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Cota, il Tar e i movimenti pro-life nei consultori
1Va avanti il cammino della Legge regionale del Piemonte “Protocollo per il miglioramento del percorso assistenziale per la donna che richiede l’interruzione volontaria di gravidanza” firmata dall'Assessore alla Sanità Caterina Ferrero. Lo scorso 15 luglio la legge era stata bloccata dal Tar del Piemonte per motivi di incostituzionalità, ma il 19 mattina è stata approvata dalla giunta regionale una nuova versione che aggira le disposizioni del tribunale. La legge prevedeva che si stipulassero delle convenzioni (che significa pagare dei privati per servizi resi allo Stato) con il Movimento per la Vita affinché dei membri dell'associazione potessero entrare nei consultori e parlare con le donne che richiedono un'interruzione della gravidanza, fin dal primo momento.
Nel nuovo testo è stata semplicemente abolita ogni forma di pagamento. Infatti, si prevede che le associazioni abbiano alcuni requisiti minimi: essere iscritte in uno degli appositi registri regionali o provinciali, comprendere nello statuto la finalità di tutela della vita fin dal concepimento e/o di attività specifiche che riguardino il sostegno alla maternità e alla tutela del neonato, oppure il possesso di un’esperienza almeno biennale nel sostegno alle donne e alla famiglia; operare sul territorio piemontese e, infine, escludere qualsiasi attività di lucro.
E' bene ricordare che l'associazione Movimento per la vita ha nel suo statuto la lotta alla legge 194/78 ed è quindi evidente quale sia lo scopo della sua azione dentro i consultori: non certo ascoltare le donne in un momento difficile. Non condurre una battaglia amica delle giovani in difficoltà, che cerchi di aiutarle a trovare lavoro quando restano incinta, se desiderano tenere il bambino. Non sostenere un'iniziativa che consista magari nel procurare loro un'aiuto in casa quando sono oberate dalle faccende, dalla mancanza di scuole materne, dagli anziani da badare. Niente di tutto questo. E' chiaro invece che la presenza dei cosiddetti volontari nei consultori è l'ennesimo tassello nell'attacco generale ai diritti elementari delle cittadine e dei cittadini italiani, non ultimo quello della gestione del proprio corpo.
Le donne, come tutti i cittadini, hanno facoltà di incontrare i movimenti confessionali quando vogliono. Possono andare in chiesa, parlare con il parroco, andare nei centri d'ascolto, nei centri per la vita. Hanno però anche a loro disposizione lo Stato laico, che dovrebbe rispettare tutti i modi di pensare e tutte le ideologie, nell'ambito delle leggi del nostro paese. Le leggi che il centrodestra vara, invece, ribadiscono il ruolo della donna nella cura dei bambini, nell'assistenza ai malati, nella gestione degli anziani. E se resta incinta per errore e cerca di interrompere la gravidanza - perché i figli che ha sono già troppi, oppure perché non ne vuole, o perchè vuole finire di studiare, o perché ha problemi sul lavoro, o insomma, perché sono affari suoi - ecco che un aderente del Movimento per la Vita le ricorda che l'aborto è peccato mortale e che piuttosto deve dare il bambino in adozione: peccatrice pentita, come le ragazze che, dopo essere state dichiarate perdute, venivano tenute in una specie di celle al Buon Pastore di Roma, oggi simbolicamente sede della Casa Internazionale delle Donne.
Le donne sono costrette a lottare, ancora una volta, per il loro diritto all'autogestione, per sottrarsi a chi chiede il controllo del loro corpo e possibilmente anche del loro cervello. Forse la religione non è l'oppio dei popoli, e ognuno ha diritto alle proprie posizioni spirituali. Però a volte rischia di diventare l'olio di ricino delle donne.
Fonte: Vita di Donna
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riporto qui di seguito art.4 e inizio dell'art.5 della legge 194: non mi sembra che sia scritto che una donna possa chiedere l'aborto perché "sono affari suoi", potreste evitare di avallare questa lettura così superficiale e deformata della legge. E dov'è rispettato nel consultorio "il compito... di esaminare le possibili soluzioni... di aiutarla a rimuovere le cause..." ecc.? In genere tutto si risolve firmando un paio di fogli, il resto sono cavoli della signora, soprattutto se non trova più nemmeno i volontari del Movimento della Vita. Grazie per la vostra "lucidissima" analisi che conferma come le donne siano lasciate a ingoiare da sole, come fanno da millenni, i loro problemi più strazianti, anche quando una legge prevede il contrario. Deve essere questo il tanto da voi auspicato diritto all'autogestione. ==============================dalla 194/78 4. Per l'interruzione volontaria della gravidanza entro i primi novanta giorni, la donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui e’ avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito, si rivolge ad un consultorio pubblico istituito ai sensi dell'articolo 2, lettera a), della legge 29 luglio 1975 numero 405 (2), o a una struttura socio-sanitaria a ciò abilitata dalla regione, o a un medico di sua fiducia (2/cost). 5. Il consultorio e la struttura socio-sanitaria, oltre a dover garantire i necessari accertamenti medici, hanno il compito in ogni caso, e specialmente quando la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivata dall'incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salute della gestante, di esaminare con la donna e con il padre del concepito, ove la donna lo consenta, nel rispetto della dignità e della riservatezza della donna e della persona indicata come padre del concepito, le possibili soluzioni dei problemi proposti, di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza, di metterla in grado di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto.
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Autore
Elisabetta Canitano
Ginecologa, presidente dell’associazione Vita di Donna
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