Evoluzione salva-cannibali
0L'evoluzione è costantemente al lavoro, anche sull'essere umano e anche sotto i nostri occhi. Lo conferma ancora una volta la scoperta di una mutazione genetica identificata nei Fore (una popolazione della Papua Nuova Guinea) che garantisce la resistenza contro una variante della mucca pazza. Si chiama "kuru"ed è una particolare forma di encefalopatia spongiforme che si trasmette mangiando il cervello dei cadaveri, usanza che i Fore praticavano durante alcuni riti funebri. La mutazione è stata identidicata dai ricercatori dello University College di Londra guidati da Simon Meas, in uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine.
Ben 2.500 Fore sono morti prima che, intorno alla fine degli anni Cinquanta, venisse identificata definitivamente la causa dei decessi, portando all'interruzione del rito cannibalistico. A colpire gli autori è stato il fatto che non tutti contraevano la malattia dopo aver mangiato il cervello dei loro cari estinti. Comparando il Dna di 152 individui deceduti a causa del kuru con quello di altri tremila membri viventi della popolazione, Mead e i suoi colleghi hanno identificato una variante fino ad allora sconosciuta del gene codificante il prione responsabile della trasmissione della malattia (vedi Galileo). La mutazione, riscontrata in 51 dei sopravvissuti e nei loro discendenti, fornisce una resistenza molto alta, se non completa, contro l'encefalopatia. Questa variante si è diffusa attraverso un recente processo di selezione naturale, in risposta alla malattia e, secondo i ricercatori, è l'esempio più chiaro di evoluzione degli esseri umani in questi ultimi anni.
“È affascinante vedere in diretta il compiersi dei principi di Darwin. Questa comunità ha sviluppato la sua risposta biologica, unica e specifica, a una terribile epidemia. Il fatto più impressionante è che questa evoluzione genetica sia avvenuta nel giro di poche decadi. Il kuru appartiene alla stesa famiglia della sindrome Creutzfeldt-Jakob e la scoperta di questo fattore di resistenza apre una nuova area di ricerca che ci porta un passo più vicino a capire, trattare e possibilmente prevenire diverse malattie prioniche”, ha concluso John Collinge, coautore dello studio. (c.v.)
Riferimenti: New England Journal of Medicine 2009; 361:2056-2065
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