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Andrea Capocci
Free lance
diario di uno scienziato flessibile


17 Oct 2007

Gli economisti che non capiscono i soldi

Il Nobel per l'economia di quest'anno è andato a Hurwicz, Maskin e Myerson, per i loro studi sull'economia in presenza di informazione privata, cioè non disponibile a tutti. Sandro Brusco, su noisefromamerika, festeggia la riscoperta del tema da parte della commissione. A me, invece, pare che molti recenti premi Nobel siano andati a ricerche in questo campo.

Quasi tutti gli ultimi premi Nobel, infatti, si sono posti il seguente problema: se nel mercato ci fosse libera concorrenza e piena informazione, il prezzo dei prodotti equivarrebbe esattamente la loro utilità e non ci sarebbe incentivo a scambiarsi merci, denari o forza-lavoro, visto che nessuno ci guadagna. Perciò, un mercato realmente efficiente distruggerebbe se stesso. Akerlof (Nobel 2001) aveva illustrato il problema con l'esempio dell'auto usata. Chi vende un'auto usata deve dare abbastanza informazione al compratore per convincerlo a comprarla, ma non rivelare tutti i difetti perché altrimenti il prezzo dovrebbe scendere e l'affare non converrebbe al venditore. Solo l'informazione privata crea valore, quella pubblica non serve a niente.

La questione ha infinite conseguenze. Si pensi alla finanza: se un'azienda va bene e alla fine dell'anno paga i dividendi, ci saranno agenti di borsa disposti a comprarne le azioni fino a che il loro prezzo sarà più basso del dividendo previsto, e agenti disposti a venderne finché il prezzo sarà superiore. Se il valore della società fosse un'informazione pubblica, dunque, un simile prezzo non esisterebbe e le borse chiuderebbero. Invece, gli scambi ci sono, perché l'informazione sui dividendi futuri non è pubblica, ciascuno pensa di saperla più lunga e si basa su decisioni solo parzialmente razionali studiate da Kahneman e Smith, premi Nobel 2002.

Però, delle due, l'una: o si abbandona l'idea che il prezzo di un'azione rifletta il valore di un'azienda e che la borsa sia un gioco truccato in cui si vince solo con l'aggiotaggio, oppure si assume che il prezzo di un'azione rifletta esattamente il valore di un'azienda e che dunque non vale la pena scambiare soldi per azioni. Ma questo genera un altro paradosso: se il prezzo delle azioni di una società (un'informazione pubblica) riflettesse tutta l'informazione sull'andamento di un'azienda, non vi sarebbe incentivo a studiare i fondamentali dell'economia e a produrre informazione né pubblica né privata, come sostiene Joseph Stiglitz (Nobel 2001).

Paradossalmente, ciò implica che se un economista crede davvero nell'efficienza del mercato disprezza le borse, e solo chi diffida dal mercato considera la finanza vera economia. Il liberista Samuelson, altro Nobel, diceva che se qualcuno potesse sapere che il prezzo di una azione salirà, se la sarebbe già comprata e il prezzo sarebbe già salito. Per cui, secondo lui, la speranza di fare i soldi in Borsa è pura illusione. 

Aggiungete poi un'altra fonte di incertezza e di informazione privata: l'innovazione. Chi scopre un modo più economico di produrre una merce, ha un vantaggio di monopolio finché l'imitazione dei concorrenti non l'annulla. L'innovazione, dunque, non aiuta i mercati ad essere più efficienti e veritieri: anzi, è una delle principali distorsioni dell'economia. Senza, il mercato tenderebbe ad un equilibrio tra merci sempre uguali, il cui valore reale gradualmente diventa un'informazione pubblica man mano che i consumatori comunicano tra di loro. Proprio gli studi sul ciclo macroeconomico e sulle forze che lo guidano hanno valso il Nobel per Kidland e Prescott nel 2004. 

Ultima complicazione: l'economia di scambio si basa sull'ipotesi che le merci siano "scarse", cioè che per avere una merce si debba toglierla a qualcun altro. Nell'economia di oggi, in cui molti scambi riguardano servizi e informazioni, quest'ipotesi è indebolita perché la conoscenza, ad esempio, può essere ceduta senza per questo privarsene. Anche su questa "economia dei beni comuni" ci si interroga parecchio, e per questo Amartya Sen ha avuto il Nobel nel 1999.

Persino gli economisti liberali, dunque, da Hayek in poi, sanno che ogni scambio economico ha una quota di fregatura, e senza fregatura non ci sarebbe mercato. Caso mai, bisogna capire se lo Stato può fare meglio del mercato o se ci sono meccanismi che limitano i danni. Ma la crisi dei mutui subprime o il crack Parmalat fanno parte del gioco, non sono un'eccezione. Così come il monopolio dell'Enel, il cartello delle società petrolifere che alza il prezzo della benzina e quello dei sindacati che difendono il prezzo della forza-lavoro. L'eccezione è il libero mercato. Anzi, dicono gli scienziati: il libero mercato non ha senso, e invece di essere carcerati come sovversivi vincono i premi Nobel.

Epperò, di mercato si riempiono la bocca i liberalizzatori di destra e sinistra, la libertà economica oggi vale più degli altri diritti umani e il liberismo dilaga proprio sul piano culturale, nel discorso quotidiano, in fila alle poste o sulla metropolitana strapiena. I soldi se ne fregano, degli economisti. E' strano? Significa che, come scienziati, gli economisti non valgono niente? No, è normale. L'economia non crea innovazione: come tutte le scienze che si rispettino, l'economia produce informazione pubblica. Per questo non vale niente.  

Se ci hai capito qualcosa, commenta

  1. Non sono un esperto di economia, ma non sono d’accordo su un punto alla base di tutto questo discorso.
    Se io devo vendere la macchina e dichiaro tutta l’informazione possibile (anche i difetti) sulla macchina, puo’ ancora esserci interesse all’affare da entrambe le parti (io sono interessato a comprare un’auto piu’ nuova, l’acquirente potrebbe essere interessato a un’auto con quelle caratteristiche).
    Insomma, non vedo cosi’ ovvio che un’informazione trasparente sia la morte del commercio. Anche per società quotate in borsa, in caso di informazioni completamente trasparenti, il valore puo’ essere legato al rischio di un certo investimento (informazione oggettivametne non disponibile) e dunque e’ possibile che persone diverse siano disposte a valutare in maniera diversa il rischio.
    Non so, quelle che dico mi sembrano cose molto ovvie, quindi probabilmente sto mancando qualcosa…

    hronir · 17 October 07 · #

  2. Hronir, l’esempio dell’auto è una semplificazione, ma ti invito a leggere l’articolo originale di Akerlof che è comunque molto semplice:

    http://tinyurl.com/2mfbn8

    Per quanto riguarda la borsa, hai ragione. Ho specificato, infatti, che ci sono fonti di rischio intrinseco, come l’innovazione tecnologica, che limitano l’informazione pubblica disponibile. Se anche fosse tutto chiaro a tutti oggi, c‘è incertezza sul domani perché gli investimenti e l’innovazione provocano un cambiamento intrinsecamente incerto. Non solo l’informazione non sarà mai completa, ma un po’ di ignoranza è il motore stesso del mercato. Purtroppo, perciò, le fregature fanno parte del gioco.

    free lance · 17 October 07 · #

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Chi sono

Mi chiamo Andrea Capocci e sono assegnista di ricerca all'Università "La Sapienza", dove studio i sistemi complessi. Di nascosto, mi occupo anche di proprietà intellettuale  Scrivimi 

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