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08 Febbraio 2012 | ultimo aggiornamento circa 6 ore fa
Temi salute

Pecore senza genoma materno

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Pubblicato il 26 Novembre 2009 17:42

Un embrione di pecora ottenuto da due Dna maschili. Lo hanno realizzato i ricercatori dell'Università di Teramo, coordinati da Grazyna Ptak, docente della Facoltà di Medicina Veterinaria (la stessa che nel 2001 ha clonato un esemplare di muflone sardo, vedi Galileo). Si tratta della prima volta che viene prodotto questo tipo di embrione, chiamato androgenote, di un animale di interesse veterinario e non di topo. La sperimentazione rientra in un progetto triennale che ha ottenuto dal Consiglio europeo della ricerca, in seno al programma "Idee", un finanziamento di 400mila euro.  

Gli embrioni sono stati ottenuti tramite micro-manipolazione dei gameti. Quello che hanno fatto i ricercatori, guidati dalla professoressa Ptak e da Pasqualino Loi (che ha collaborato anche con il gruppo di ricerca che ha clonato la pecora Dolly ed è tra i massimi esperti italiani di questo campo della genetica) è stato prelevare le cellule uovo dalle ovaie di alcune pecore (prelevate dal mattatoio) e portarle a maturazione in vitro. Successivamente da queste cellule uovo è stato prelevato il nucleo contenente il materiale genetico e sostituito con due spermatozoi.

“Oltre una ventina di giorni lo sviluppo di un feto monoparentale di questo tipo non procede, perché servono geni specifici del Dna materno - racconta a Galileo Grazyna Ptak, coordinatrice del progetto – Ma il nostro scopo non è creare individui, quanto studiare alcune patologie nella gravidanza della donna”.

Come raccontano i ricercatori, il Dna materno e paterno hanno un ruolo complementare, entrambi servono per il corretto sviluppo del feto. I geni paterni, in particolare, sono responsabili dello sviluppo della placenta; quindi un androgenote dovrebbe presentare un feto sottosviluppato e una placenta sproporzionata. Nella maggior parte delle patologie che colpiscono il feto, come per esempio il diabete, si osserva un’alterazione della placenta e un feto sottopeso. "Il modello quindi ci permetterà di studiare queste patologie a livello genico”, precisa la Ptak.

Ovviamente anche il modello monoparentale materno è utile per questo tipo di studi ma è più semplice da ottenere (ed è stato già ottenuto da loro e da altri sin dal 1998). La tecnica messa a punto dal gruppo di Teramo - formato oltre alla Ptak e a Loi - da giovani ricercatori tutti al di sotto dei trent’anni -  ha un efficienza molto alta, appena inferiore a quella delle tradizionali fecondazioni in vitro: 25 -30 per cento.

“Nessuno ancora si è mai preoccupato di descrivere la morfologia di questi modelli monoparentali. Uno dei nostri obiettivi invece è proprio quello di riuscire a elaborare e pubblicare descrizioni accurate e utili allo studio delle patologie della gravidanza”, ha concluso la ricercatrice. (c.v.)

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