Una, cento, mille razze
0A leggere il titolo del suo ultimo libro (L’invenzione delle razze, Bompiani 2006, premio Merk Serono 2007) si ha forte la tentazione di pensare: ma c’era davvero bisogno di un libro che spiegasse che nella specie umana le razze non esistono? Poi arriva Jim Watson, il pioniere del Dna, noto per le sue scoperte ma anche per le sue posizioni poco “ortodosse”, e il senso del volume di Guido Barbujani, genetista all’Università di Ferrara, appare subito chiaro. Se persino uno scienziato di quel calibro può dire che “i neri sono meno intelligenti dei bianchi”, allora il lavoro di Barbujani appare non solo prezioso, ma anche molto tempestivo.
Dunque professore, c’è ancora qualcuno che distingue l’umanità in razze, diverse dal punto di vista genetico?
“Sì, e come vede non sono persone qualunque, dei poveri pazzi senza ascolto. Lo so per esperienza personale. Tre anni fa una rivista inglese - Trends in Ecology & Evolution - mi ha commissionato un articolo sull’esistenza o meno delle razze umane. Siccome è una rivista con peer review, ho avuto dei riscontri (anonimi, naturalmente), tra cui due negativi. Il primo era un antropologo, secondo cui queste cose già le sappiamo, ed era quindi inutile pubblicare articoli sul tema. Il secondo (probabilmente un genetista) ha detto che l’articolo era infarcito di ideologia, una sorta di manifesto marxista teso a dimostrare l’impossibile, cioè che le razze umane non esistono, mentre noi sappiamo perfettamente che esistono”.
Però siamo portati a pensare che queste posizioni siano diffuse soprattutto negli Usa, che è pur sempre il paese della battaglia del Creazionismo contro l’Evoluzionismo. C’è un rischio anche in Europa?
“Pensi all’Inghilterra, dove alcuni studiosi hanno rilanciato il concetto di razza. Dalla letteratura scientifica si evincono sostanzialmente due cose: che ci sono moltissime differenze tra gli umani; ma che queste differenze non vengono in pacchetti ben definiti che ci consentono di distinguere in africani, europei, asiatici eccetera, ma sono distribuite un po’ dappertutto. Questi studiosi, invece, hanno fatto un’operazione di marketing, limitandosi a ripetere: “Sappiamo tutti che le razze esistono. Non neghiamo quello che sta davanti ai nostri occhi: un nero è nero, e noi siamo bianchi”. E così via. Siccome questa spinta è avvenuta su un terreno non prettamente scientifico, ma più divulgativo, allora ho pensato che forse valeva la pena di scrivere il mio libro”.
E in Italia? Lei conosce degli autorevoli intellettuali di casa nostra che ritengono che l’umanità sia divisibile in razze?
“A parte il fatto che non siamo più ai tempi di Pasolini o di Moravia, intellettuali capaci di esprimere una posizione anche forte e poi magari di difenderla con la polemica, nel nostro paese le cose sonnecchiano. Il che significa che in molti campi il dibattito culturale raramente diventa esplicito. Ogni tanto salta fuori qualcosa, si crea un po’ di polverone, poi tutto viene rapidamente dimenticato, nessuno parla in modo chiaro. Io ho la sensazione che in Italia, ma non solo da noi, ci sia uno pseudodibattito sugli aspetti biologici. Tuttavia, se questo dibattito si è sviluppato è perché è sostenuto da interessi sociali, economici e politici molto evidenti”.
E quali?
“Negli Usa il famigerato testo della Bell Curve (la curva a campana) si basa su un’idea di fondo: siccome quello che siamo è scritto nei geni, allora spendere dei soldi per aiutare gli svantaggiati non ha senso. E lì questo messaggio trova terreno fertile, è come dire in Italia che non bisogna pagare le tasse, la gente è ben contenta di avere degli argomenti cui appigliarsi. Io credo che il razzismo continuerà ad esistere per mille motivi politici e economici che qui non è il caso di elencare. Però una cosa deve essere chiara: che le differenze umane siano profondamente radicate nei geni, e che da queste differenze genetiche discendano diversi criteri morali, diversi comportamenti o modi di stare insieme, ebbene, questo è un mito. Odiamoci pure, ma smettiamola di dire che ci odiamo perché siamo diversi dal punto di vista genetico, perché non è più sostenibile”.
A questo punto forse serve fare un po’ di chiarezza sul concetto di razza, popolazione, etnia…
“Parlare di “popolazione” significa prendere atto di un dato di fatto: in un certo posto c’è un gruppo di umani che vivono insieme. Poi, a seconda dei casi, uno può avere interesse a dividere la popolazione in entità più piccole, cioè in sottopopolazioni, in base ad altri criteri: linguistici, antropologici, geografici. Insomma, quando si parla di popolazione non si fa nessuna dichiarazione su quello che si pensa. Parlare di “razze”, invece, significa dire qualcosa di più: significa affermare che con una certa precisione è possibile mettere insieme gli individui di una data popolazione per formare dei gruppi distinti. Il motivo per cui questo concetto non funziona nella specie umana, e invece funziona in altre specie animali, è che nell’uomo non è possibile individuare questi gruppi distinti con criteri obiettivi: le razze definite da uno studioso non sono le razze definite da un altro, basta scorrere i cataloghi razziali proposti nel corso del tempo. Qualcuno ne ha identificate quattro, qualcuno diverse decine, e si può non finire mai, basta considerare aspetti diversi. La parola “etnia” personalmente non mi piace, perché mi sembra un modo di dire “razza” senza dirlo. “Gruppo etnico” significa invece che nelle Dolomiti, per esempio, ci sono i ladini, che parlano una lingua definita, diversa da quelli che parlano tedesco. Se si ha paura di essere politicamente scorretti, è meglio parlare di coordinate geografiche, di lingue, di religioni, cioè di caratteristiche “fredde”. La razza è una caratteristica “calda”, anche perché non è mai stata riconosciuta obiettivamente”.
E non si può parlare di genetica?
“Si può dire che all’interno di una popolazione ci sono gruppi genetici distinti. Per esempio, noi abbiamo studiato il Dna antico degli Etruschi. In Toscana (ma anche in Veneto) c’è un sacco di gente convinta di discendere da questa popolazione. In realtà i nostri studi dimostrano che siamo tutti molto simili agli Etruschi, e che ci sono pochissimi toscani che sono identici agli Etruschi come dovrebbero essere, dato questo breve lasso di tempo. La popolazione della Toscana, come praticamente quella di tutta la penisola (tranne la Sardegna) è un amalgama di gente con caratteristiche molto diverse. In tempi recenti c’è stata una serie di migrazioni di piccolo o medio raggio che ha portato i nostri geni in giro un po’ dappertutto. Io e lei abbiamo certamente dei geni africani, ed è poco sensato disconoscere questa cosa. Se l’accettassimo tutti, potremmo smetterla di buttare soldi nei cosiddetti farmaci razziali. Possiamo al limite immaginarci una medicina individuale, ma non ha senso trovare la molecola per il mal di testa dei cinesi, perché nei cinesi, come negli italiani, ci sono tante caratteristiche diverse”.
L’idea di doverci ricondurre a delle radici, a dei luoghi, a delle parentele, sembra essere una necessità: passare da un’umanità fatta da bianchi, neri, rossi e gialli, a un unico calderone appare come un salto mortale che non siamo ancora in grado di fare. Se le razze non esistono, con cosa possiamo sostituire questo concetto?
“A un certo punto della storia dell’umanità, gli scienziati hanno dovuto dire alla gente che non è il Sole a ruotare intorno alla Terra, ma viceversa. Questo ha avuto conseguenze immani sulla percezione di noi stessi, facendoci perdere la centralità dell’Universo. Con le razze è un po’ la stessa cosa. Io penso che la modernità sia inevitabilmente legata a questo senso di perdita della centralità. Forse la nostra identità – cui certamente non dobbiamo rinunciare – può essere ancorata ad altre cose: alla cultura, alle cose che facciamo, alle cose che ci piacciono. Lo slavista Angelo Maria Ribellino, per esempio, si sentiva molto vicino all’area mitteleuropea. A chi importa che fosse siciliano, o di che tipo fossero i suoi geni?”
E come fa a raccontare agli epigoni del Senatore Roberto Calderoli che il colore della pelle non identifica una razza?
“A New York, soprattutto in alcuni quartieri, è abbastanza facile identificare l’origine di tutti quelli che passeggiano per strada, perché ci sono dei gruppi socialmente isolati. Ma andiamo in India: lì è molto più difficile. La popolazione è divisa in caste, eppure persino tra i Bramini ci sono persone molto scure e persone molto chiare. Oggi siamo abituati a considerare molto importante il colore della pelle, perché in questo momento storico l’immigrazione ci fa fare attenzione a questo aspetto. Ma negli antichi testi romani e greci, di questo fattore praticamente non si fa menzione. Alcuni imperatori erano certamente di origine africana, lo vediamo per esempio dalle medaglie, ma nessuno lo considerava importante. C’era forse anche una diversa sensibilità al colore, come insegna “il mare colore del vino” di Omero. E’ ovvio che tutti siamo in grado di distinguere un nero da un bianco, ma pensare che le differenze nel colore della pelle siano profondamente radicate nei nostri geni, o che ci siano delle barriere biologiche tra noi e gli altri, no. Detto questo, non penso che il senatore Calderoli mi ringrazierà per avergli fatto capire delle cose. Molto tempo fa, con il mio gruppo di lavoro avevamo costruito una mappa dei confini genetici dell’Europa, segnalando le regioni dove il cambiamento genetico appariva più forte. In effetti, a metà della nostra penisola avevamo tracciato una linea di demarcazione che indicava una discontinuità genetica. Anni dopo ho ritrovato questa mappa in un sito della Lega Nord: chi aveva ridisegnato la mappa aveva - forse inconsciamente - spostato la linea in modo da farla coincidere con gli Appennini… Dunque i preconcetti resistono. Ma non è un buon motivo per stare zitti”.
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Elisa Manacorda
Giornalista professionista, è direttore di Galileo, che ha fondato nel 1996 con altri giornalisti e ricercatori. Scrive per le principali testate italiane. E’ docente al Master SGP della Sapienza Università di Roma. Con Letizia Gabaglio è autrice di "Il Fattore X" sulla medicina di genere.
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