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08 Febbraio 2012 | ultimo aggiornamento circa 6 ore fa
Temi ambiente

Kyoto pensa al futuro

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di Andrea Gentile | Pubblicato il 16 Febbraio 2009 11:27

Oggi ricorre il quarto anniversario dell’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto, l’accordo internazionale che coordina gli sforzi per far fronte al riscaldamento globale. I 184 paesi che l'hanno ratificato – tra cui l’Italia - si sono impegnati a ridurre le proprie emissioni di anidride carbonica, reputata la principale responsabile del cambiamento climatico. L’obiettivo si dirà raggiunto se, alla fine del quinquennio 2008-2012, le emissioni si ridurranno del cinque per cento rispetto alla quantità di CO2 rilasciata nel 1990. Sono diversi i meccanismi in base ai quali le nazioni possono mettere in atto questa riduzione. Tra questi c’è il mercato delle emissioni, basato sulla compravendita di quote, e la promozione di progetti “verdi” nei paesi in via di sviluppo.

Ma ancora prima della sua conclusione, il Protocollo sembra già superato. Ne parliamo con Gianni Silvestrini, direttore scientifico di Kyoto Club, organizzazione no profit costituita da imprese, enti, associazioni e amministrazioni locali impegnate a sensibilizzare verso i cambiamenti climatici.

Gli anniversari comportano sempre un bilancio e uno sguardo al futuro. A che punto siamo con il Protocollo di Kyoto?

Purtroppo il 2010 vedrà aumentare del 50 per cento le emissioni di CO2, rispetto ai valori del 1990. Questo soprattutto a causa della mancata ratifica del Protocollo da parte di uno dei maggiori produttori mondiali di anidride carbonica, gli Stati Uniti, svincolato dagli obblighi dell’accordo. Inoltre c’è stata la grande e imprevista esplosione dell’economia cinese, arrivata a superare gli Usa in quanto a CO2. Ma anche alcuni paesi ratificatori, come Giappone e Australia, avranno grandi difficoltà a raggiungere gli obiettivi. L’Europa, invece, è allineata con Kyoto, anche se la situazione dei singoli paesi è ben diversa. La Comunità Europea si è imposta dei limiti più stringenti da un punto di vista energetico con gli obiettivi 20-20-20: entro il 2020 tutti i paesi dovranno aumentare del venti per cento il ricorso a fonti alternative, ridurre le emissioni del 20 per cento e risparmiare un altro venti per cento.

Il Protocollo, quindi, è superato?

Ormai si guarda già al post Kyoto, verso un’accelerazione degli obiettivi e un superamento delle difficoltà affrontate finora. Il prossimo dicembre, nell’ambito della Climate Change Conference a Copenhagen, speriamo di giungere a un accordo condiviso che coinvolga non solo i paesi industrializzati, che hanno fatto da battistrada, ma anche quelli in via di sviluppo, con meccanismi che non ne penalizzino la crescita, ma che ne contengano le emissioni di CO2. E gli Stati Uniti questa volta potrebbero fare la differenza, vista l’attenzione che il nuovo presidente Barack Obama pone nei confronti dell’ambiente.

L’Italia invece come sta andando?

Probabilmente il nostro paese non riuscirà a rispettare gli obiettivi. Perché il saldo delle nostre emissioni è comunque positivo. Negli ultimi anni, infatti, l’Italia si era attestata su un dieci per cento di incremento rispetto alle emissioni del 1990, mentre tra il 2007 e il 2008 si è scesi all’otto per cento. Questo grazie alle condizioni climatiche favorevoli, alla crisi economica che ha frenato la produzione e alle politiche economiche in materia di energia inaugurate dallo scorso governo Prodi. Speriamo che l’attuale governo prosegua nella conferma delle detrazioni fiscali per le spese sostenute in favore dell’efficienza energetica. Il problema del nostro paese risiede nel convincere politici e industrie che affidarsi a efficienza e fonti rinnovabili può garantire grandi vantaggi e aiutare il paese a superare la crisi. Nella sola Germania, grazie alle nuove imprese, sono stati creati 250mila posti di lavoro. Ma forse il mercato sta cambiando idea: nel 2008 abbiamo potuto fare affidamento su 200 MW ottenuti con il fotovoltaico, 400mila metri quadrati occupati dal solare termico e 1010 MW forniti con l’eolico. Peccato che nel frattempo si siano persi dieci anni.


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