Il sovraffollamento che ammala
0Un anno e mezzo fa in molti festeggiarono il passaggio della medicina penitenziaria dal Ministero di Giustizia al Sistema Sanitario Nazionale. Il DPCM del primo aprile 2008 stabiliva infatti un sacrosanto principio di uguaglianza tra tutti gli individui: i detenuti malati hanno diritto di usufruire delle stesse strutture e delle stesse cure dei cittadini liberi. Il che avrebbe dovuto significare anche un miglioramento dei servizi. È andata veramente così? A sentire le relazioni presentate ieri, 17 dicembre, a Roma al Convegno Nazionale del Forum per il Diritto alla Salute in Carcere - una onlus nata con l’intento di monitorare il funzionamento dell’assistenza sanitaria ai detenuti - sembrerebbe che la riforma si sia piuttosto fermata ai buoni propositi, mentre le nostre carceri sono sempre più affollate di malati cronici. Con le stesse percentuali più o meno del periodo pre-riforma: il 38 per cento dei detenuti affetto da epatite C, il 25 per cento positivo al test della Tbc, il 7 per cento sieropositivo.
Qualcosa evidentemente non ha funzionato. Forse perché non ci si immaginava di dovere fare i conti con un sovraffollamento degli istituti penitenziari senza precedenti nella storia del nostro paese: 66.000 detenuti a fronte di una capienza massima di 40.000. “Il sovraffollamento - spiega Alessandro Margara membro del Direttivo del Forum - ha profonde conseguenze sulla salute dei detenuti e sull’organizzazione dei servizi. Basta pensare alle risorse idriche e a quelle energetiche che diventano insufficienti se gli utenti sono più del previsto. Il che significa meno acqua per l’igiene personale e per la pulizia dei locali, una riduzione del riscaldamento e dell’illuminazione con conseguenze sia sul fisico che sulla mente”.
E se è vero, come sostiene Bruno Benigni, presidente del Centro Basaglia di Arezzo e mebro del Forum, che la popolazione carceraria cresce al ritmo di 800 nuovi ingressi al mese, la situazione non è destinata a migliorare. È chiaro quindi che finché in sette metri e mezzo resteranno stipate tre persone, come accade soprattutto nelle prigioni metropolitane, ammalarsi in carcere sarà sempre più facile. Non a caso, sia la Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo sia il Comitato del Consiglio Europeo per la prevenzione della tortura hanno ufficialmente “disapprovato” la situazione delle nostre carceri.
La soluzione? Costruire nuove carceri, dice il governo. Ma la proposta non piace a nessuno degli intervenuti al convegno. Non convince Bruno Benigni perché le nuove prigioni non sarebbero “territorializzate” e quindi incapaci di creare quel legame con la società utile al reinserimento del detenuto. E non fa presa neanche su Patrizio Gonnella di Associazione Antigone che ha in mente tutt’altra strada, fatta di misure alternative, depenalizzazione di alcuni reati, riforma del codice penale. Spingendosi a immaginare il ricorso alle liste di attesa penitenziarie, una garanzia giuridica che dovrebbe funzionare più o meno così: “Nessuno può essere incarcerato se non gli sono garantiti gli spazi fisici fissati dalle normative europee”.
Questo per quanto riguarda i lunghi periodi. A breve termine il Forum si aspetta però di chiudere almeno le due più urgenti questioni ancora irrisolte: il recepimento della rifoma della sanità penitenziaria da parte delle regioni a statuto speciale e delle provincie autonome di Trento e Bolzano, e l’assegnazione delle risorse per finanziarie alle regioni previste per il 2009, per progetti di prevenzione della salute nelle carceri.
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Giovanna Dall'Ongaro
Laureata in filosofia ha curato l’ufficio stampa dell'Ente Nazionale Protezione Animali e collabora come free lance con diverse testate, tra cui 50&Più (Confcommercio),L'Espresso, La Macchina del Tempo. Dal 2003 fa parte della redazione di Sapere.
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Lo “stress” è legato alle fantasie sul futuro: anche se in un dato momento proviamo un grande disagio, non ci sentiamo molto stressati a meno di non immaginare che il disagio si protrarrà nel tempo. Tre milioni di anni fa, i nostri antenati erano in competizione con altri animali selvatici nella savana africana. Essi sopravvissero perché ereditarono una risposta di “combattimento o fuga” che li aiutava ad affrontare l’emergenza con azioni tempestive in caso di minaccia, e perché svilupparono la capacità di pensare al passato, immaginare il futuro e pianificare azioni di conseguenza. Mentre questi sistemi, presi singolarmente, contribuivano in maniera efficace al miglioramento della sopravvivenza, operando insieme sono diventati una fonte di stress continuo. Fortunatamente molte culture umane hanno finito col trovare dei modi per allenare la mente a sospendere questa costante pianificazione della sopravvivenza, astrarsi dal flusso di pensieri e assaporare il momento presente. Questa conferenza esplorerà i modi in cui la scienza moderna sta adattando queste tecniche antiche per alleviare lo stress del mondo moderno.vai al sito galileoedit.it -
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