C’è un po’ di virus in ognuno di noi
0Non tutti i dei geni del nostro Dna sono propriamente “nostri”. Una parte considerevole - circa l’8 per cento - sono infatti “pezzetti” di virus. In particolare, questi geni appertengono a un’antica classe di retrovirus che hanno “invaso” il nostro genoma milioni di anni fa. Uno studio pubblicato su Nature rivela ora, però, un’altra inaspettata fonte di diversità genetica: sempre di virus si tratta, ma di altro tipo, noto come bornavirus.
È la prima volta che elementi virali - e non retrovirali - sono stati rintracciati nel genoma di mammiferi. Autori della scoperta sono i ricercatori dell’Università di Osaka, in Giappone, guidati da Masayuki Horie, che ha studiato campioni di Dna di esseri umani, altri primati non umani, elefanti e roditori.
L’assimilazione di sequenze genetiche estranee nel genoma ospite è detta “endogenizzazione” e avviene quando i geni virali sono integrati nei cromosomi delle cellule riproduttive (quelle che danno origine alla prole). Il Dna alieno può, in questo modo, trasmettersi da genitori a figli, a tutti gli effetti incorporato al genoma.
Il virus di Borna (ordine dei Mononegavirales) deve il suo nome all’omonima città tedesca, dove, nel 1885, scatenò un’epidemia che decimò il reggimento di cavalleria. Questo virus colpisce infatti il cervello di alcuni uccelli e i mammiferi (soprattutto cavalli e pecore) e può infettare anche l’essere umano. Il suo codice genetico è stato decodificato di recente.
I ricercatori hanno passato al setaccio 234 genomi trovando sequenze simili a quelle del bornavirus in diversi mammiferi. I dati raccolti mostrano che l’endogenizzazione è avvenuta in più linee mammaliane e in diversi momenti, tra 40 milioni di anni (nei primati antropomorfi) a meno di dieci milioni (negli scoiattoli).
Gli studiosi hanno riscontrato forti somiglianze tra il gene per le nucleoproteine (N) virale e due geni umani, chiamati EBLN-1 e EBLN-2. In un esperimento, dopo aver infettato cellule umane per trenta giorni, Horie e colleghi hanno trovato, nei cromosomi, integrazioni del Dna virale che ricordano gli elementi EBLN. Non si sa ancora se e quale ruolo abbiano giocato nell’evoluzione questi due geni, ma è stato dimostrato che le inserzioni sono una fonte di mutazione; la scoperta dimostra anche una coevoluzione di lunga data tra le due specie, tanto che questi frammenti rappresentano importanti “reperti fossili” dei bornavirus.
La scoperta potrebbe anche fornire nuovi dati a sostegno dell’ipotesi che malattie come la schizofrenia abbiano avuto origine da un’antica “invasione virale”. (t.m.)
Riferimento: Nature Vol 463|7 January 2010| doi:10.1038/nature08695
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