Sulle tracce delle armi
0Ha un'allergia al telefonino, un'aria di mistero che intriga, ma anche il sorriso aperto di chi non ha segreti. Di mestiere studia la logistica del traffico di armamenti, perché è convinto che in quel mondo opaco si possa nascondere tanto, ma non tutto. Si possono 'truccare' i certificati di destinazione dei carichi di morte, giostrare con le transazioni finanziarie in modo da non far figurare i nomi dei trafficanti, triangolare la merce per far ingarbugliare controlli e controllori, ma alla fine c'è poco da fare: prima o poi, un container carico di armi dovrà pur sempre partire da un punto A per raggiungere un punto B. E' l'unica parte della catena che non si può nascondere completamente. Ed è questo che studia, Sergio Finardi. Gli abbiamo chiesto di raccontarci il suo mestiere.
Lei è italiano, ma vive e lavora negli Stati Uniti da anni. Quando ha cominciato a occuparsi di traffico di armi? E da dove nasce il suo interesse per il problema?
“Non mi occupo esattamente di traffico di armi, quanto piuttosto della circolazione delle armi, ovvero della logistica del commercio mondiale di armamenti, dove ci sono precise logiche di potere, 'visibili' ma anche 'invisibili': le prime sono gestite dai governi e le seconde pure. A volte, queste ultime contemplano personaggi strani, che possono essere individui pericolosi oppure semplicemente degli uomini d’affari che amano la compagnia dei servizi segreti, spesso più di uno alla volta. Ma i cosiddetti trafficanti di armi sono tutti degli impiegati di una logica che non controllano e da cui invece sono strettamente controllati. Il traffico, inteso come attività criminale privata, è una minima parte del commercio illegale di armi, che è tutto gestito dalle porzioni meno presentabili dei nostri amati governi. Sono arrivato a occuparmi di queste cose una ventina di anni fa, facendo il consulente per un gruppo internazionale di logistica: il Saima Avandero, che lavorava molto con le comunità militari. Ho scritto, insieme a un grande amico e finanziato dal gruppo, un libro sulla costruzione delle reti di trasporto globale, che forse ha avuto una sua qualche importanza”.
Lei collabora con importanti organizzazioni per i diritti umani, come Amnesty International. Che tipo di lavoro svolge per loro?
“Scrivo dei rapporti che documentano, con assoluto rigore di prova, i flussi di armi che arrivano nelle aree che saranno poi o sono già di conflitto e di guerra. Sono documenti che servono a organizzazioni per i diritti umani, come Amnesty, a fare campagne. A lavorare a questi report siamo quattro ricercatori: abbiamo formato un centro di studi 'virtuale', perché siamo sparsi in paesi diversi. Non siamo accademici, ma il metodo è quello accademico della ricerca scientifica”.
Può citare un esempio rilevante di report a cui ha lavorato?
“Uno importante, che abbiamo fatto per Amnesty, è quello sul tracciamento degli aerei e delle compagnie che hanno partecipato alle cosiddette extraordinary renditions. Di terroristi veri, con le rendition, ne hanno presi pochissimi, ma in compenso hanno mandato centinaia di individui a essere torturati o seppelliti in prigioni mostruose. Ci abbiamo lavorato due anni e nel 2006 è uscito un rapporto che credo abbia lasciato il segno, anche se in Italia, con l’eccezione de “Il manifesto”, e della vicenda di Abu Omar, vige la consegna del silenzio su questo argomento. Ho poi lavorato sul campo per le Nazioni Unite. L'anno scorso ero nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo, devastata dalla guerra”.
Se volessimo spiegare ai lettori da che parte si comincia quando si vuole investigare un traffico di armi, cosa direbbe?
“Direi innanzitutto che ci sono due tipi di traffici: quelli di cui si sa e quelli di cui non si sa. Per i primi, su cui si hanno elementi, bisogna innanzitutto verificare puntualmente gli indizi, come in ogni investigazione. E se si hanno a disposizione dei documenti, occorre verificarne l'autenticità. Da lì partono gli interrogativi e il lavoro sul campo, se si può. Se non si può andare sul campo, allora serve un lavoro certosino di incrocio delle informazioni: nomi, società, luoghi. È importante risalire ai produttori e alle loro reti logistiche e di affari. La conoscenza delle reti di trasporto è essenziale, come è essenziale conoscere bene le armi di cui ci si occupa, perché un Kalashnikov di un certo tipo può essere stato prodotto da una quindicina di nazioni diverse, mentre uno di un altro tipo può venire solo da due o al massimo tre paesi. Così è per le munizioni: è un lavoro piuttosto difficile spesso. Alla fine di queste verifiche, si arriva a un insieme di scenari più o meno probabili, da scegliere e verificare. Se dopo la verifica si è ancora vivi, si può scrivere qualcosa. Ma i nomi veri, quelli che stanno dietro i soldati, sono la cosa importante. Comunque, io e i miei colleghi ci occupiamo più dei traffici di cui non si sa, ovvero cerchiamo di scoprire dinamiche ed elementi che possano dirci in anticipo che in certe aree, forse, è in preparazione qualcosa. A volte ci azzecchiamo pure!”.
Lei ha vinto due borse MacArthur, che sono un riconoscimento molto prestigioso, creato dalla MacArthur Foundation per premiare progetti di ricerca particolarmente innovativi e rilevanti. Che progetti erano i suoi?
“Ho vinto quelle borse presentando, con l'amico di cui dicevo prima, due progetti: uno sulle reti di trasporto nello studio del commercio e del traffico di armamenti; un altro che mirava a guardare all'organizzazione del business e ai sistemi di sicurezza di porti e aeroporti, al fine di comprendere la natura della loro permeabilità ai traffici di armi, ma anche ad altri traffici. Il primo progetto l'abbiamo presentato nel 1999 e il secondo agli inizi del 2001. Alcuni eventi successivi hanno dato una luce particolare al nostro lavoro. Abbiamo poi avuto altri finanziamenti dal Ploughshares Fund e dal Programma di sviluppo dell'Onu”.
Quali sono i flussi di armamenti più delicati, al momento? Quelli che meriterebbero un attento monitoraggio da parte delle organizzazioni internazionali e dei media...
“Sono essenzialmente quattro: quelli verso l'Afghanistan, l'Iraq, il Congo e la Somalia. Mi pare che la gente non sappia bene cosa stia davvero succedendo in questi paesi. I primi due sono stati sommersi di armi 'democratiche', che li hanno devastati e li stanno devastando tuttora. Il terzo è sommerso dalle armi che servono a controllare i flussi legali e illegali delle sue risorse strategiche: dieci anni di guerre hanno ucciso 3 milioni di persone, di cui nessuno parla nei salotti della politica mondiale. Il quarto è un crocevia di tutte le peggiori logiche di cui l'Africa e le potenze maggiori sono capaci. Non è la Somalia in sé il problema, è la sua posizione strategica e ciò che c'è al largo delle sue coste: petrolio e gas naturale, che per adesso i cosiddetti pirati tengono sotto controllo, fino a quando non si saranno fatte le spartizioni giuste”.
L'anno scorso è stato finalmente arrestato uno dei più grossi trafficanti di armi del mondo: Viktor Bout, che ha ispirato il bellissimo film con Nicholas Cage, “Lord of War”. Che pensa di gente come Bout? È davvero un mercante di morte 'fai da te' o dietro a personaggi come lui ci sono sempre i governi, i servizi di intelligence e le loro mille deviazioni?
“Le rispondo facendo parlare un mercante di armi: Val Forgett, che nel 2000 ha dichiarato: 'Il novanta percento di ciò che viene chiamato 'mercato nero' delle armi è frutto dell'invenzione di scrittori e politici. Non ci sono segreti in quel mondo. Tutti sanno. Se c'è un traffico di armi, dietro c'è un'agenzia di qualche governo'.
Quanto alla ricerca e allo sviluppo di armi, qual è la situazione italiana?
“So solo che l'Italia - Finmeccanica in particolare, ma non solo - produce cose di estrema sofisticazione, soprattutto nel campo aeronautico e in quello dell'avionica, delle lavorazioni dei metalli relativi, dell'armamento navale, dell'artiglieria e delle altre armi di fanteria: le cosiddette armi leggere. L'Italia esporta in tutto il mondo e sempre di più. C'è una rete di produzioni ad alto livello sparsa per tutto il paese: aziende poco conosciute, con grandi tradizioni di ricerca e innovazione”.
Nell'Italia di oggi, c'è a suo avviso una differenza tra la destra e la sinistra nella lotta alla proliferazione degli armamenti?
“Mi piacerebbe dire che c'è, ma non ho la lente d'ingrandimento... Prodi ha fatto tanto quanto Berlusconi in questo campo. Meglio invece ha fatto il governo D’Alema, ma sono differenze forse più di ciclo che di scelta politica. In Parlamento ci sono state - forse ci sono ancora, non lo so - persone che hanno seriamente cercato di fare qualcosa. Ed erano di sinistra. Un grosso problema sono i sindacati. Hanno paura [per l'occupazione, ndr] e in questa situazione economica è difficile dar loro torto, ma facevano lo stesso anche quando non c'era la crisi...”.
Esistono stime affidabili sul mercato oscuro degli armamenti riconducibile alle mafie italiane?
“Se ci sono, non le conosco. Ci sono stime basate sui sequestri di armi, ma le prenderei per quello che valgono. C'è spesso il vizio di inventarsi delle cifre, senza basi, come nel campo del traffico di stupefacenti o dell'economia 'illegale', tanto per voler dare a tutti i costi un'idea. Le mafie italiane credo abbiano poco a che fare con traffici consistenti di armamenti. Se stanno nel settore, ci stanno forse più per le loro necessità che per commerci veri e propri. Per questi ultimi ci sono gli uomini d'affari con la grisaglia, dei buoni biglietti di presentazione e molti amici altolocati”.
Da “Finché c'è guerra c'è speranza” con Alberto Sordi a “Blood Diamond” con Leonardo Di Caprio, il cinema ha contribuito a fissare nella coscienza collettiva l'immagine di un'Africa che è il paradiso dei mercanti di morte. È uno stereotipo ormai superato?
Direi di no, ma è uno stereotipo. Mettendo in scena avventurieri e brutti ceffi, il cinema ha contribuito a oscurare il problema vero dell'Africa sul tema: cinque decenni di esportazioni, spesso a prezzi stracciati, di ogni tipo di armamento, che le potenze hanno riversato nel continente per questo o quell'alleato, per questa o quella guerra. Sono loro i mercanti di morte. E siedono tutti, nessuno escluso, nel Consiglio di Sicurezza dell'Onu”.
A proposito di Onu, e visto che lei ci collabora, che ruolo ha nel combattere la proliferazione degli armamenti?
“L'Onu è il luogo dove combattere per la ratificazione di grandi accordi internazionali, che perlomeno mettono dei paletti alle logiche peggiori. È un lavoro defatigante, ma necessario, perché l'Onu è l'unica sede in cui si possono mettere in campo processi globali in questo settore”.
E che pensa del ruolo di organizzazioni internazionali tipo Amnesty?
“Amnesty e la coalizione di Ong che si chiama Iansa hanno condotto una costante battaglia per il controllo della proliferazione di armi. E si deve alla loro azione se oggi proprio l'Onu si sta avviando ad approvare, finalmente anche con il supporto degli Stati Uniti di Obama, il cosiddetto Arms Trade Treaty: una pietra miliare. Si tratta di un trattato internazionale, dunque non sarà la soluzione del problema, ma è un grande passo in avanti”.
Concludendo, fino a che punto è realistico pensare di poter riconvertire l'industria della morte?
“Riconvertire le industrie degli armamenti è un enorme problema, economicamente è quasi impossibile. Come si fa a riconvertire la Beretta e i saperi che da 500 anni percorrono le valli del Bresciano? Penso che il problema sia il controllo, non la riconversione, e il fatto che, oggi, i ministeri della Difesa di quei paesi che sono i maggiori produttori di armi al mondo sono divenuti dei ministeri della Guerra. Cento anni fa si chiamavano proprio così. Ed era più corretto”.
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