Dossier: Stupefacente ignoranza
A ciascuno il suo
0Nel corso degli ultimi anni il rapporto tra scienza e politica è radicalmente mutato. Nel contesto di questo mutamento, preoccupa il suo crescente coinvolgimento nel dibattito politico, in quanto appare del tutto strumentale al rafforzamento di posizioni e interessi di gruppi sociali nelle dinamiche di confronto che portano alla maturazione delle decisioni. Con lo scadimento a strumento di lotta per il consenso, viene infatti meno ciò che può e deve essere lo specifico contributo delle scienze alla politica: quello di creare e indicare le possibili e diverse azioni concrete sulle questioni affrontate, di prefigurarne gli esiti potenziali, concorrendo così al compimento di scelte, per esempio sul problema delle sostanze d’abuso, più razionali ed efficaci.
In piena crisi di idee e di autorevolezza, la politica chiama in causa la scienza come autorità imparziale e detentrice di conoscenza oggettiva. Ma questa è una visione mitica e ormai definitivamente superata tra gli studiosi (sebbene largamente persistente nell’opinione pubblica, ciò che conta per questo tipo di strategia politica) che potrebbe avallare sciagurate derive tecnocratiche. La scienza è ed è sempre stata un’impresa sociale fortemente interconnessa con le istituzioni, il potere, l’economia e la cultura del suo tempo. Ancor di più, gli scienziati sono cittadini, portatori di valori, credenze morali e politiche, sono allo stesso tempo anche agenti economici – attori di un comparto economico, produttori e consumatori, proprietari. È così assurdo immaginare che essi possano elaborare una conoscenza in grado di respingere e depurare i valori e gli interessi che premono a ogni atto della loro vita normale. Ciò è particolarmente vero per quei temi scientifici comunque collegati a controverse istanze normative, come nel caso delle sostanze d’abuso e delle tossicodipendenze. La cornice ideologica, l’alone culturale che circonda l’idea di droga, il paradigma di riferimento entro cui viene coniugato ogni valore e ogni ipotesi, anche i progetti di indagine, sul tema delle sostanze d’abuso, inquina la costruzione stessa delle ipotesi scientifiche, inficia la libertà della scienza e alimenta, in un circolo perverso, la distorsione ideologica, la controversia politica e il pregiudizio con cui si parla e si pensa intorno alle droghe. L’ideologia e il pregiudizio non minano quindi soltanto le basi dell’opinione pubblica e conseguentemente della politica, delle scelte che vengono fatte ai vari livelli e nelle varie strutture decisionali che si occupano a vario titolo delle droghe. L’ideologia e il pregiudizio, costruendo comunque un sistema di riferimeno valoriale, delle categorie concettuali, logiche, costituiscono le fondamenta culturali in cui si radicano i modelli, le metafore, i materiali logici e le analogie che servono a costruire il discorso e la ricerca scientifica. Il corto circuito tra scienza e politica nel caso delle sostanze d’abuso tende ad annidarsi quindi già nelle radici della ricerca scientifici. Piuttosto che aggiungere incrostazioni ideologiche portando la scienza nell’arena politica, sarebbe quindi prioritario investire energie critiche in un severo lavoro di vaglio epistemologico, per depurare alla fonte, almeno in parte, i residui ideologici di cui inevitabilmente la ricerca scientifica si abbevera.
La politica sulle sostanze d’abuso è senz’altro lo spazio delle decisioni pubbliche in cui si è fatto e si fa sempre più ricorso alla scienza. Questo processo è stato progressivamente rafforzato dal primato delle scienze biomediche nella comprensione e nel trattamento dell’abuso di sostanze e delle tossicodipendenze. Se queste condotte sono patologie del comportamento su basi biologiche, il richiamo alla scienza da parte della politica sembrerebbe assumere fondamento e razionalità.
Tuttavia, in coerenza con le logiche e la prassi della politica, l’uso del concetto biomedico di abuso di sostanze e dipendenze nei dibattiti sulle scelte pubbliche tende a essere meramente strumentale. Ciò è per esempio lampante nell’impianto punitivo della legislazione italiana sul tema, del tutto inconciliabile con l’idea che il rapporto con le sostanze sia legato a patologie organiche. Nello stesso senso, appare fortemente incongruente con la concezione biomedica abbracciata dalla politica anche la scarsità di investimenti sulla ricerca delle basi biologiche dei comportamenti legati alle sostanze d’abuso, sia relativamente alla dimensione dei finanziamenti agli altri tipi di studio e intervento sul fenomeno, sia in rapporto alla diffusione di queste condotte, cosa che in questo approccio andrebbe più propriamente definita come dimensione epidemica di questa malattia.
D’altra parte la ricerca scientifica su questi fenomeni, sempre più onerosa e quindi dipendente da fonti di finanziamento più o meno interessate, fa apparire vantaggioso l’accostamento alla politica, il suo fiancheggiamento. Ciò è drammaticamente più vero oggi e in Italia e in particolare per le ricerche che riguardano l’abuso di sostanze, essendo queste scarsamente interessanti per la già marginale ricerca scientifica promossa dai privati.
La diffusione sempre maggiore del precariato di ricerca e l’esistenza di gruppi scientifici che lavorano soprattutto attraverso contratti o finanziamenti pubblici su progetti a termine fa sì che gli studiosi siano talora indotti a dare appoggio agli orientamenti culturali e alle implicazioni scientifiche alla base delle politiche governative per timore di perdere occasioni di incarichi e sostegno economico. A titolo di esempio ricordiamo i non pochi studi finanziati dal 2004 al 2006 con accordi di programma e convenzioni con università e altri istituti di ricerca dal Dipartimento nazionale per le politiche antidroga, ente istituito nel dicembre 2003 in seno alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Un modo di scegliere e sostenere la ricerca tutto politico e che ha violato le più elementari norme di valutazione peer-review che si fanno, almeno in linea di principio, sui normali bandi per attribuzione di fondi ricerca, come sulle pubblicazioni scientifiche.
Come molti matrimoni di convenienza, anche quello tra scienza e politica genera conseguenze rovinose. In questo perverso rapporto la normale dialettica politica si inceppa, viene compromessa la sua necessaria dimensione pubblica. Il dibattito incentrato su contenuti scientifici potrebbe infatti ostacolare l’informazione, la reale comprensione dei fattori in gioco e quindi l’effettiva partecipazione dell’opinione pubblica alla maturazione di una scelta. Appellandosi alla scienza per giustificare certe scelte, come quelle sulle droghe, la politica delegittima se stessa, denunciandosi incapace di fondare indirizzi e orientamenti d’azione a livello pubblico. Delegando parte dei processi di scelta agli scienziati, la politica trasferisce spazi di potere a soggetti che comunque in certo modo dipendono da qualche interesse economico ovvero fanno riferimento a una parte politica senza, tuttavia, aver nessun tipo di mandato o responsabilità di natura politica. Per conto suo, schierandosi politicamente, la scienza scade a mero mezzo nelle trattative, nella negoziazione, nel raffronto delle posizioni che precedono le scelte e le loro concrete attuazioni. Così facendo essa però finisce col vincolarsi a interessi specifici, col sacrificare i residui margini di autonomia e libertà di cui ancora può godere.
Inoltre, l’appello alle scienze biomediche nelle contese politiche sulle sostanze d’abuso confonde irrimediabilmente la discussione. Il conflitto sugli indirizzi che lo Stato e le istituzioni pubbliche dovrebbero adottare nei confronti delle sostanze d’abuso riguarda sostanzialmente contesti e significati, come per esempio il concetto di individuo, libertà, autonomia individuale, norma/devianza, ecc. che hanno connotazioni decisamente extrascientifiche, ovvero etiche, filosofiche, ideologiche. Le dispute politiche sulle droghe sono conseguentemente irriducibili ai canoni delle scienze biomediche.
Rispetto a queste scelte politiche, la scienza non può fornire risposte univoche: la radicale pluralità di concezioni, atteggiamenti e comportamenti relativi ai valori e ai significati comunque legati alle sostanze d’abuso implica alternative illimitate che possono condurre a innumerevoli e imprevedibili esiti diversi. D’altro canto, la complessità, l’incertezza e le ambiguità delle evidenze scientifiche attuali e applicabili alla questione dell’abuso di sostanze sono tali da poter sostenere, in linea di principio, qualunque argomentazione e qualunque posizione politico-ideologica. Ciò è peraltro evidente nell’attuale dibattito nazionale e internazionale sulla regolazione del consumo di cannabis. Ogni parte politica è in grado di portare una letteratura scientifica sterminata a fondamento e supporto della sua posizione.
In questo caso, quindi, piuttosto che per dirci da quale parte sta la “verità”, la scienza dovrebbe essere interpellata per sapere quali concrete alternative sono concepibili nella questione delle sostanze d’abuso, quali possibili e diverse conseguenze di ogni alternativa siano prevedibili in relazione alle conoscenze condivise dalla comunità scientifica. È un processo peraltro che deve costantemente accompagnarsi alla diffusione della cultura scientifica quale strumento per promuovere una effettiva partecipazione dei cittadini alla formazione di scelte sempre più complesse in quanto legate a conoscenze via via più sofisticate. Il dossier di Sapere vuole offrire un contributo in questa direzione, per l’avvio nel nostro paese di un vero dibattito sul rapporto tra scienza e politica nel caso delle sostanze d’abuso e delle dipendenze.
RINGRAZIAMENTI
L’autore è grato alla Fondazione Umberto ed Elisabetta Porfiri Onlus per il sostegno alle attività di ricerca sull’epistemologia e l’etica dei disurbi del comportamento, tra le quali anche la prossima edizione della Scuola Internazionale di Filosofia e Storia della Biologia e della Medicina, i cui programmi saranno dedicati a questi temi
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