Non solo Inca
0Carolina Orsini
Pastori e guerrieri. I Recuay, un popolo preispanico delle Ande del Perù
Jaca Book 2007, pp.128, euro 16,00
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Se venisse chiesto ai cittadini europei di nominare alcune popolazioni che hanno abitato il continente americano centro-meridionale prima delle grandi scoperte di XV-XVI secolo, la stragrande maggioranza avrebbe serie difficoltà a trovare altri nomi oltre quello degli Inca e degli Aztechi. Eppure la storia antropologica e culturale del continente “nuovo” è ben più complessa, costituita da popoli differenti dislocati su un territorio vastissimo, di cui evidentemente in Europa si ha scarsissima cognizione. Va considerato quindi un’ottima occasione per colmare tale deficit culturale il libro di Carolina Orsini, archeologa italiana specializzata sulle popolazioni della Ande e che collabora con numerosi istituti di ricerca internazionali.
Attraverso le pagine del testo, anche chi non è particolarmente avvezzo alla materia potrà conoscere un po' più da vicino, come in un documentario televisivo, i Recuay, stabilitisi intorno al II a.C. nell’area oggi corrispondente alla zona centro-settentrionale del Perù, dove rimasero fino all'Ottocento ca. Epicentro di questa realtà fu Chavin Huantar, un luogo di culto e spazio liturgico, attorno al quale sorsero case e spazi in cui allevare animali domestici. I Recuay vissero, infatti, soprattutto di pastorizia, allevando principalmente camelidi andini, e di quel poco di agricoltura possibile nelle terre ad alta quota a ridosso della Cordigliera Bianca, coltivando mais alle quote più basse e tuberi alle più alte. Grazie a delle canalizzazioni furono capaci di sfruttare come fonte idrica le cime perennemente innevate dei ghiacciai e tra le altre attività si distinsero nella metallurgia, nella ceramica e nei commerci. Tutti i loro insediamenti (Yayno, Pashash, Walum, Chiuncawas, Jatungaga, Honcopampa, ecc.) furono caratterizzati da pianori – sui quali si svolgeva la vita sociale della comunità e soprattutto la sua ritualità – situati alla sommità di terrazzamenti a gradoni che venivano fortificati da mura prospicienti le valli.
Quanto sappiamo della cultura Recuay lo dobbiamo alle indagini archeologiche e in particolar modo ai ritrovamenti di ceramiche decorate che ci danno un’idea delle cerimonie religiose della popolazione. È così che scopriamo bottiglie antropomorfe che mostrano alti dignitari, spesso raffigurati nell’atto di suonare strumenti a fiato o affiancati da animali sacri come i lama; donne abbigliate con vesti a scacchiera e dal capo velato; scene di accoppiamento; scene di libagioni o di sacrifici ambientati in spazi circolari (forse le piazze poste nella zona più elevata degli insediamenti Recuay); ma anche vasi, bicchieri, olle, giare, borracce, tutte riprodotte nel libro, con diverse decorazioni: mostri-felini dai lunghi artigli, uccelli, motivi geometrici e singolarissime “happy faces” - come vengono chiamate dagli archeologi -, sorta di modernissimi smile dal viso rotondo, bocca dentata e arti serpentiformi.
Tra le tante pratiche Recuay segnalate dall’autrice del libro sorprende, per la sensibilità odierna, quella delle capacochas, rituali consistenti nel sacrificio di bambini al fine di ingraziarsi le forze deificate della natura. Si conosce, a tal proposito, il caso della figlia di un signore locale, Tanta Carhua, seppellita viva per questo “propiziatorio scambio con la natura” in occasione della costruzione di un nuovo canale di acqua. È solo uno dei molteplici esempi grazie a cui si evince lo strettissimo rapporto dei Recuay con il paesaggio circostante, dominato dalla Cordigliera Bianca, fonte di vita poiché capace di assicurare alla popolazione l’approvvigionamento idrico e quindi l’allevamento, l’agricoltura la sopravvivenza, ma anche inarrestabile forza contro cui combattere e convivere, talvolta persino sacrificando – come si è visto – alcuni propri membri.
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