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Non voglio una vita spericolata
AtipiciCopio e incollo un articolo scritto da Silvia Bencivelli su "il Manifesto" del 1 maggio. Parla della sicurezza del lavoro di ricerca. Devo violare il copyright del Manifesto, che sicuramente mi scuserà, perché l'articolo non è stato inserito nella rassegna stampa del Ministero dell'Università e della Ricerca, dove però ha tovato spazio un pezzo sulla donazione di Gigi d'Alessio al policlinico di Napoli.
«Il laboratorio chimico universitario è terra di nessuno e nessuno si preoccupa della salute di chi ci lavora»: la denuncia è di A., 34 anni, chimica a tempo determinato in un centro di ricerca del centro Italia. Anche dove i lavoratori sono laureandi e laureati, dottorandi e titolari di borse di studio, racconta A., l'attenzione alla sicurezza passa spesso in cavalleria. «Il mio è un laboratorio all'avanguardia, nuovissimo e attrezzato, ma questo non ci protegge affatto, anzi. Per dirne una: per ragioni burocratiche, le ditte che ci forniscono i solventi non vengono a portarceli direttamente qua, così noi, a turno, li andiamo a prendere in un magazzino del centro e ce li carichiamo sulle nostre macchine. Venti litri di solventi infiammabili, per 20 chilometri, con me al volante. Ma non occorrerebbe una patente speciale? E se succede qualcosa?».
Anche nel laboratorio chimico di B., in un'altra università del centro Italia, l'attenzione alla sicurezza non è il massimo: «Sono stato per molti anni all'estero, in altri paesi, e le cose sono molto più efficienti». La ragione? «Secondo me, è soprattutto un problema di cultura della sicurezza: come manca per chi lavora nei cantieri, così manca anche per chi passa le giornate in laboratorio». La soluzione, trattandosi di lavoratori superqualificati, dovrebbe essere molto semplice: «Ognuno di noi ha gli strumenti per capire che non è il caso di "fare i fighi" quando si lavora con la chimica: non dobbiamo aspettare che ce lo dica il professore». Sì, un laureato ha gli strumenti per capire. A volte, però, non è facile farli valere. Nei laboratori universitari si entra giovani, freschi di studi e desiderosi di fare bella figura, precisa A, «e io vedo spesso le vecchie generazioni trasmettere i loro atteggiamenti di spavalderia alle nuove, anche con reagenti chimici notoriamente tossici». Non sempre il neolaureato ha il coraggio di dire: no grazie, io i guanti li voglio.
E non sempre il precario della ricerca ha la possibilità di alzare il dito e di ricordare al prof che andare a prendere i reagenti in macchina non rientra tra le mansioni di un assegnista di ricerca. «Tra l'altro, l'uso di alcuni di questi reagenti, come il cloroformio e il benzene, è sottoposto a severe normative o addirittura bandito nell'industria e all'estero. Mentre nell'università italiana non si deve rendere conto a nessuno di quello che si sta usando», conclude A. «Ma che cosa faccio? Mi rifiuto di toccarli?». Il problema non sembra riguardare i giovani più degli anziani. Al contrario: per A. e B. sono i professori più vecchi ad avere l'antipatica tendenza a sbuffare, e a ricordare che «ai miei tempi non c'erano tante rotture di scatole di guanti e mascherine». I giovani, in genere, cercano di essere più attenti e, qualcuno si sa far valere: «A me hanno sempre detto che sono severo, - racconta B. - ma è la mia salute e non mi interessa quello che pensano gli altri. Qui nessuno si ribella mai di niente, ma se si arriva a pensare che il professore potrebbe non rinnovarti il contratto perché sei un fifone, allora siamo proprio messi male». Con loro è d'accordo anche C, chimico in un'università del nord Italia, per il quale, però, «è più che altro una questione di soldi, per cui investe tutti: giovani, anziani, precari e no». Certo «ci sono precauzioni che non si rispettano quasi mai. Sono scongiurati i rischi immediati, esplosioni e cose così, ma magari le cappe aspiranti non funzionano come dovrebbero».
Comunque c'è poco da fare: «Anche noi, mentre il laboratorio era in allestimento, dovevamo andare a riempire i palloni di gas in un altro posto: però lo facevano tutti, anche gli strutturati, sennò nessuno avrebbe potuto lavorare». Si è sempre fatto così e tocca a tutti, insomma. Ognuno si arrangi: impari a farsi valere, non metta in giro strane voci («la volta che una mia collega raccontò a un giornalista che i guanti antiacido non li usava nessuno, furono guai»). E si salvi chi può.
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Chi sono
Mi chiamo Andrea Capocci e sono assegnista di ricerca all'Università "La Sapienza", dove studio i sistemi complessi. Di nascosto, mi occupo anche di proprietà intellettuale
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molto raffinato l’accostamento tra i problemi dei due mondi…
il punto è che la vergognosa condizione descritta deriva dal sottointeso confronto dell’italia con il resto dell’occidente…
peccato però che il resto dell’occidente a anche “fatto pace col capitalismo”....
— http://rivoluzioneitalia.blogspot.com/ · 3 May 08 · #
la lingua italiana è una opinione, prima di fare la rivoluzione impara che quando “A” è un verbo va preceduta dalla “H”.
— mario · 6 May 08 · #
è un errore di battitura… fa parte della comunicazione su web….
fossi in te mi concentrerei + sul contenuto
— http://rivoluzioneitalia.blogspot.com/ · 10 May 08 · #