Dossier: Harvard tira le somme
Più protetti con il vaccino antipneumococco
0L'influenza, soprattutto quella causata da virus A/H1N1, fa molta paura. Ma forse dovrebbero spaventare di più le sue complicanze, quelle che nelle persone sane sono le cause finali di morte. Prima fra tutte la polmonite. Ma mentre per la nuova influenza il vaccino tarda ad arrivare ed è disponibile per le sole categorie a rischio, la vaccinazione contro lo pneumococco è offerta su tutto il territorio nazionale. “I bambini sani che hanno seguito il calendario vaccinale hanno una protezione in più contro le complicanze dell'influenza, anche quella A”, ha spiegato Paolo Bonanni, ordinario di Igiene all'Università di Firenze, durante il congresso internazionale “Bridging to the Future. Pneumococcal conjugate vaccine summit” in corso oggi a Roma. “Per i bambini a rischio, invece, resta primaria l'esigenza di ricorrere al vaccino specifico contro l'influenza A”, dice ancora Bonanni.
Che a uccidere durante le epidemie di influenza siano principalmente le infezioni batteriche secondarie lo confermano anche i dati della “Grande influenza”, quella del 1918-19. Lo ha dimostrato Keith Klugman della Emory University (Usa) analizzando i dati clinici disponibili: prima di tutto la maggioranza delle morti è avvenuta intorno al decimo giorno dalla comparsa dei sintomi. “Se a uccidere fosse stato il virus il decesso sarebbe stato intorno al terzo-quarto giorno”, ha spiegato durante il suo intervento alla conferenza internazionale. Anche i sintomi riportati fanno pensare che a infliggere il colpo mortale a quegli organismi debilitati siano state delle infezioni batteriche. Quali batteri? “I pochi campioni biologici che è stato possibile analizzare mostrano che almeno nell'80 per cento dei casi nei deceduti era presente lo pneumococco”, va avanti Klugman.
Possiamo pensare che i dati del 1918 valgano anche per la situazione attuale? “I dati su H1N1 sono ancora troppo pochi per avere delle prove dirette dell'azione delle infezioni batteriche. Ma abbiamo delle prove indirette di quanto la vaccinazione protegga da un eccesso di decessi”, sottolinea Klugman. Secondo l'esperto, infatti, i dati provenienti dalle autopsie eseguite negli Stati Uniti sui morti per H1N1 qualcosa dimostrano. Il batterio più presente nei polmoni dei bambini deceduti è lo pneumococco, anche se con una percentuale molto inferiore a quella riscontrata nel 1918. E i ceppi riscontrati non sono quelli presenti nel vaccino in uso negli Usa (che ne contiene 7, come quello in uso in Italia dove da poche settimane è disponibile anche quello che ne contiene 10). “I dati disponibili si riferiscono ad agosto 2009 per un totale di soli 10 casi, ma si tratta delle prova indiretta del fatto che se non ci fosse stata la copertura della vaccinazione avremmo avuto molti più casi di polmonite nei bambini affetti da H1N1, e quindi più morti”, ha concluso Klugman.
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