Medicina, non fidatevi dei giornali
0L'informazione medica? Bocciata. Perché tende al sensazionalismo, e finisce per indurre false aspettative nel pubblico, quando non propone addirittura una sfacciata pubblicità a terapie prive di validazione scientifica. Sono le conclusioni di uno studio, pubblicato su PlosOne, condotto dal Media Doctor Australia, un osservatorio indipendente che dal marzo del 2004 al giugno del 2008 ha monitorato la qualità dell’informazione medica in 1230 articoli apparsi sui media australiani: quotidiani, TV, radio, periodici e riviste on-line. E la condanna è senza appello, anche se l'osservatorio intravvede alcune leggere attenuanti: i giornalisti sono sempre sotto pressione a causa dei tempi stretti, e a volte non hanno un'adeguata formazione su temi delicati come il cancro.
Il metodo usato dall’osservatorio, che prende in rassegna gli articoli che si occupano di nuove cure/interventi sanitari per le persone (medicine, tecniche chirurgiche, test diagnostici e le relative terapie), combina complesse analisi statistiche con analisi qualitative svolte da revisori indipendenti, ed è lo stesso utilizzato in Canada, da Doctor Canada, e negli Stati Uniti, da Health News Review. I media ritenuti utili allo scopo del monitoraggio sono stati raggruppati in quattro categorie: i periodici (The Daily Telegraph e Herald Sun), i quotidiani (The Australian, Sydney Morning Herald e The Age), i servizi di notizie on line (ABC Online e Ninemsn) e i servizi d’attualità della Tv commerciale (Today Tonight' Channel 7 e A Current Affair Channel 9). Degli articoli revisionati da Media Doctor, 613 (50,7%) erano relativi a prodotti farmaceutici, 121 (10%) riguardavano i test diagnostici, 98 (8,1%) le procedure chirurgiche e 387 (31,5%) sono stati classificati sotto la voce “altro”.
I criteri a cui i revisori si sono dovuti attenere sono stati fissati in dieci parametri: alcuni di questi riguardano la novità degli interventi di tipo medico, la loro effettiva disponibilità, le evidenze scientifiche che supportano il tipo di trattamento di cui si parla, il parere di esperti indipendenti ma anche se il giornalista abbia approfondito l'argomento in modo autonomo, o si sia limitato ad attingere al comunicato stampa dell'azienda o dell'ente di ricerca.
Ogni articolo è stato esaminato secondo i dieci parametri, per ciascuno dei quali veniva stabilito un valore relativo: “soddisfacente”, “non soddisfacente” o “non valido” quando il parametro non è significativo. I punteggi finali sono espressi come percentuale di adeguatezza al tema trattato, secondo i valori assegnati. I revisori erano a loro volta supervisionati da un revisore più esperto, specie nella fase finale, quella di commento, dove si evidenziano i punti di forza, gli elementi che potrebbero essere migliorati, o gli aspetti trattati in modo inadeguato, come un linguaggio sensazionalistico o titoli inappropriati.
In termini di adeguatezza finale, dunque, la percentuale media complessiva è risultata del 52%. Rispetto a questo dato i quotidiani la fanno da padrone con un valore medio del 58%, seguiti dai periodici e dagli articoli on line, entrambi al 48%. Ultima la Tv, con un valore medio del 33%. Ma quando lo studio va a scomporre questi dati con l’analisi della varianza, assieme all’analisi qualitativa, emergono informazioni diverse e più dettagliate. Le notizie on line, ad esempio, sono quelle che hanno registrato il miglioramento statisticamente più significativo, con il 5.1%.
Viceversa, la situazione reale delle notizie della televisione, già ultima in classifica, sembra di gran lunga peggiore: “Se complessivamente la situazione è mediocre, il dato più sorprendente viene dalla Tv” – commentano gli autori dello studio. La comunicazione medica televisiva, quando centra l’interesse sull’estetica e sulla performance (35% dello spazio), è definita da Media Doctor come propaganda “sfacciata”. Ma la preoccupazione degli studiosi sale laddove lo studio ha analizzato in dettaglio l’enfasi con cui vengono presentati al grande pubblico tematiche sensibili. Dalle “nuove cure alternative” per il cancro, di cui si parlato a lungo nonostante l’assenza di qualsiasi validazione scientifica, fino al modo in cui si discute di disturbo dell’apprendimento infantile del linguaggio, parlando con disinvoltura di “scoperte d’avanguardia” o “soluzioni definitive”.
In conclusione, complessivamente, il livello è mediocre e la Tv ne esce a pezzi, con l'unica eccezione positiva del’informazione sul web. I giornalisti non sono formati, scrive lo studio, hanno poco tempo e poco spazio e non sanno decifrare il gergo medico, che certo non è cosa semplice. Molti di loro, inoltre, avrebbero serie difficoltà a distinguere tra unità di misura assolute e relative. Una difficoltà che sembra incastrarsi bene con quanto detto da alcuni giornalisti intervistati nel corso dello studio: “i dati relativi rendono la storia sensazionale”. I giornalisti, inoltre, non sembrano preoccuparsi troppo che l’uso di frasi come “scoperta”, anche parlando di cancro o altre malattie su cui vi sono poche acquisizioni certe, induca false aspettative nel pubblico. L’assenza del dubbio, concludono gli esperti, produce false speranze nel pubblico e guadagni per i più importanti gruppi di professionisti. “Se i miglioramenti sono solo on line e questa fosse davvero la situazione nel resto del mondo – concludono gli studiosi australiani - allora larghi strati di popolazione sono destinati a essere male informati o disinformati sui trattamenti che potenzialmente li riguardano”. (r.s.)
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