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21 Maggio 2012 | ultimo aggiornamento circa 2 ore fa

Dossier: L'Europa si armi di nonviolenza

Temi società

Maglia nera alla Cina

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Pubblicato il 15 Aprile 2008 15:26

Oltre 1.200 condanne a morte, senza contare i casi in cui il boia ha agito in gran segreto. Sono i numeri della pena capitale nel 2007 contenuti in un rapporto presentato ieri da Amnesty International.

Mentre vari governi, Italia in prima linea, spingevano l’Assemblea generale Onu ad adottare una moratoria per la pena di morte, il boia non ha interrotto il suo lavoro. In totale le persone messe a morte sono state 1.252 in 24 paesi, mentre le sentenze capitali emesse sono state 3.347 in 51 paesi. Attualmente nei braccio della morte si trovano circa 27.500 prigionieri. In alcuni paesi il numero delle esecuzioni fa registrare un aumento, toccando quota 317 in Iran, 143 in Arabia Saudita e 135 in Pakistan, mentre il bilancio del 2006 aveva fatto segnare rispettivamente 177, 39 e 82 esecuzioni.

L’88 per cento delle esecuzioni note è avvenuto in cinque paesi: Cina, Iran, Arabia Saudita, Pakistan e Usa. L’Arabia Saudita ha il più alto numero di condanne a morte eseguite pro-capite, seguito da Iran e Libia. La Cina è il primo paese per numero di esecuzioni note, almeno 470. Ma dare un numero esatto non è possibile, visto che il governo di Pechino considera la pena di morte un segreto di Stato. “L’uso segreto della pena di morte deve cessare. Il velo che avvolge la  pena di morte deve essere sollevato. Molti governi dichiarano che le esecuzioni hanno il sostegno dell’opinione pubblica che, proprio per questo, ha il diritto di conoscere ciò che viene fatto in suo nome”, commenta Amnesty. Molti i paesi che nel 2007 hanno continuato a eseguire condanne capitali per reati comunemente non considerati così gravi o dopo processi iniqui. È il caso di un manager di 75 anni, fucilato in Corea del Nord per non aver dichiarato le proprie origini familiari, aver investito i suoi risparmi nell’azienda, averne messo a capo i figli e aver fatto telefonate all’estero. E ancora di Ja’far Kiani, padre di due figli, lapidato in Iran per adulterio. Inoltre Arabia Saudita, Iran e Yemen, in violazione del diritto internazionale, hanno eseguito condanne a morte nei confronti di imputati che avevano meno di 18 anni al momento del reato. (r.p.)

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