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23 Settembre 2014 | ultimo aggiornamento circa 13 ore fa
Temi salute, vita

Contro la retorica degli embrioni

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di Chiara Lalli | Pubblicato il 10 Aprile 2012 14:29
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Alla fine dello scorso marzo un incidente al centro di procreazione medicalmente assistita del San Filippo Neri provoca lo scongelamento di alcuni embrioni e altro materiale biologico crioconservato. Le reazioni sono violente, ma sembrano mancare il bersaglio, e approfittare dell’accaduto per insistere sull’identificazione tra embrioni e bambini (per quanto non ancora nati, ma pur sempre bambini). L'ex sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella è quella che forse si spinge più in là. Il 4 aprile dichiara: “si potrebbe ipotizzare un possibile procurato aborto ai sensi della legge 194. In un certo senso può essere stato un aborto fuori dal corpo materno, gli embrioni infatti erano da impiantare e far sviluppare, invece sono stati distrutti”.

È davvero difficile ipotizzare un aborto ove non vi sia una gravidanza, e un embrione fuori dal ventre di una donna (o di un utero artificiale in un futuro più o meno distante) non è che un embrione, non un inizio di gravidanza. Inoltre, parlare di “tragica strage di embrioni” insiste sulla equiparazione tra embrioni e persone. La stessa premessa sta dietro alla decisione da parte del Codacons di presentare un esposto per omicidio colposo. Perfino la legge 40, figlia di una visione personalistica degli embrioni, non osa equipararli alle persone giuridiche: per la distruzione di un embrione la pena prevista è fino a 3 anni di reclusione e tra 50.000 e 150.000 euro di multa (articolo 14, limiti all’applicazione delle tecniche sugli embrioni). Ben lontana da quella prevista per l’omicidio volontario.

Roccella e Codacons non sono i soli a soffiare sulla retorica degli embrioni. Il coro delle voci stonate è ben nutrito. Claudio Giorlandino, ginecologo, ha dichiarato che “si sono perse decine di vite, è un lutto per tutto il Paese”. Secondo Assuntina Morresi, membro del Comitato Nazionale per la Bioetica, gli embrioni sono “94 persone: si fa fatica a identificarle come tali, perché non ne hanno le fattezze visibili”.

Per chi ha familiarità con il dibattito che da anni si svolge sulle tecniche riproduttive, queste posizioni non suscitano stupore. Piuttosto, suscita a dir poco perplessità  un commento di Michela Marzano apparso su la Repubblica (La speranza spezzata - raro caso in cui il titolo è più preciso dell'articolo). Vale la pena soffermarcisi perché Marzano ambisce a commentare su un piano filosofico e razionale, ma invece si arena nel pantano nei luoghi comuni e della approssimazione terminologica e concettuale.

Inizia così il suo pezzo: “Come se il loro ’essere già qui’ e il loro ’non essere ancora’ costringa gli embrioni a restare nel limbo dell’incertezza”. Da un lato c’è chi “partendo dall’evidenza biologica che la vita comincia al momento della fecondazione, difendono poi la sacralità degli embrioni: si tratta già di “persone” e, in quanto tali, devono essere protetti e difesi” (la posizione ufficiale della Chiesa). Dall’altro, scrive Marzano, ci sarebbero “alcuni ‘neo-kantiani’ che pensano invece che, per essere una persona, il criterio biologico non sia né necessario né sufficiente: per parlare di ‘persona’, bisogna prima accertarsi dell’esistenza di capacità razionali e relazionali; non si nasce autonomi, ma lo si diventa”.

Sono diversi i passaggi che in questo discorso ci lasciano perplessi. Tanto per cominciare, la vita partirebbe dalla fecondazione? Verosimilmente Marzano parla delle vita biologica (scrive “evidenza biologica”), ignorando che la vita c’è da prima ed è quella dei gameti. Non le sarebbe andata meglio se avesse parlato di vita individuale e personale, non fosse altro perché fino a circa due settimane di sviluppo embrionale si può assistere a una divisione e quell’embrione diventare due embrioni. La vita è individuale o gemellare? Sono questioni ben note a chi dibatte dello statuto embrionale. Ignorarle riporta la discussione a decenni fa e la rende superflua. In generale non c’è nessun “momento magico” nell’unione di due gameti, sono processi biologici continui e senza salti mistici. E una delle difficoltà risiede proprio nel rilevare differenze morali nel continuum del processo di sviluppo (è il cosiddetto problema della soglia). Dalla vita alla sacralità: il passaggio è fallace perché si passa da un piano descrittivo a uno normativo senza offrire argomenti. Certo Marzano sta riportando una posizione, ma ci si aspetterebbe un’analisi filosofica e non un elenco acritico delle posizioni altrui.

Rispetto alla citazione della posizione dei neokantiani c’è anche un altro problema: se il criterio biologico non è necessario, di cosa parliamo? Di una sostanza estesa e immateriale? Le capacità razionali e relazionali possono darsi in assenza di un sostrato biologico? Se la filosofia rinuncia alla conoscenza degli argomenti sui quali vuole intervenire, il risultato non può che essere il totale fallimento. Un chiacchiericcio confuso e inutile, ammantato di parole reboanti ma privo di contenuto.

Tutto questo non significa che l’incidente non sia grave, ma per ragioni ben diverse da quelle offerte dai sostenitori dello statuto personale degli embrioni. È grave perché le coppie che avevano conservato gli embrioni dovranno ricominciare il ciclo. Soprattutto per le donne questo significherà sottoporsi a nuove stimolazioni ormonali, prelievi degli ovociti, attese, paure, rischi per la propria salute. Per alcuni potrebbe essere impossibile o estremamente difficile riprovarci. È grave perché nel Lazio le ispezioni nei centri, previste dalla legge 40, sono ancora in sospeso (ricordiamo che il centro del San Filippo Neri è uno dei pochissimi centri pubblici). È grave perché un investimento anche emotivo e affettivo è stato vanificato. È grave, infine, perché solo questo incidente sembra avere risvegliato l’interesse verso la legge 40, che sebbene sia stata stravolta da sentenze e tribunali è ancora caratterizzata da discriminazioni e ingiustizie. È grave perché palesi ingiustizie non suscitano altrettanta attenzione: per fare solo un esempio, nei centri pubblici la diagnosi genetica di preimpianto non si esegue, nonostante sia legalmente permesso in seguito alla sentenza del TAR del Lazio e alla sentenza 151/09 della Corte Costituzionale.

Credit immagine: Ekem / Wikimedia Commons

Commenti lascia un commento

  • di Lorenzo , il 12 Aprile 2012 14:19
    Complimenti, articolo impeccabile.
  • di laura , il 13 Aprile 2012 15:08
    L'articolo di Chiara Lalli è ben scritto, ben argomentato e di chiara comprensione. Peccato che non sia comparso sulla stampa quotidiana......

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Autore

Chiara Lalli

Little-me by fabio sabatini

Chiara Lalli ha insegnato Logica e filosofia della scienza all’Università “Sapienza” di Roma e Epistemologia delle scienze umane all’università di Cassino. Fa parte del Gruppo di studio di bioetica e cure palliative (SIN, Società italiana di neurologia); di HuGeF-Ethics Committee of the Human Genetics Foundation (Università di Torino, Politecnico di Torino e Compagnia di San Paolo) e del comitato scientifico di Parks, liberi e uguali. È autrice di “Libertà procreativa”, “Dilemmi della bioetica” (2004 e 2007, Liguori), “Buoni genitori. Storie di mamme e di papà gay” e “C’è chi dice no. Dalla leva all’aborto. Come cambia l’obiezione di coscienza” (2009 e 2011, Il Saggiatore. È stata tra i conduttori di Pagina 3, Radio 3, e collabora con varie riviste e giornali, tra cui Il Mucchio e Il Corriere della Sera. Alcuni dei suoi articoli sono qui: http://www.chiaralalli.com/ .


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