Galileo Community

Per commentare gli articoli, ricevere la newsletter e consultare l'archivio iscriviti alla community di Galileo

Iscriviti

Esegui il login



Partner

copertina Sapere dic09  Internet Book ShopSissa

Dossier


Etica e politica | dibattiti

Una sfida morale per la società

La ricerca sulle cellule staminali suscita grandi speranze in campo medico. Ma solleva anche dubbi morali, soprattutto per l’impiego di embrioni e il ricorso alla clonazione. Nei diversi Paesi si cerca di mediare fra le esigenze della scienza e quelle dell’etica. Ma in Italia le soluzioni trovate sono astratte e contraddittorie

di Gilberto Corbellini

When scientists first discovered anesthesia, atomic energy, and recombinant DNA, we did not know if these breakthroughs might lead to deleterious applications. The choices we make for the application of knowledge reside in ethical decisions by humans. [...] Cloning is only one of many discoveries in which society will have to choose which applications are ethical and which ones are not.

Marie A. Di Berardino (1)

Il dibattito sul potenziale terapeutico dell’ingegnerizzazione delle cellule staminali è la continuazione di quello che seguì l’annuncio, avvenuto nel febbraio del 1997, della nascita di Dolly, il primo mammifero clonato. Gli sviluppi dell’ingegneria delle cellule staminali hanno sollevato aspettative e problemi etici soprattutto in relazione alla possibilità di utilizzare per scopi sperimentali le cellule staminali derivate da embrioni e di applicare la tecnologia del trasferimento nucleare (o clonazione) per ottenere linee cellulari totipotenti o multipotenti geneticamente compatibili nella prospettiva di una terapia cellulare. Queste aspettative e questi problemi sono stati affrontati e gestiti in modi diversi in diversi Paesi, a testimonianza del fatto che esiste ormai una pluralità di strategie per mediare tra le istanze della ricerca scientifica e le aspettative o le paure della società. Un’analisi storico-comparata di queste strategie e dei risultati a cui hanno portato, nonché la considerazione del ruolo assunto dalla comunità scientifica, attraverso accademie e riviste, nei diversi contesti nazionali appare utile per comprendere quali fattori possono concorrere a rendere costruttivo il confronto tra scienza e società in relazione a scelte riguardanti indirizzi sperimentali e prospettive terapeutiche che possono apparire scientificamente perseguibili, ma eticamente e socialmente controverse.

Alle origini del dibattito

Il 5 luglio 1996, alle 5 del pomeriggio, nasceva Dolly, il primo mammifero clonato utilizzando il nucleo di una cellula somatica adulta (2). L’evento diventava di dominio pubblico il 23 febbraio 1997, e riproponeva all’attenzione della società la prospettiva, sino a quel momento ritenuta da molti tecnicamente impraticabile, della clonazione di mammiferi adulti. Si “riacutizzava” un dibattito che era praticamente cominciato quando, nel 1962, il genetista John Burdon Sanderson Haldane, aveva usato il termine “clone” per collegare gli esperimenti di John Gurdon sulle rane con la tecnica riproduttiva immaginata da Aldous Huxley nel Mondo Nuovo.I connotati emotivi delle reazioni che, anche all’interno della comunità scientifica, sono seguite alla nascita di Dolly, in realtà contrastano con i modi in cui venne originariamente percepita sia dagli scienziati sia a livello pubblico l’ipotesi di utilizzare come tecnica riproduttiva il trasferimento del nucleo cellulare invece della ‘normale’ fecondazione. Anzi, in un primo momento la prospettiva venne giudicata in termini ottimistici. L’annuncio da parte di John Gurdon, nel 1962, della clonazione di girini mediante trasferimento dei nuclei di cellule intestinali, esattamente dieci anni dopo il primo trasferimento di nuclei di blastomeri da parte di Robert Briggs e Tom King, determinò solo poche prese di posizione pubbliche da parte di autorevoli scienziati, come appunto Haldane e Joshua Leberberg, in favore di una utilizzazione di questa tecnica in vista di un miglioramento della specie umana. Haldane e Lederberg difesero la legittimità di applicare le nuove conoscenze biomolecolari e le tecniche per il controllo biologico della riproduzione che stavano per diventare disponibili nel contesto di un famoso convegno organizzato dalla Ciba Foundation nel 1963, e che vide sostanzialmente il rilancio, anche se con diversi distinguo rispetto al passato, di alcune idee eugenetiche (3).Come conseguenza dell’aumentata sensibilità politico-culturale per gli abusi della ricerca biomedica, che vennero allo luce soprattutto negli Stati Uniti nel corso degli anni Sessanta e agli inizi degli anni Settanta e che stimolarono una serie di riflessione da cui nacque la bioetica, anche il tipo di interesse verso la clonazione cambiò. Il problema della clonazione venne identificato nel 1971-72 da William Gaylin, fondatore insieme a Daniel Callahan del primo istituto per lo studio dei problemi bioetici, lo Hasting Center, come uno dei temi emergenti su cui lavorare (4). Il filosofo cattolico Paul Ramsey, uno dei primi a riflettere in una prospettiva teologica sugli sviluppi delle nuove biotecnologie, scrisse in quegli anni sull’argomento nel contesto di due interventi dedicati alle prospettive della riproduzione assistita, definendo la clonazione il punto di partenza lungo una china scivolosa che avrebbe condotto al Mondo Nuovo descritto da Aldous Huxley (5).

Anche all’interno della comunità scientifica cominciarono comunque a emergere perplessità morali per i possibili abusi delle nuove conoscenze e tecniche biogenetiche e riproduttive. James Watson, scopritore insieme a Francis Crick della struttura a doppia elica del DNA, pubblicava nel 1971 un articolo in cui interpretava la comunicazione da parte dei ricercatori britannici Patrick Steptoe e Robert Edwards dei primi risultati che mostravano la possibilità di effettuare la fecondazione in vitro, come una premessa alla possibilità di sperimentare su larga scala la clonazione umana. Si trattava, per Watson, di una sfida morale per la società, che doveva predisporre adeguati strumenti legislativi per garantire un controllo democratico su queste tecniche (6). Una posizione ancora più critica sulla ipotesi di utilizzare la clonazione come tecnica riproduttiva fu sostenuta dal famoso patologo Lewis Thomas nel 1974 su The New England Journal of Medicine (7). Benché altri, come Gunther Stent (8), provassero a rilanciare una prospettiva ottimistica analoga a quella sostenuta da Lederberg e Haldane, ormai la tendenza era di considerare la clonazione, prima di tutto da parte di quegli scienziati che ne parlavano pubblicamente, come un’aberrazione. E’ qui il caso di ricordare che alcuni di questi scienziati furono anche protagonisti del dibattito sul DNA ricombinante, che portò alla moratoria del 1974 e poi alla conferenza di Asilomar del 1975, dove gli stessi ricercatori dovettero riconoscere che prospettare alla società dei rischi senza avere dei termini di riferimento per valutarne l’entità voleva dire suscitare risposte emotive che creavano un clima pesantemente contrario allo sviluppo delle ricerca di genetica molecolare (9).A scatenare il panico generale non fu tanto qualche tentato abuso, quanto il resoconto letterario di una presunta clonazione. Vale a dire la pubblicazione nel 1976 del libro di David M. Rorvik, In His Image: The Cloning of Man, in cui si raccontava, facendo credere che sia realmente accaduto, l’inverosimile storia di un magnate che si era fatto clonare (10). Talmente preoccupante appariva al mondo scientifico e a quello politico-culturale la prospettiva di una strumentalizzazione della clonazione, e talmente questi problemi erano carichi di emotività, che probabilmente la conclusione a cui si arrivò agli inizi degli anni Ottanta con la dichiarazione di un’impossibilità tecnica di clonare i mammiferi fu influenzata anche dalle aspettative sociali.La conclusione di un’impossibilità tecnica fu ricavata da ricerche empiriche, nella fattispecie quelle che cercarono di riprodurre i risultati dichiarati dal biologo Karl Illmensee, il quale aveva annunciato nel 1981 di essere riuscito a clonare dei topi. Nessuno riuscì a riprodurre quelle esperienze, e Illmensee fu sottoposto a un procedimento d’inchiesta che gettò forti ombre sulla sua correttezza scientifica. Davor Solter e James McGrath enunciarono quindi quello che fino alla nascita di Dolly sarebbe stato considerato quasi un dogma della biologia della riproduzione, cioè che la clonazione dei mammiferi era da ritenersi biologicamente impossibile (11). Non è questa la sede per entrare nei presupposti concettuali della biologia dello sviluppo di quegli anni, che portarono a sostenere tale posizione, né si può dimostrare che a tale conclusione gli scienziati siano stati indotti dalle ansie suscitate dal libro di Rorvik. E’ nondimeno da notare che questa stessa conclusione emergeva dalle audizioni fatte nel 1978 dal Sottocomitato sulla Sanità e l’Ambiente, della Camera dei rappresentati degli Stati Uniti, dove Robert Briggs e altri scienziati dichiararono che la clonazione di mammiferi adulti era tecnicamente impossibile. Ancor più interessante è poi il fatto che, ben due anni prima dell’articolo di Solter e McGrath, nel Rapporto Splicing life, della Commissione istituita dal Presidente degli Stati Uniti, pubblicato nel 1982 si affermava che “una tecnologia capace di clonare un essere umano non esiste e non esisterà mai” (12).

Gli anni Ottanta registravano un assestamento del punto di vista per cui la clonazione umana rappresentava la massima espressione di manipolazione genetica. Questa posizione veniva formulata efficacemente dal filosofo Hans Jonas. Questi, nel 1985, collocava “la clonazione” tra i “metodi futuribili” (l’altro era l’”architettura del DNA”) per le strategie di tipo “eugenetico”, definendola appunto “la più dispotica e nel fine allo stesso tempo la più schiavistica forma di manipolazione genetica” (13). Passando in rassegna le “ragioni a favore della clonazione”, prese a prestito da Leo Kass, Jonas le sottoponeva a una “critica esistenziale” che enfatizza “il diritto a non sapere”, nel senso che un clone sarebbe “defraudato in anticipo della libertà, che può prosperare solo sotto la protezione del non sapere”. In altri termini, l’idea di fondo era che l’identità del programma genetico tra clone e individuo clonato e la non contemporaneità dello sviluppo, che caratterizza invece i veri cloni, cioè i gemelli, minerebbe “il diritto di ogni vita umana a trovare la propria strada e a essere una sorpresa per se stessa”. Vi è un’intrinseca debolezza in questo argomento, al di là del fatto che attribuisce paradossalmente un peso così importante alla determinazione genetica e assume una sorta di univocità delle interazioni tra eredità e ambiente, per cui rappresenta una intrinseca contraddizione rispetto all’orientamento epistemologico di tipo olistico a cui lo stesso Jonas aderisce. In altri termini, se l’organismo come un tutto non è riducibile alla determinazione delle sue parti, allora la libertà e l’incertezza del futuro è comunque garantita da quel di più che definisce il tutto e non dovrebbe essere ricondotta all’informazione genetica ovvero alla sommatoria dei geni. Peraltro, ne deriva logicamente che esisterebbero spazi diversi di libertà che dipenderebbero dalla quantità di tempo o di esperienza vissute dall’individuo che viene replicato. Per esempio, non dovrebbe avere alcuna rilevanza in relazione alla tecnica di embryo splitting, che in pratica non fa altro che riprodurre un fenomeno naturale, cioè creare dei gemelli (14). L’invenzione della tecnica di embryo splitting, annunciata il 24 ottobre 1993, suscitò un interesse per i risvolti etici soprattutto tra gli addetti ai lavori, come si può evincere dal fatto che sulle riviste di bioetica la maggior parte dei commenti mettevano tale tecnica in relazione con il problema della clonazione umana.

Nella riflessione dell’ US National Advisory Board on Ethics in Reproduction, la nuova tecnica preludeva necessariamente, dato l’ormai facile incontro tra desiderio di maternità, zelo scientifico e interessi economici, alla produzione di cloni di embrioni senza alcuna preoccupazione per i rivolti etici (15). In quel contesto si registrarono tuttavia anche le prime riflessioni che difendevano apertamente la clonazione, sottoponendo a stringente critica alcuni dei più classici argomenti etico-filosofici contrari, come per esempio quelli del diritto all’identità genetica e all’incertezza del futuro. In pratica, alcuni autori, richiamandosi esplicitamente al caso dei gemelli monozigoti, che sono geneticamente identici, sostenevano che non esiste alcun diritto all’identità, e che l’unico criterio di valutazione etica della clonazione è quello che non deve essere dannosa per chi venisse al mondo attraverso questa tecnica (16). Comunque, agli inizi degli anni Novanta la clonazione aveva smesso di essere un problema bioetico emergente, e non era sentito, a parte l’uso che ne aveva fatto Jonas, come la minaccia più prossima a cui guardare. La bioetica si stava peraltro indirizzando soprattutto ai problemi di equità in medicina, e il Progetto Genoma Umano catalizzava l’attenzione della società. Peraltro, quasi nessuno si era accorto che, nel 1986, il dogma della impossibilità di clonare i mammiferi era parzialmente crollato, in quanto Steed Willadsen aveva dimostrato la possibilità di clonare agnelli a partire dai nuclei di cellule embrionali precoci (17). La nascita di Dolly fu una sorta di fulmine a ciel sereno, cui sarebbe comunque immediatamente seguita la tempesta. Le reazioni politiche e culturali alla dimostrazione che la clonazione umana non era più confinata nel regno degli esercizi di speculazioni futuristiche ed etico-filosofiche sono state prevalentemente allarmate (18). Ma le conseguenze non sono state univoche, e hanno visto tanto la scelta, da parte di alcuni paesi europei, come l’Italia, di vietare la clonazione animale e umana e di sostenere il Protocollo Aggiuntivo della cosiddetta Convenzione di Oviedo sui Diritti Umani e la Biomedicina che proclama il divieto assoluto della clonazione riproduttiva, sia la decisione dei governi statunitense e britannico di investire apposite commissioni per analizzare le implicazioni scientifiche, insieme a quelle etiche, sociali e legali che si aprivano con lo sviluppo di una serie di tecniche basate sul trasferimento nucleare che consentivano un’ingegnerizzazione delle cellule per scopi che potenzialmente erano sì riproduttivi, ma soprattutto terapeutici. E’ stato proprio nel contesto del lavoro svolto da queste Commissioni che sono emerse valutazioni più razionali, che hanno reso possibile affrontare le prospettive della clonazione terapeutica in modo pragmaticamente più consapevole e con il contributo della stessa comunità scientifica a cercare di eliminare i connotati emotivi e a rendere più pertinente anche il dibattito pubblico.Nell’ambito della comunità scientifica qualcuno metteva anche in discussione il disegno sperimentale (19). Ma l’ipotesi che la clonazione di Dolly fosse un “errore sperimentale” diventava irrilevante a fronte del fatto che nel 1998 Ryuzu Yanagimachi annunciava di essere riuscito a clonare dei topi (20).

La via statunitense

La Gran Bretagna e gli Stati Uniti erano culturalmente più preparati ad affrontare i dilemmi etici sollevati dall’affacciarsi della possibilità tecnica di clonare l’uomo. E si può dire che in modi diversi hanno cercato di gestire l’emergenza, verosimilmente per la prima volta nella storia dei rapporti tra scienza, politica e società, cercando di far emergere le tensioni e di aprire nuovi canali di comunicazione utili per sintonizzare i linguaggi e le aspettative. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, si trattava di riprendere le fila di un dibattuto che aveva visto fallire agli inizi degli anni Novanta il tentativo di seguire la Gran Bretagna sulla via della legalizzazione della ricerca su embrioni umani (vedi sotto). Nel settembre del 1994, un rapporto del Human Embryo Research Panel, istituito dagli NIH per inquadrare gli scopi conoscitivi e i risvolti etici della ricerca sugli embrioni, sosteneva che le concezioni popolari riguardanti la clonazione umana derivavano dai libri e dai film di fantascienza, e avevano a che fare più con fantasie culturali che con esperimenti scientifici effettivi. E affermava che “esistono ragioni sufficienti per difendere la legittimità di certe aree di ricerca che utilizzano embrioni umani preimpianto all’interno di un rigido quadro di linee guida”. In pratica, si difendeva la legittimità morale di sperimentare su embrioni prima del 14° giorno e di creare embrioni in vitro per scopi di ricerca (21).Le linee guida del Report venivano adottate dai NIH il 2 dicembre 1994, ma il giorno successivo il Presidente Bill Clinton annunciava che nessun fondo federale poteva essere utilizzato per creare embrioni a scopo di ricerca. Il divieto non avrebbe dovuto riguardare gli embrioni prodotti in soprannumero durante i trattamenti di fecondazione assistita; comunque, del problema si sarebbe presto occupata una commissione di bioetica in corso di insediamento. La US National Bioethics Advisory Commission nasceva il 3 ottobre 1995, ma proprio in quell’anno il Congresso degli Stati Uniti approvava la prima legge di stanziamento, che sarebbe stata reiterata per ogni anno fiscale, che interdiva qualsiasi finanziamento governativo federale alla ricerca su embrioni umani (22).All’indomani dell’annuncio della nascita di Dolly il Presidente Clinton prometteva che avrebbe bandito in modo assoluto la clonazione umana, ma tale dichiarazione veniva da più parti giudicata inopportuna data l’influenza del personaggio (23). Lo stesso Clinton, comunque, incaricava la US Bioethics Advisory Commission di analizzare la questione. La Commissione dava alle stampe un articolato documento in cui si suggeriva di vietare la clonazione umana, ma solo per tre o cinque anni. E solo da cellule somatiche non fetali, nel senso che se la ricerca su animali avesse dimostrato che la tecnica poteva essere applicata in modo sicuro si sarebbe dovuto rivedere la legge per considerare eventuali situazioni in cui avrebbe garantito a una coppia il diritto naturale a riprodursi (24). Diverse ipotesi di applicazioni terapeutiche erano peraltro già immaginabili, a partire dalla possibilità di utilizzare la tecnica per assicurare il diritto alla riproduzione in quei casi in cui non funzionano le altre tecniche di fecondazione assistita o la coppia non intenda accedere alla fecondazione eterologa o a forme di maternità surrogata; ma anche per evitare la nascita di bambini con malattie mitocondriali.

Nell’ambito della comunità scientifica e bioetica, nonché a livello dell’informazione scientifica, dopo le prime risposte schierate sui fronti opposti di un sterile confronto tra chi era favorevole o contrario, o improntate allo scetticismo, sono maturate quasi esclusivamente nel mondo anglosassone riflessioni più articolate, che sottolineavano il carattere irrazionale delle prime emotive reazioni. In quest’ultimo senso va letta per esempio la “Dichiarazione in difesa della clonazione e dell’integrità della ricerca scientifica” sottoscritta tra gli altri da Richard Dawkins, Francis Crick, Willard Quine, Edward O. Wilson, Isaiah Berlin e Adolf Grunbaum (25).Mentre andavano spontaneamente declinando le tensioni sulla clonazione umana, gli sviluppi della ricerca rilanciavano il problema in un nuovo contesto, non meno controverso sul piano etico, ma su cui era meno facile assumere posizioni definite: si trattava della possibilità di derivare cellule staminali da embrioni umani che opportunamente indirizzate o riprogrammate (anche mediante la sostituzione del nucleo) potevano aprire straordinarie prospettive per il trattamento delle malattie degenerative. Il 5 novembre 1998, la Geron Corporation annunciava di aver finanziato i due gruppi di ricerca che hanno scoperto il modo di coltivare cellule staminali embrionali e cellule staminali germinali umane pluripotenti. Il giorno successivo Science pubblicava l’articolo di James Thomson e collaboratori che dimostrava la possibilità di coltivare indefinitamente in vitro cellule staminali di origine embrionale (26); il lavoro sulle staminali germinali usciva sui Proceedings of National Academy of Sciences (27). Verosimilmente con lo scopo di forzare i tempi del dibattito, il 12 novembre la Advanced Cell Technology annunciava di aver ottenuto cellule staminali embrionali umane applicando la tecnologia del trasferimento nucleare (clonazione) per inserire il nucleo di una cellula umana in una cellula uovo bovina (28).

Il 14 novembre Clinton scriveva al presidente della US National Bioethics Advisory Commission, Harold Shapiro, facendo esplicitamente riferimento all’annuncio dell’Advanced Cell Technology e alla sua originaria posizione contraria a finanziare con fondi federali ricerche che utilizzino embrioni umani. Il presidente USA chiedeva una immediata relazione sui risvolti etici degli esperimenti di fusione tra cellule umane e bovine, e una rassegna più articolata sulle potenziali ricadute mediche delle ricerche sulle cellule staminali embrionali, per rivedere eventualmente il divieto (29). La US Bioethics Advisory Commission pubblicava, dopo quasi un anno di lavori, tre volumi contenenti articolate analisi delle diverse dimensioni etico-sociali ed etico-legali che assumevano le problematiche aperte dalla possibilità di utilizzare cellule staminali umane, di derivazione embrionale o meno, per la ricerca e la terapia; nonché contenenti una rassegna degli atteggiamenti dell’opinione pubblica e delle diverse comunità religiose. Le conclusioni più significative erano di continuare a proibire la creazione di un bambino mediante sostituzione del nucleo cellulare (clonazione), di non consentire l’uso di alcun tipo di finanziamento federale per creare embrioni con lo scopo di ottenere cellule staminali, di consentire invece la ricerca sulle cellule staminali derivate da feti abortiti spontaneamente e da embrioni prodotti in eccesso nel corso di trattamenti dell’infertilità e rimasti inutilizzati, di istituire un Comitato per valutare la congruenza scientifica e morale dei progetti di ricerca che utilizzano cellule staminali embrionali umane (30).Il dibattito negli Stati Uniti nel frattempo si accendeva. Il 15 gennaio 1999 il Department of Health and Human Services (DHHS) stabiliva, praticamente in contrasto con il bando federale ancora in vigore, che il governo poteva finanziare la ricerca sulle cellule staminali embrionali umane. Nel febbraio 1999, 70 membri del Congresso USA indirizzavano una lettera al governo federale in cui si attaccava la decisione del DHHS, si chiedeva la messa al bando di ogni ricerca sulle cellule staminali ottenute da embrioni e feti umani, ovvero di bloccare i NIH che stavano sviluppando le linee guida per la ricerca sulle cellule staminali pluripotenti. In risposta il 19 marzo 1999 Science pubblicava una lettera firmata da 72 personalità del mondo scientifico statunitense, non solo dell’area biomedica ma fisico-matematica, psicologica ed economica, dei quali ben 67 erano Premi Nobel. Ispirandosi anche al lavoro della US Bioethics Advisory Commission, il 2 dicembre 1999 i National Institutes of Health pubblicavano a loro volta le Draft Guidelines per la ricerca con cellule staminali umane pluripotenti nel Federal Register, allo scopo di avere dei commenti dalla società sull’indirizzo. I commenti, inviati fino al 22 febbraio 2000, furono circa 50.000, da parte di membri del Congresso, gruppi per la difesa dei pazienti, società scientifiche, organizzazioni religiose e privati cittadini (31). A sostegno dello sforzo dei NIH, la American Association for the Advancement of Science e l’Institute for Civil Society davano alle stampe un interessante contributo al confronto, che ricalcava sostanzialmente le posizioni emerse nell’ambito della discussione a livello NIH. Ma aggiungeva alcune considerazioni di rilevanza educativa e sociale. “E’ essenziale – scrivevano gli estensori del documento intitolato Stem Cell Research and Application – che il pubblico sia educato e informato sui problemi etici e politici sollevati dalla ricerca sulle cellule staminali e le relative applicazioni. Un dibattito pubblico informato su questi problemi dovrebbe fondarsi su una comprensione della scienza connessa con la ricerca sulle cellule staminali, e dovrebbe coinvolgere la più ampia rappresentanza della società. [...] Il finanziamento federale della ricerca sulle cellule staminali è necessario per promuovere l’investimento in questo promettente filone di ricerca, per incoraggiare una politica pubblica efficace e per alimentare la fiducia dell’opinione pubblica nel modo di condurre questa ricerca. [...] I regimi di proprietà intellettuale per la ricerca sulle cellule staminali dovrebbe stabilire condizione che non limitino la ricerca di base o non pregiudichino lo sviluppo di prodotti nel futuro” (32).

Il 23 agosto 2000 venivano quindi presentate le Guidelines finali, con le risposte ai commenti che avevano orientato la scelta delle condizioni stabilite nelle Guidelines. Nelle linee guida venivano definite anche le condizioni per l’utilizzazione di cellule staminali pluripotenti derivate da embrioni umani. “Gli studi che utilizzino cellule staminali pluripotenti derivate da embrioni umani – si legge nelle Guidelines – possono essere condotti usando fondi dei NIH solo se le cellule siano derivate (senza fondi federali) da embrioni umani creati per scopi di trattamento della fertilità e siano in eccesso rispetto alla necessità clinica degli individui che chiedono tale trattamento” (33). Naturalmente veniva specificato un lungo elenco di ricerche non finanziabili con fondi federali (34).Con l’elezione di George W. Bush alla presidenza degli Stati Uniti le prospettive per la ricerca sulle cellule staminali pluripotenti sono mutate. Appena insediato, Bush ha chiesto al Segretario del Dipartimento della Sanità Tommy Thompson un resoconto sulla politica governativa riguardante la ricerca sulle cellule staminali, con la dichiarata intenzioni di mantenere gli impegni assunti durante la campagna elettorale, che prevedevano il mantenimento del divieto di sperimentare su embrioni umani. Per contro, il direttivo scientifico dell’American Association for the Advancement of Science il 6 marzo 2001 ha inviato una lettera al Presidente in cui, tra l’altro, si critica la posizione di chi ritiene che le ricerche sulle cellule staminali dei primati siano sufficienti per affrontare i problemi dello sviluppo, e che le cellule staminali adulte possano risolvere tutti i problemi terapeutici. Il rilievo risponde all’azione intrapresa negli Usa della Coalition of Americans for Research Ethics, un gruppo di ricercatori, operatori sanitari, bioeticisti che cerca soprattutto di influenzare le istituzioni statunitensi, diffondendo, ad esempio presso il Senato USA, documenti che sostengono la superiorità sul piano scientifico e le potenzialità applicative, senza dire ovviamente dell’aspetto etico, della ricerca sulle cellule staminali adulte (35).

Il 9 agosto 2001, Bush ha deciso di consentire il finanziamento con fondi federali di ricerche condotte sulle 64 linee di cellule staminali embrionali già isolate fino a quel momento, vietando l’assegnazione di grants da parte dei NIH che implicassero la distruzione di nuovi embrioni. Le reazioni della comunità scientifica sono state molto critiche e numerosi ricercatori hanno previsto che gli Stati Uniti subiranno un grave ritardo per quanto riguarda la ricerca fondamentale nell’ambito della biologia cellulare dello sviluppo e la medicina rigenerativa. La comunità scientifica statunitense non si è comunque data per vinta e l’11 settembre la National Academy of Sciences ha pubblicato un rapporto in cui i massimi esperti ribadivano l’importanza di sviluppare la ricerca sulle cellule staminali embrionali, criticando esplicitamente la decisione di Bush e rivolgendosi al mondo politico e alla società per sottolineare le straordinarie potenzialità conoscitive e terapeutiche collegato allo studio delle cellule staminali embrionali (36). Non è improbabile che l’annuncio dato dai ricercatori di Advanced Cell Technology, a fine novembre 2001, di aver clonato un embrione umano per dimostrare la possibilità di ottenere staminali embrionali mediante la tecnica del trasferimento nucleare, considerando l’inconsistenza dell’esperimento che di fatto non dice nulla sul piano scientifico e neppure dimostra che un embrione clonato è in grado di svilupparsi sino allo stadio di blastocisti (37), rientri in una sorta di strategia volta a esercitare pressione sul Congresso statunitense per spingere a una soluzione di compromesso che veda da un lato la proibizione della clonazione riproduttiva, ma contemporaneamente una qualche autorizzazione a derivare nuove linee di cellule staminali dagli embrioni soprannumerari.Nel frattempo, negli Stati Uniti, la riflessione sullo statuto etico della ricerca che utilizza cellule staminali embrionali sta sollevando la questione se la ormai ampiamente dimostrata possibilità di separare la creazione di forme in grado di svilupparsi come gli embrioni dal processo di fecondazione, per esempio mediante la clonazione, legittimi ancora l’uso dello stesso termine, embrione, per definire i prodotti di condizioni spesso operativamente diverse. Recentemente, è stata ottenuta la “fecondazione” di un cellula uovo di topo con cellule somatiche, cioè prelevate da un soggetto adulto: gli embrioni prodotti contenevano inizialmente un assetto anomalo di cromosomi, che è stato poi corretto e si è verificato uno sviluppo normale. Ciò giustifica la considerazione che la fecondazione normalmente ottenuta con l’unione di oocita e spermatozoo non può essere identificata con l’inizio della vita, nel senso che le cellule germinali sono già vive. La cellula uovo sembra infatti possedere la proprietà di riprogrammare i nuclei di cellule somatiche, ovvero di intraprendere un percorso differenziativi senza bisogno della fecondazione, che a questo punto rappresenta solo un passaggio trasformativo all’interno di un processo continuo. In sostanza, si tende a riconoscere il dato di fatto che la fecondazione normale e la formazione di un nuovo genoma non è una condizione né necessaria né sufficiente per un nuovo individuo, e non definisce operativamente le condizioni che connotano a livello biologico la semantica del termine embrione (che ormai implica sia il concetto di un nuovo individuo prodotto dall’unione di oocita e spermatozoo sia il concetto di un cellula uovo attivata in diversi modi per farla diventare un cellula somatica utilizzabile per fini terapeutici). E stato in tal senso suggerito di chiamare i “nuovi” prodotti “ovosomi”, per distinguerli dagli embrioni ottenuti con la fecondazione convenzionale (38).

La via inglese

Dopo l’annuncio della clonazione di Dolly, il Ministro della Sanità britannico chiedeva alla Human Genetic Advisory Commission (HGAC) e alla Human Fertilization and Embryiology Authority (HFEA) una valutazione sulla legislazione in corso per capire se era ancora adeguata.La legge votata dal Parlamento inglese nel 1990 (Human Fertilization and Embryology Act) regolamentava infatti la procreazione assistita, autorizzando la ricerca sugli embrioni umani fino a 14 giorni e proibendo qualsiasi tecnica di clonazione (la legge istituiva anche la HFEA). Le due commissioni decidevano di lanciare una consultazione e nel gennaio 1998 inviavano 1.000 copie di un consultation paper, che includeva un questionario, a persone ed enti rappresentativi dei diversi ambiti della società (39). Le domande più rilevanti riguardavano la validità del limite di 14 giorni per la sperimentazione sugli embrioni, e la legittimità di utilizzare la nuova tecnica, una volta che si fosse dimostrata sicura nel contesto della fecondazione assistita, nonché di sviluppare la sostituzione del nucleo cellulare per scopi terapeutici.Alla fine di aprile del 1998 le commissioni avevano ricevuto 194 risposte al questionario, di cui il 40 per cento da parte di soggetti individuali. Tra le risposte che giunsero alle due commissioni, una era il risultato di uno studio di tipo qualitativo finanziato dal Wellcome Trust e condotto con gruppi di discussione e interviste approfondite a partire dalle domande contenute nel consultation paper. Ai gruppi, selezionati con le tecniche di campionamento per i sondaggi di mercato, venivano presentate le domande, e successivamente venivano informati da esperti sulla natura delle tecniche e sulle loro potenzialità. Dopo qualche settimana venivano somministrate le stesse domande e registrato il tipo di atteggiamento. Lo studio non contiene informazioni di tipo statistico, ma è rappresentativo del processo di elaborazione del problema a livello di figure sociali non competenti (40). Dall’indagine emerge che tutti erano terrorizzati dalle implicazioni della tecnologia, e rifiutavano la clonazione per i possibili abusi. Emergeva inoltre, da interviste con persone che erano considerate per esempio dai bioeticisti che avevano analizzato le applicazioni della clonazione come potenziali utilizzatori della clonazione per scopi riproduttivi, come le coppie omosessuali, che queste non pensavano minimamente a una tale possibilità. Le informazioni scientifiche non modificavano la visione delle cose. Anzi, in relazione all’atteggiamento verso la clonazione terapeutica, i gruppi inizialmente valutarono positivamente le possibili applicazioni mediche, ma a seguito delle informazioni tecnico-scientifiche cambiarono opinione in quanto la tecnica si prestava comunque ad abusi. Alcuni partecipanti si rendevano anche conto che era la scarsa familiarità con la nuova tecnica a renderla spaventosa, facendo l’esempio della risposta all’introduzione della fecondazione in vitro. Quello che infine emergeva come dato particolarmente rilevante era la assoluta sfiducia nei meccanismi di regolamentazione della ricerca e l’idea che gli scienziati fossero mossi da assoluto cinismo e non comunicassero effettivamente al pubblico quello che facevano nei loro laboratori. Sia dallo studio sponsorizzato dal Wellcome Trust, sia dalle risposte al questionario spedito dalle due commissioni emergeva una domanda di alfabetizzazione scientifica. Nel senso che tutti gli intervistati ritenevano che fosse necessario incrementare l’informazione e la formazione scientifica in modo che i cittadini siano in grado di comprendere criticamente e di decidere consapevolmente. Dallo studio del Wellcome Trust emergeva comunque che la paura fondamentale rimaneva quella che lo sviluppo delle nuove tecniche consentisse la riproduzione artificiale della vita umana.

Intanto, la comunità scientifica inglese si inseriva nel dibattito pubblico anche attraverso una pubblicazione della Royal Society del gennaio 1998, Whither cloning? in cui si affermava che “The Council of the Royal Society recognizes that research into cloning in mammals could lead to significant new insight into the function and control of cells and how they develop, age and undergo pathological change within different tissue of the body. Contrary to public perception, however, cloning is still a highly unpredictable laboratory procedure” (41). Nel giugno 1999 il Governo britannico istituiva un Gruppo di Esperti presieduto dal Chief Medical Officer, Liam Donaldson, per avere indicazioni sui nuovi indirizzi delle ricerca che utilizzano embrioni. Il Governo voleva sapere se queste ricerche debbano essere autorizzate in quanto potrebbero portare a una più ampia comprensione e finalmente a nuovi trattamenti per uno spettro di disturbi in cui i tessuti o gli organi sono malati o danneggiati.La comunità scientifica inglese contribuiva significativamente al confronto sulla questione dell’uso terapeutico delle cellule staminali. La Royal Society, per esempio, pubblicava un documento in cui si sottolineava soprattutto la necessità di effettuare ricerche fondamentali sulle cellule staminali in quanto un’utilizzazione terapeutica sicura ed efficace di queste cellule implica la comprensione di aspetti fondamentali della biologia cellulare e dello sviluppo (42). Il Nuffield Council on Bioethics pubblicava a sua volta, nell’aprile 2000, un paper che anticipava in larga parte le tesi del documento scaturito dai lavori della Commissione Donaldson in cui si raccomandava di permettere la ricerca sugli embrioni umani “allo scopo di consentire lo sviluppo di tessuti, derivati dalle cellule embrionali staminali, per trattare malattie”. Il Nuffield Council proponeva quindi di emendare la legge britannica del 1990 sulla fecondazione assistita. Considerava inoltre che fino a quando fossero disponibili per scopi di ricerca embrioni prodotti in eccesso nell’ambito dei trattamenti dell’infertilità basati sulla fecondazione in vitro non vi fossero motivi per consentire la creazione di embrioni “addizionali” (43).Il 16 agosto il Chief Medical Officer’s Expert Advisory Group on Therapeutic Cloning rendeva pubblico il rapporto Stem Cell Research: Medical Progress with Responsibility (44). Il Gruppo di Esperti proponeva al Parlamento inglese di modificare i Regolamenti dello Human Fertilization and Embryology Act, la legge del 1990 che consente la produzione di embrioni mediante la tecnica del trasferimento nucleare o clonazione. “Pur rispettando le concezioni di coloro che si oppongono a questa ricerca – si poteva leggere nel documento – il Gruppo di esperti conclude che le nuove ricerche che vengono proposte come utili per sviluppare trattamenti di organi e tessuti malati non sollevano problemi etici fondamentalmente diversi dalle ricerche già consentite sulla base della Human Fertilisation and Embryology Act del 1990, almeno per quanto riguarda gli embrioni non più utilizzato per il trattamento dell’infertilità. I benefici potenziali della ricerca giustificano l’uso di questi embrioni al loro stadio iniziale di sviluppo come fonte di cellule staminali. La ricerca che utilizza embrioni (creati sia per fecondazione in vitro sia per sostituzione nucleare) allo scopo di incrementare la comprensione delle malattie umane e delle terapie cellulari dovrebbe essere consentita, ovviamente soggetta ai controlli previsti dallo Human Fertilisation and Embryology Act”.Alla proposta ha fatto rapidamente seguito l’aggiornamento legislativo. Il 19 dicembre 2000 la House of Commons ha modificato la legge del 1990 per consentire la clonazione terapeutica. Il 22 gennaio 2001 anche la Camera dei Lords ha approvato con una maggioranza del 70 per cento le modifiche, che dovevano entrare in vigore il 31 gennaio. Tuttavia, il 26 gennaio il Dipartimento della Sanità ha chiesto cinque mesi per rispondere alla citazione presso l’Alta Corte di ProLife Alliance, che invocava una nuova soluzione legislativa in quanto gli embrioni creati per sostituzione del nucleo cellulare non sono il risultato della “fecondazione” e quindi non soddisfano la definizione di “embrione” assunta nella legge del 1990.

La via italiana

Rispetto ai documenti e al dibattito svoltosi in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, la via intrapresa in Italia non è parsa ispirata da una particolare concretezza, né da un’apertura di dialogo con la società, quanto piuttosto dalla elaborazione di soluzioni astratte e contraddittorie, attraverso percorsi sostanzialmente paternalistici ed elitari.Il parere sulla clonazione del Comitato Nazionale per la Bioetica arriva solo il 17 ottobre 1997, e rispetto ai tre volumi prodotti in tre mesi dalla commissione statunitense appare alquanto modesto. In esso la clonazione umana viene giudicata eticamente inaccettabile, mentre sono considerate da sviluppare “le tecniche biologiche che abbiano per obiettivo non la clonazione di un essere umano, ma di tessuti o di singoli organi che abbiano una esplicita e congrua finalità terapeutica”. Così come viene riconosciuta l’utilità e la liceità morale delle “pratiche di clonazione animale e vegetale” (45). A dimostrazione dello scarsissimo peso del Comitato Nazionale per la Bioetica, ma soprattutto della scarsissima considerazione in cui sono tenuti in Italia, al di là della dichiarazioni altisonanti, i problemi della ricerca e i ricercatori, non è comunque mai stata ritirata l’ordinanza del 5 marzo 1997 con cui il Ministro della Sanità Rosi Bindi disponeva, in attesa di un’idonea disciplina di livello legislativo, il temporaneo divieto di “qualsiasi forma di sperimentazione e di intervento finalizzata anche indirettamente alla clonazione umana e animale”. L’ordinanza veniva prorogata il 22 dicembre 1999, escludendo dal divieto la clonazione di animali transgenici utilizzati per sviluppare farmaci innovativi con biotecnologie e di esemplari di specie animali in via di estinzione. Risulta del tutto evidente l’illogicità delle dispense, che appaiono introdotte per rispondere alle richieste di qualche consulente del Ministero o di qualche gruppo politico. Un anno dopo, il 22 dicembre 2000, il Ministro Veronesi, in mancanza di una legislazione specifica, prorogava fino al 31 giugno 2001 l’ordinanza Bindi. Altrettanto ha fatto il Ministro Sirchia, il quale ha però dichiarato l’intenzione di lasciar decadere l’ordinanza nel 2002.A seguito della pubblicazione del Rapporto Donaldson, in Italia si scatenava uno psicodramma sociopolitico che vedeva da un lato numerosi bioeticisti e politici di orientamento cattolico e non criticare l’ipotesi adombrata dagli inglesi di consentire la sperimentazione su embrioni della tecnologia della clonazione, e dall’altro alcuni ricercatori richiamare l’attenzione sulla portata scientifica e medica delle ricerche con cellule staminali embrionali (46). Il 7 settembre 2000 veniva insediata dal Ministro della Sanità Umberto Veronesi una Commissione con a capo il Premio Nobel Renato Dulbecco, per valutare la portata terapeutica delle cellule staminali e le implicazioni etiche della ricerca. Mentre la Commissione era al lavoro, il Comitato Nazionale per la Bioetica rendeva pubblico il 27 ottobre 2000, il proprio parere sulla ricerca riguardante le cellule staminali in un documento che giudicava moralmente inaccettabile la creazione di embrioni per scopi sperimentali e registrava un mancato accordo sulla liceità di sperimentare con embrioni soprannumerari: in pratica la componente laica del Comitato si esprimeva a favore, mentre era contraria quella cattolica (47). Il 28 dicembre 2000 veniva quindi pubblicato il Documento della Commissione di studio sull’uso di cellule staminali per finalità terapeutiche (Commissione Dulbecco) (48), in cui si confermava la divergenza tra i componenti cattolici (sette) e quelli laici (diciotto) circa l’uso degli embrioni crioconservati, e veniva avanzata una proposta, apparentemente rivoluzionaria, che raccoglieva il consenso di tutta la Commissione e che dovrebbe consentire di produrre cellule staminali autologhe senza creare embrioni (49).

Entrambi i documenti italiani registravano una spaccatura sui risvolti etici della ricerca sulle cellule staminali, nel senso che la componente cattolica si esprimeva contro la sperimentazione su embrioni, sia rispetto all’ipotesi di creare embrioni per scopi di studio sia per l’utilizzazione degli embrioni crioconservati in soprannumero, cioè degli embrioni in eccesso prodotti nel corso dei cicli di fecondazione assistita e che una volta avvenuta la fecondazione giacciono inutilizzati e numerosi nei centri che praticano i trattamenti contro la sterilità. I restanti componenti, 18 su 25 nella Commissione Dulbecco, erano favorevoli all’utilizzo degli embrioni soprannumerari crioconservati, previo consenso-donazione della coppia per cui erano stati prodotti.Rispett o al documento del Comitato Nazionale per la Bioetica, quello della Commissione Dulbecco contiene comunque una novità assoluta, non solo nella sostanza, ma anche nel metodo. Nel senso che non solo analizza lo stato delle conoscenze scientificamente assodate, giudicando quindi l’efficacia relativa in vista di applicazioni terapeutiche delle varie cellule staminali a seconda dalle varie fonti (embrionali, feti abortiti, cordone ombelicale e tessuti adulti), ma propone addirittura di studiare una nuova tecnica per la produzione di cellule staminali (non si capisce bene se totipotenti o meno) senza passare attraverso la creazione di embrioni. L’idea, definita Trasferimento Nucleare per produrre cellule Staminali Autologhe (TNSA), consiste in pratica nel trasferire il nucleo di una cellula somatica in un oocita, la cellula uovo non fecondata, e quindi far sviluppare direttamente delle staminali senza che si formi l’embrione allo stadio iniziale di blastocisti. Sarebbe certamente questa, una volta che si dimostrasse praticabile sul piano tecnico, la quadratura del cerchio.Francamente, però, dalla lettura del documento e dalla genericità dei commenti degli scienziati della Commissione che hanno concepito la TNSA, è lecito sollevare qualche perplessità sulla loro consapevolezza del disegno scientifico dell’impresa. Nel senso che, intanto, il Ministro ha tenuto a dichiarare che “il principio è accettabile” da tutta la Commissione – inclusi i cattolici quindi – “solo a condizione che sia dimostrato con sicurezza che in questo modo non si sviluppa un embrione” (50). Ma questo, allora, significa che non esistono al momento indicazioni sperimentali su come stabilire se far sviluppare o meno un embrione da un oocita ricostituito. Ovvero se si possono ottenere staminali direttamente dalla cellula uovo con il nuovo nucleo: in realtà le cellule embrionali ai primissimi stati sono staminali e non si capisce in cosa potrebbero differire in principio quelle prodotte con la TNSA a parte forse il fatto di non consentire che si aggreghino a formare una morula. La vaghezza delle conoscenze in materia è in parte dimostrata anche dal fatto che, mentre le altre sezioni scientifiche sono ricche di riferimenti bibliografici, quella in cui si propone questa tecnica ne è del tutto priva (51).Il sospetto di essere di fronte con questo documento all’ennesimo equilibrismo o a un equivoco tipicamente italiani è legittimo. Tra l’altro, non si capisce come mai le commissioni che negli Stati Uniti hanno lavorato su questi temi, con lo stesso problema di evitare la creazione di embrioni per scopi sperimentali, non abbiano preso in considerazione questa metodica, se avesse un senso. Forse perché, al di là del fatto che l’obiettivo è lo stesso che si pongono tutti i ricercatori – i quali non vogliono aver a che fare con embrioni umani se si può evitare – è un problema solo italiano quello di riaprire la possibilità di sperimentare il trasferimento nucleare su animali, che in Italia era stato vietato dalla Bindi, e la sua applicazione all’uomo richiederà comunque di usare e creare embrioni umani per capire e controllare meglio i meccanismi.Le informazioni che sono filtrate durante i lavori e alcune testimonianze dirette e indirette parlano di discussioni abbastanza tese in seno alla commissione, dovute alla netta e compatta chiusura della componente cattolica. Una chiusura che a quanto pare ha stimolato l’ingegno dei ricercatori italiani (ma questo non era in dubbio dato che si trattava del Gotha). Viene da chiedersi se faccia del bene a questo Paese continuare sulla strada dei compromessi, dell’autoinganno e delle trappole su questioni vitale come la modernizzazione scientifica e l’innovazione della medicina.Naturalmente i membri cattolici della Commissione Dulbecco si sono affrettati a dire che comunque gli embrioni non si devono toccare, e che la TNSA è qualcosa di assolutamente ipotetico (52). Nel frattempo, senza aspettare il parere della Commissione Dullbecco, il Governo raccoglieva il richiamo dei buoni sentimenti e stanziava 15 miliardi per finanziare la banca di staminali derivate dal cordone ombelicale, creata d’anticipo presso il Policlinico dell’Università Cattolica A. Gemelli di Roma (53).

Il 20 dicembre 2000, la Commissione Esteri del Senato approvava all’unanimità la ratifica della “Convenzione del Consiglio d’Europa per la protezione dei diritti dell’uomo e della dignità dell’essere umano riguardo all’applicazione della biologia e della medicina”, la cosiddetta Convenzione di Oviedo, e del Protocollo aggiuntivo sul divieto di clonazione di esseri umani. E il 14 marzo 2001 Convenzione e Protocollo venivano approvati dal Parlamento. Con questo atto il Documento Dulbecco diventa una carta straccia, o, meglio, testimonianza storico-culturale di un ennesimo fallimento, dato che non si potrà neppure utilizzare gli embrioni soprannumerari, essendo vietata la soppressione di qualsiasi embrione. E l’articolo 1 del Protocollo aggiuntivo proibisce tassativamente il trasferimento nucleare (54).La ratifica è stata salutata come un conquista di civiltà. Ma c’è poco da gioire, perché i rappresentanti dei paesi scientificamente più avanzati non sono stati così zelanti come quelli italiani. Avendo evidentemente compreso quali rischi comporta quel Protocollo per la libertà di ricerca, ma soprattutto per le prospettive di applicazione terapeutica di una tecnologia che potrebbe alleviare le sofferenze di milioni di uomini. L’Italia ha ratificato la Convenzione di Oviedo insieme a Danimarca, Georgia, San Marino, Slovacchia, Slovenia e Spagna. Numerosi paesi che l’avevano firmata, come Finlandia, Francia, Islanda, Olanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Svezia e Svizzera, non la hanno ratificata. Mentre Germania, Gran Bretagna, Irlanda, Russia, Malta e… Santa Sede non l’hanno neppure sottoscritta.Rispetto ai documenti e al dibattito svoltosi in Gran Bretagna, negli Stati Uniti, ma anche in paesi come l’Australia, in Italia il dibattito pubblico è stato caratterizzato da forti accenti emotivi, e l’approccio da parte delle istanze istituzionali e scientifiche non ha dimostrato particolare concretezza né un’apertura di dialogo con la società, quanto piuttosto la ricerca di soluzioni attraverso percorso paternalistici, elitari e caratterizzati da riflessioni astratte e fortemente ideologizzate (55).

Conclusioni

Dopo la Conferenza di Asilomar (1975) la comunità scientifica aveva in qualche modo abdicato a comunicare con la società. Negli ultimi vent’anni sono stati soprattutto i bioeticisti di professione a impostare i toni della discussione pubblica sulle implicazioni etiche e sociali della ricerca scientifica biomedica. La riflessione bioetica, soprattutto nell’Europa continentale, sulla sperimentazione umana e le applicazioni dell’ingegneria genetica e cellulare, hanno messo l’accento più sui rischi di abuso che sui benefici, diffondendo l’idea che i ricercatori operano in assenza di riferimenti morali. La percezione della scienza come fonte di pericoli per l’umanità e come pratica amorale si è diffusa nei media, dove la qualità dell’informazione e della divulgazione scientifica è diventata più scadente proprio mentre è aumentata la presenza.Secondo recenti sondaggi, sull’atteggiamento pubblico verso le biotecnologie, effettuato nel novembre 1999, risulta che i cittadini europei non sarebbero disposti ad accettare i rischi delle nuove biotecnologie, quando non vedono alcun beneficio immediato o percepiscono dei problemi morali. Le riserve morali riguarderebbero peraltro particolari applicazioni delle biotecnologie e non le tecniche in quanto tali, con aspettative ottimistiche per le applicazione mediche (test genetici e produzione di farmaci). Per quanto riguarda la clonazione, quella degli animali viene considerata anche utile, e rischiosa, ma moralmente inaccettabile, per cui un 40 per cento ritiene non sia da incoraggiare (56). Forse questo risultato dovrebbe far riflettere chi ha usato e continua a usare toni da crociata nel dibattito intorno alla clonazione terapeutica, e ha applaudito alla mozione di condanna del documento Donaldson votata dal Parlamento Europeo.A fronte del fatto che l’immagine pubblica dello scienziato si è caricata di connotati negativi, soprattutto in relazione agli sviluppi della ricerca e dell’innovazioni nei settori dell’ingegneria genetica agroalimentare (leggi ogm) e dell’ingegneria cellulare (leggi ricerche sulle cellule staminali embrionali), i ricercatori e le riviste scientifiche specializzate hanno cominciato ad accettare il confronto e a prendere in considerazione, invece che irriderle, le preoccupazioni dell’opinione pubblica. Per quanto riguarda le controversie etico-sociali sollevate dall’ingegneria cellulare, l’analisi comparata dei documenti prodotti dalla US National Advisory Commission, dal Nuffield Council on Bioethics, fino al Documento Donaldson e alle linee guida dei National Institutes of Health, consente di rilevare la presenza di obbiettivi e istanze diverse, ma anche una comune modalità di fondo, ispirata dagli stessi scienziati, volta a trovare una soluzione ai problemi sulla base di una comprensione basata su un ampio confronto e dibattito. Nel senso che i documenti statunitensi e inglesi riflettono una forte contestualizzazione ovvero la capacità, attraverso la raccolta di informazioni essenziali, di definire problemi e soluzioni nella loro pertinenza nazionale. E’ altresì evidente in quei documenti la preoccupazione che la ricerca finanziata pubblicamente continui a essere competitiva rispetto alla ricerca privata, data l’esistenza di concreti rischi di monopolizzazione delle tecniche e delle conoscenze biogenetiche.Ovviamente non basta rassicurare e affrontare le incertezze dell’opinione pubblica. Occorre discutere apertamente, evitando di lasciarle in mano ai soli filosofi, teologi e giuristi anche le dimensioni etiche cercando di far capire, o almeno invitando la società a riflettere sulla irrazionalità e i danni prodotti dalle preclusione ideologiche nei riguardi della sperimentazione con embrioni e dell’uso della tecnologia del trasferimento nucleare per sfruttare appieno le potenzialità terapeutiche delle cellule staminali embrionali. E diversi ricercatori, come Anne McLaren, lo stanno efficacemente facendo (57). Rispetto ad esempio allo statuto etico degli embrioni soprannumerari bisogna sottolineare l’assurdità e le conseguenze dannose per la società degli argomenti sollevati contro l’utilizzazione di questi embrioni per derivare staminali embrionali. Come ha fatto per esempio notare Louis M. Guenin, la ricerca con embrioni soprannumerari è etica in quanto non implica in alcun modo la soppressione di una vita e può trasformare l’imperfezione delle procedure di fecondazione assistita, che comunque esistono e vengono praticate, in un beneficio per la collettività. Di fatto, dato che un embrione non può sopravvivere al di fuori dell’utero, nel momento in cui una paziente decide che un embrione non verrà più trasferito in utero, quell’embrione non ha più alcun potenziale di sviluppo: nessuno di quegli embrioni è più una persona potenziale. Il suo destino è segnato. Negando la possibilità di usarli, di fatto “non si fa nascere un solo bambino in più” (58). Non ci guadagna nessuno se vengono distrutti. Anzi, ci perdono solo quei pazienti le cui sofferenze potrebbero essere alleviate da terapie cellulari potenzialmente derivabili dalle ricerche sulle cellule embrionali.

È comunque singolare che i pregiudizi religiosi e i dogmi che li alimentano, che già in passato erano stati avanzati contro i progressi scientifici e tecnologici in campo medico, basti ricordare gli atteggiamenti iniziali della Chiesa nei riguardi delle immunizzazioni e addirittura dell’anestesia applicata per lenire i dolori del parto (un pregiudizio questo ultimo non ancora del tutto superato), riescano ancora a ostacolare e ritardare avanzamenti scientifici che dovrebbero essere desiderabili da chiunque davvero auspichi migliori opportunità di salute e quindi qualcosa di concretamente buono per l’umanità.

NOTE

1) M. A. Di Berardino, Cloning: Past, Present and the Exciting Future, Breakthrought in Bioscience, FASEB, http://www.faseb.org/opar/cloning/

2) I. Wilmut, K. Campbell and C. Tudge, The Second Creation. The age of biological control by scientists who cloned Dolly, Headline Book Publishing, London, 2000.

3) G. Wolstenholme (a cura di), Man and His Future, J. & A. Churchill, London 1963.

4) G. Kolata, Cloni. Da Dolly all’uomo?, Raffaello Cortina Editore, Milano 1998.

5) P. Ramsey, Shall we “reproduce”? I. The medical ethics of in vitro fertilization, JAMA 220(10), 1972: 1346-50; idem, Shall we “reproduce”? II. Rejoinders and future forecast, JAMA 220(11), 1972: 1480-5.

6) J.D. Watson, Moving Toward the Clonal Man Is this what we want?, The Atlantic Montly, Maggio 1971: 5-8. 7) L. Thomas, Notes of a biology-watcher. On cloning a human being, The New England Journal of Medicine 291 (24), 1974: 1296-7.

8) G. Stent, Molecular biology and Metaphysics, Nature 26, 1974: 779-81

9) Cfr. G. Corbellini, Le grammatiche del vivente. Storia della biologia e della medicina molecolare. Laterza, Bari-Roma, 1999.

10) D.M. Rorvik, In His Image: the Cloning of Man, I.B. Lippinicott, New York, 1978.

11) J. McGrath , D. Solter, Inability of mouse blastomere nuclei transferred to enucleated zygotes to support development in vitro, Science 226(4680), 1984: 1317-9.

12) President’s Commission for the Study of Ethical Problem in Medicine and Biomedical and Behavioral Research, Splicing Life. The Social and Ethical Issues of Genetic Engineering with Human Being, U.S. Government Printing Office, Washington D.C. 1982 (trad. it. A.M. Capron et al., Costruire la vita. I problemi dell’ingegneria genetica, Elidir, Roma 1993).

13) H. Jonas, Tecnica, medicina ed etica. Pratica del principio di responsabilità, Einaudi, Torino, 1997 (ed. or. 1985).

14) Cfr. L.M. Silver, Il paradiso clonato, Sperling &Kupfer Editori, Milano, 1998.

15) National Advisory Board on Ethics in Reproduction, Report on Human Cloning Through Embryo Splitting: An Amber Light, Kennedy Institute of Ethics Journal 4, 1994: 251-282.

16) J.A. Roberts, The question of human cloning, The Hasting Center Report 24, 1994: 6-14. Cfr. anche la replica di M.A. Roberts, Human cloning: a case of no harm done?, The Journal of Medicine and Philosophy 21, 1996: 537-54. Inoltre: R. Macklin, Splitting embryos on the slippery slope: Ethics and public policy, Kennedy Institute of Ethics Journal 4, 1994: 209-225; J. Cohen e G. Tomkin, The Science, Fiction and Reality of Embryo Cloning, Kennedy Institute of Ethics Journal 4, 1994: 193-203.

17) S.M. Willadsen, Nuclear Transplantation in Sheep Embryos, Nature 320, 1986: 63-65.

18) Cfr. G. Kolata, Cloni. Da Dolly all’uomo?, cit.

19) V. Sgaramella, & Zinder, N.D. Science, 1998, 279: 635-636.

20) D. Solter Dolly is a clone – and no longer alone, Nature 1998, 394:315-6.

21) NIH, Report of the Human Embryo Research Panel, September 1994.

22) M. Mulkay, The embryo research debite: Science and the politics of reproduction, Cambridge University Press, Cambrdge (engl.), 1997; P.B.C. Jones, Funding of human stem cell research by the United States, Bioethics, 2000:...

23) P. Kitcher, Whose self is It, anyway, The Sciences 37 (5), 1997: 58-62

24)”Al momento – concludeva la Commissione – è moralmente inaccettabile che chiunque, nel settore pubblico o provato sia per scopi di ricerca sia per scopi clinici, tentare di creare un bambino usando il trasferimento del nucleo cellulare o clonazione. La Commissione ha raggiunto un consenso su questo punto in quanto l’informazione scientifica di cui disponiamo attualmente indica che questa tecnica non è sicura per essere applicata adesso sull’uomo. [...] Si dovrebbe emanare una legislazione federale per proibire a chiunque di tentare, sia nell’ambito della ricerca sia della clinica, di creare un bambino attraverso la clonazione per trasferimento nucleare da cellule somatiche. E’ cruciale, tuttavia, che questa legistazione incluca una clausola di scadenza tale da assicurare che il Congresso riconsidererà il problema dopo un periodo di tempo specificato (da tre a cinque anni) allo scopo di decidere se la proibizione continua a essere necessaria. [...] Qualsiasi azione regolativa o legislativa intrapresa per rendere operativo il divieto di creare un bambino mediante trasferimenti del nucleo cellulare somatico dovrebbe essere scritta attentamente in modo che non interferisca con altri aree importanti della ricerca scientifica”. Cloning Human Beings. Report and Recommendations of the National Bioethics Advisory Commission: Rockville, Maryland, June 1997.

25)La Dichiarazione, pubblicata da Free Inquiry Magazine può essere letta all’indirizzo URL: http://www.secularHumanism.org/library/fi.

26)J.A. Thomson et al., Embryonic stem cell lines derived from human blastocysts, Science 1998, 282: 1145-47.

27)M.J. Shamblott et al., Derivarion of pluripotent stem cells from cultured human primordial germ cells, PNAS 1998, 95: 13726-31.

28)E. Marshall, Claim of Human-Cow Embryo Greeted With Skepticism, Science 1998, 282: 1390-91.

29)US National Advisory Commission, Ethical Issues in Human Stem Cell Research, Vol. I, Report and Reccomandations, Rockville, Maryland, 1999.

30)US National Advisory Commission, Ethical Issues in Human Stem Cell Research, vol. I, Report and Reccomandations; vol. II, Commissioned Papers; vol. III, Religious Perspectives, Rockville, Maryland, 1999.

31)NIH, National Institutes of Health Guidelines for Research Using Human Pluripotent Stem Cells, 23 August (http://www.nih.gov/news/stemcell/stemcellguidelines.htm)

32)A.R. Chapman, M.S. Frankel, M.S. Garfinkel, Stem Cell Research and Application. Monitoring the Frontiers of Biomedical Research, American Association for the Advancement of Science and Institute for Civil Society, November 1999.

33)NIH, National Institutes of Health Guidelines for Research Using Human Pluripotent Stem Cells, 23 August (http://www.nih.gov/news/stemcell/stemcellguidelines.htm)

34)”Areas of research ineligible for NIH funding include: A. The derivation of pluripotent stem cells from human embryos; B. Research in which human pluripotent stem cells are utilized to create or contribute to a human embryo; C. Research utilizing pluripotent stem cells that were derived from human embryos created for research purposes, rather than for fertility treatment; D. Research in which human pluripotent stem cells are derived using somatic cell nuclear transfer, i.e., the transfer of a human somatic cell nucleus into a human or animal egg; E. Research utilizing human pluripotent stem cells that were derived using somatic cell nuclear transfer, i.e., the transfer of a human somatic cell nucleus into a human or animal egg; F. Research in which human pluripotent stem cells are combined with an animal embryo; and G. Research in which human pluripotent stem cells are used in combination with somatic cell nuclear transfer for the purposes of reproductive cloning of a human”. NIH, National Institutes of Health Guidelines for Research Using Human Pluripotent Stem Cells, cit.

35)G. Vogel, Can Adult Stem Cells Suffice, Science 2001, 292: 1820-22.

36)US National Academy of Sciences, Stem cells and the future of regenerative medicine. Washington, 2001.

37)Journal of Regenerative Medicine 2 (2001), 2-30.

38)A.A. Kiessling, In the stem-cell debate, new concepts need new words, Nature 413 (2001), 453

39)Cloning Issues in Reproduction, Science and Medicine, HGAC and HFEA, January 1998.

40)Pubblic Perspectives on Cloning. A social research study. The Wellcome Trust, December 1998.

41)The Royal Society, Whither cloning?, London, January 1998.

42)The Royal Society, Therapeutic clonino. A submission by the Royal Society to the Chief Medical Officer’s Export Group, London, February 2000.

43)Nuffield Council on Bioethics; Stem Cell Therapy: the ethical issues. a discussion paper. April 2000.

44)Chief Medical Officer’s Expert Advisory Group on Therapeutic Cloning, Stem Cell Research: Medical Progress with Responsibility, Department of Health, UK, June 2000

45)Comitato Nazionale per la Bioetica, La clonazione, Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria, Roma, 1997.

46)G. Corbellini, “La clonazione dell’ignoranza”, La Rivista dei Libri, n. 10, ottobre 2000, pp. 11-13.

47)Raccomandazione del Comitato Nazionale per la Bioetica sull’impiego terapeutico delle cellule staminali, Roma, 27 ottobre 2000.

48)Commissione di studio sull’uso di cellule staminali per finalità terapeutiche, Relazione conclusiva, Ministero della Sanità, Roma, 28 dicembre 2000.

49)Conferenza Stampa sulle “Cellule Staminali”, Presentazione del Ministro della Sanità Umberto Veronesi, Roma 28 dicembre 2000.

50)Conferenza Stampa sulle “Cellule Staminali”, Presentazione del Ministro della Sanità Umberto Veronesi, Roma 28 dicembre 2000.

51)I riferimenti che si trovano in letteratura ai cosiddetti “corpi embrionici” in cui dovrebbe trasformarsi l’oocita ricostituito, senza passare per l’embrione, secondo il Documento Dulbecco riguardano in realtà la differenziazione spontanea di cellule embrionali staminali o germinali derivate da embrioni. Vedi M.V. Wiles e B.M. Johansson, “Embryonic stem cell development in a chemically definied medium”, Experimental Cell Research vol. 247, 1999, pp. 241-248; M.F. Pera, B. Reubinoff e A. Trounson, “Human embryonic stem cell”, Journal of Cell Sciences vol. 113, 2000, pp. 5-10.

52)E. Negrotti, “Domenico Di Virgilio: Ma salvaguardiamo l’embrione. Il nostro parere non è stato tenuto in considerazione dalla Commissione. E il documento finale era già stampato”, L’Avvenire, Venerdì 29 dicembre 2000

53)A fine novembre 2001 è stata insediata dal Ministro della Salute, Girolamo Sirchia, una Commissione presso l’Istituto Superiore della Sanità che si dovrà valutare i progetti di ricerca sulle staminali adulte. Un’operazione che nella sostanza cancella il lavoro della Commissione Veronesi-Dulbecco, dando per scontato che in Italia si studieranno soltanto le saminali adulte.

54) “Article 1. I. Any intervention seeking to create a human being genetically identical to another human being, whether living or dead, is prohibited. II. For the purpose of this article, the term human being “genetically identical” to another human being means a human being sharing with another the same nuclear gene set”, Additional Protocol to the Convention for the Protection of Human Rights and Dignity of the Human Being with regard to the Application of Biology and Medicine, on the Prohibition of Cloning Human Beings, Council of Europe.

55)D. Neri, La bioetica in laboratorio, Laterza, Bari-Roma, 2001,

56)G. Gaskell, et al., Biotechnology and the European public, Nature Biotechnology 18 (2000), 935-938.

57)A. McLaren, Ethical consideration of stem cell rsearch, Nature 414 (2001), 129-131.

58)L.M. Guenin, Morals and Primordials, Science 292 (2001), 1659.

Commenti

Desideri lasciare un commento a questo articolo?

Registrati su galileonet.it! Oppure esegui il login