Quando il medico è complice
0In almeno cento paesi nel mondo la tortura nelle carceri è prassi consolidata e in almeno un caso su due i medici collaborano con gli aguzzini. Con compiti non proprio edificanti: ridurre il più possibile i segni delle violenze, accertarsi che il detenuto sia in grado di sopportare il trattamento riservatogli mantenendolo in vita, valutare se aumentare o meno l’intensità della tortura. Ciò dimostra che la Dichiarazione di Tokyo sull’etica medica e la tortura, firmata nel 1975, non ha ottenuto gli obiettivi che si era prefissata e che troppi camici bianchi sono tuttora complici di gravi violazioni dei diritti umani.
A mettere in luce i punti deboli del codice deontologico internazionale ci hanno pensato i due autori di un articolo pubblicato su The Lancet lo scorso 22 gennaio. Dopo aver ricordato che il giuramento di Ippocrate invita a tutt’altro comportamento (tutela della salute dei detenuti e garanzia del rispetto dei diritti umani), Steven Miles del Centro di Bioetica dell’Università del Minnesota e Alfred Freedman del New York Medical College suggeriscono quattro modifiche urgenti al documento del 1975. In primo luogo introdurre una definizione di tortura riconducibile alla legislazione internazionale per rendere penalmente perseguibile il medico coinvolto in episodi di tortura; in secondo luogo esigere la pubblicazione del certificato di morte di ogni detenuto come previsto anche dalla Convenzione di Ginevra; terzo, impedire a medici colpevoli di tali reati di esercitare la professione una volta giunti in altri paesi; infine, semplificare al massimo il linguaggio del documento perché diventi comprensibile anche a persone con un livello di istruzione basso.
L’interesse di The Lancet per questo anomalo impiego dei medici non è un caso isolato nel panorama dell’editoria scientifica internazionale. A ridosso delle celebrazioni per i sessant’anni della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (dicembre 2008) anche il New England Journal of Medicine aveva denunciato il ruolo di medici e psichiatri negli interrogatori forzati (qui il link all'articolo), mentre il British Medical Journal poco prima aveva invitato gli anestesisti a rifiutarsi di somministrare i farmaci letali ai condannati a morte (vedi anche Galileo: "Mai più medici-boia").
Difficile valutare quale peso possono avere prese di posizioni di questo tipo. “Certamente non risolveranno tutti i problemi, ma lasciano comunque un segno. Soprattutto perché contribuiscono a formare una cultura contraria alla violazione dei diritti umani. Non escludo che queste decise condanne da parte della comunità scientifica abbiano contribuito alla presa di posizione del neo presidente americano Obama di chiudere Guantanamo” azzarda Carlo Bracci di "Medici contro la Tortura".
Per dare un’idea dell’impunità di cui godono i medici coinvolti in crimini contro l’umanità, basti pensare che i casi di condanna da parte di un tribunale civile o militare si contano sulle dita di una mano e lo stesso vale per i provvedimenti di espulsione dall’albo professionale. La società medica cilena ha radiato sei medici che avevano operato durante il regime di Pinochet, altri tre sono stati costretti ad abbandonare il camice rispettivamente in Brasile, Uruguay e Sud Africa. Meglio è andata ai medici americani che hanno contribuito alla riuscita di molti interrogatori tra Guantanamo, l’Iraq e l’Afghanistan, a cui però non è stata risparmiata una unanime condanna morale.
“Quando pochi mesi fa”, spiega Bracci, “il manuale adottato dalla CIA sulle tecniche di interrogatorio è stato reso pubblico, sono emerse anche le complicità di varie professioni sanitarie, dai dentisti che provvedono all’estrazione dei denti, agli psicologi che suggeriscono il trattamento più efficace a seconda del carattere del detenuto. Da qui è nata anche l’esigenza di dissociarsi in modo inequivocabile dalla faccia malata della medicina”.
Faccia non del tutto inedita neanche qui da noi, mette in guardia Bracci. “Ricordiamoci che nel nostro paese non esiste il reato di tortura per cui se alcuni episodi non rientrano sotto questa categoria è solo per una lacuna del codice penale. Teniamo presente, inoltre, che nella caserma di Bolzaneto a Genova erano presenti alcuni medici militari”. Un chiaro invito a non abbassare la guardia.
Riferimento: n engl j med 359;24 december 11, 2008
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Autore
Giovanna Dall'Ongaro
Laureata in filosofia ha curato l’ufficio stampa dell'Ente Nazionale Protezione Animali e collabora come free lance con diverse testate, tra cui 50&Più (Confcommercio),L'Espresso, La Macchina del Tempo. Dal 2003 fa parte della redazione di Sapere.
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