio nazionale delle emissioni: l'11 per cento del totale delle emissioni che il nostro Paese si è impegnato a tagliare. In soldoni, queste foreste dovrebbero farci risparmiare tra 750.000.000 e un miliardo di Euro. Toscana, Piemonte e Lombardia sono le regioni che contribuiscono di più a questo serbatoio di carbonio.
I boschi italiani sono per lo più (il 69,2 per cento) di origine seminaturale, cioè cresciuti in seguito a selvicoltura. I boschi di origine naturale rappresentano invece solo il 15,4 per cento. Dato rassicurante, lo stato di salute dei nostri boschi è buono: quasi il settanta per cento non presentano danni o patologie evidenti. Il censimento andrà ora ripetuto nel 2012, per verificare come avranno influito incendi, deforestazione, ed entrare nel bilancio definitivo della partecipazione italiana al protocollo di Kyoto.
Ma come si calcola in modo affidabile la quantità di carbonio immagazzinata dagli alberi? Gli esperti del Corpo Forestale si sono basati su prove di laboratorio condotte sulle diverse specie a diverse età, misurando l'effettiva concentrazione di carbonio e utilizzando i parametri così ottenuti per calcolare l'ammontare complessivo. Ma quanto sia complessa la questione è dimostrato da uno studio pubblicato in questi stessi giorni su Nature, firmato un gruppo di ricercatori italiani guidati da Federico Magnani dell'Università di Bologna, che analizza con un dettaglio raramente raggiunto i fattori che influenzano la capacità degli alberi di assorbire carbonio.
Lo studio dimostra che l’assorbimento di anidride carbonica da parte delle foreste è influenzato in modo decisivo dalle attività dell’uomo. Per esempio, ed è il dato più sorprendente, le tanto bistrattate piogge acide possono paradossalmente fare bene alle foreste, nel caso che si tratti di piogge ricche di azoto. Questo elemento è infatti un potente fertilizzante, e per ogni chilogrammo di azoto che piove sulle foreste come risultato ultimo dell’inquinamento, circa 400 chilogrammi di carbonio in più vengono sequestrati dall’ecosistema. Il che non vuol dire che le piogge all'azoto siano da incoraggiare, chiariscono i ricercatori. Ma ricorda che il cambiamento climatico è un meccanismo complesso, i cui calcoli devono tenere conto di un grande numero di variabili e prevedere sempre un grande margine di errore. Tornando ai nostri boschi e al loro ruolo di depositi di carbonio, secondo Marco Borghetti dell'Università di Potenza, uno degli autori, “per avere foreste efficaci nel sottrarre anidride carbonica all’atmosfera bisogna ridurre la fase di senescenza del bosco, pianificando nei tempi opportuni gli interventi selvicolturali. Così come è importante limitare le lavorazioni del terreno al momento della piantagione degli alberi. O, meglio ancora, adottare metodi selvicolturali che consentano alla foresta di rinnovarsi per via naturale, facendo in modo che quando si taglia un albero vecchio ce ne sia uno giovane pronto a sostituirlo”.
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Autore
Nicola Nosengo
Scrittore e giornalista. Dopo essersi laureato in Scienze della Comunicazione all'Università di Siena ed aver frequentato il Master in Comunicazione della Scienza alla Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste, si dedica al giornalismo scientifico, scrivendo articoli sulla tecnologia, sulle neuroscienze e sulla medicina. Pubblica nel 2003 il suo primo lavoro L'estinzione dei tecnosauri, in cui parla di tutte le tecnologie che non sono sopravvissute allo scorrere del tempo. Attualmente tiene una rubrica mensile sulla rivista Wired dedicata allo stesso tema.
Tra il 2003 e il 2007 collabora con diverse redazioni come L'espresso, La Stampa, Le Scienze, oltre che aver partecipato alla realizzazione dell'Enciclopedia Treccani dei Ragazzi.
Nel 2009 ha pubblicato, con Daniela Cipolloni, il suo secondo libro, Compagno Darwin, sulle interpretazioni politiche della teoria dell'evoluzione.
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