Dossier: Tutti i danni del proibizionismo
Pragmatismo salvavita
0Un invito al pragmatismo. E’ quello che la quarta Conferenza Latina (Clat 4) sulla riduzione dei danni correlati al consumo di droghe, che si è conclusa a Milano lo scorso 1° dicembre in significativa concomitanza con la Giornata mondiale contro l'Aids, ha rivolto alle istituzioni di molti paesi dell’America Latina, ma anche dell’Europa. In quella sede si sono infatti confrontate le esperienze di chi in diverse parti del mondo cerca una alternativa alle politiche di stampo repressivo finora praticate con scarsi risultati. Un nuovo approccio non considera le sostanze stupefacenti il nemico da debellare con qualunque mezzo, ma beni di consumo diffusi con cui bisogna imparare a convivere. Cercando di limitare il più possibile i rischi chi ne fa uso e, in generale, per la società. Insomma: un approccio razionale, che tenga conto dei risultati, e non ideologico. Per capire attraverso quali strumenti si può invertire rotta anche in Italia, abbiamo intervistato Paolo La Marca tra i promotori di Clat4.
Dottor La Marca, cosa si intende per strategie di riduzione del danno (Rdd), quando si parla di droghe?
Si tratta di una serie di interventi che hanno come principale obiettivo la tutela della salute dei tossicodipendenti. Questo approccio prese il via circa venti anni fa quando scoppiò l’emergenza Aids e si sviluppò poi in tre piani d’azione. Al primo livello si hanno le cosiddette unità di strada costituite da operatori che fanno prevenzione distribuendo siringhe nuove e raccogliendo quelle usate, consegnando materiale informativo e fornendo supporto psicologico a chi ne ha bisogno. Al secondo livello si passa a interventi semi strutturati, ossia centri diurni con le stesse funzioni delle unità di strada, dove però è il tossicodipendente a recarsi a sua discrezione. Al terzo livello c’è il servizio pubblico dove personale altamente specializzato stabilisce con il paziente un trattamento terapeutico come, per esempio, la somministrazione di sostanze alternative, generalmente il metadone.
Esistono prove sull’efficacia di interventi di Rdd? In che cosa si distingue l’approccio dell’America Latina da quello europeo?
I dati sulla diffusione dell’Hiv tra i tossicodipendenti parlano chiaro. Mentre in Italia negli anni Novanta il 64% dei malati di Aids era un tossicodipendente, oggi la percentuale è scesa sotto il 39%. Non possiamo affermare che sia merito esclusivamente delle politiche di Rdd, ma sicuramente queste hanno dato un contributo rilevante. Un’ulteriore conferma ci viene dall’Inghilterra: nella città di Liverpool, dove la riduzione del danno è applicata da anni in maniera costante, i sieropositivi tra i consumatori di droghe rappresentano il 16%, mentre là dove non vi sono state strategie altrettanto efficaci la percentuale si attesta intorno al 50%. Per quanto riguarda l’America Latina le politiche di riduzione del danno devono affrontare una diffusione molto maggiore, rispetto all’Europa, del consumo per via endovenosa. Perciò le strategie sono orientate a evitare i danni correlati a questa forma di assunzione.
Le narcosale, della cui apertura si discute nella città di Torino, rientrano tra gli interventi di riduzione del danno?
Si tratta di uno strumento che ha dimostrato la sua efficacia ovunque è stato introdotto. Nel mondo esistono 64 strutture del genere (narcosalas, injection rooms, stanze del buco) e in tutti i luoghi dove si trovano, Germania, Spagna, Francia si è assistito a due fenomeni positivi: una riduzione del numero di siringhe abbandonate per le strade, perché l’assunzione di sostanze non avviene più all’aperto, e il calo della microcriminalità. Si sono quindi rivelate un vantaggio non solo per la salute dei consumatori, ma per l’intera società. Non vedo perché se hanno funzionato altrove non debbano funzionare anche qui. Ciò non toglie che è necessario comunque un periodo di valutazione di costi e benefici che serva anche per adattare le metodologie adottate in queste esperienze alle caratteristiche specifiche del nostro paese.
Cosa si è fatto e cosa c’è ancora da fare in Italia nell’ambito della Rdd?
In Italia manca il coraggio politico di fare scelte pragmatiche e non ideologiche. Quando venti anni fa abbiamo intrapreso la strada della riduzione del danno siamo stati di esempio alla Spagna e alla Francia. Oggi invece la situazione è stagnante e nessuno osa invertire la rotta. Tra le misure che si potrebbero adottare c’è il cosiddetto pill test, l’analisi chimica delle pasticche che circolano nelle discoteche o nei rave. Un semplice esame di laboratorio potrebbe far conoscere al consumatore le componenti chimiche del prodotto che ha acquistato rendendolo consapevole degli eventuali rischi che corre. Mi sembra un’informazione indispensabile al pari di quelle contenute nelle etichette dei cibi. Un altro provvedimento urgente è l’introduzione di strategie di riduzione del danno all’interno delle carceri, dove la droga non potrebbe circolare, ma nella realtà è molto diffusa. Bisogna quindi pensare prima di tutto alla salute dei detenuti affinché, una volta fuori, evitino anche di contagiare altre persone. Esistono poi protocolli oramai consolidati in altri paesi, come Germania e Olanda, sull’efficacia terapeutica della somministrazione controllata di eroina che potrebbero venire applicati anche da noi.
Tutti gli interventi di cui ci ha parlato sono compatibili con l’attuale legge di impronta proibizionista?
Assolutamente sì. Non c’è bisogno di intervenire sulla legge per incentivare la politica di riduzione del danno, ma va superato l’empasse ideologico che considera la droga come un mostro. Le limitazioni che la legge impone, come quella per esempio di considerare cessione di materiale stupefacente la consegna a un operatore di una pasticca da analizzare, possono essere superate di volta in volta con soluzioni alternative, come lasciar fare il test direttamente al consumatore. Il fatto che la droga sia illegale non ne impedisce la diffusione. E una volta che le sostanze circolano ci sono tre strade da intraprendere: la lotta al narcotraffico, la riduzione del danno e la riabilitazione. Questi tre obiettivi sono perfettamente compatibili e vanno perseguiti allo stesso modo.
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