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17 Maggio 2012 | ultimo aggiornamento circa 6 ore fa

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La morte come libertà

di Daniela Cipolloni | Pubblicato il 07 Dicembre 2006 15:49

"Due mesi fa aspettavo ancora la notte e il suo sonno che mi allontanava per qualche ora dall'incubo del giorno. Ora anche la notte è diventata un incubo, perché fatico a respirare e nel sonno vado in frequenti apnee che mi svegliano con il senso di soffocamento. È una tortura insopportabile”. Le parole di Piergiorgio Welby, dal letto dove sopravvive grazie a un ventilatore polmonare, da mesi invocano il diritto di poter morire, mettere fine a una vita che tale non è più, “è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche”.

Colpito da distrofia muscolare progressiva da l963, Welby è diventato il simbolo del dibattito etico e politico sull'eutanasia che sta spaccando il Parlamento e interrogando gli italiani. Il 22 novembre, Welby ha rivolto un video appello al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, l'ennesima richiesta di grazia. Dal 23 novembre è in corso uno sciopero della fame avviato dai Radicali italiani e l'Associazione Luca Coscioni (di cui Welby è co-presidente). E la lista delle adesioni alla protesta, a cui si sono uniti anche Adriano Sofri e il ministro per il Commercio estero Emma Bonino, continua ad allungarsi di giorno in giorno.

Intanto, secondo un sondaggio condotto dall'Istituto Ipr Marketing, il 64 per cento degli italiani sarebbe favorevole ad accogliere le richieste di Welby, una percentuale che tocca il 50 per cento fra i cattolici praticanti e il 71 per cento fra quelli non praticanti.
Dati che confermano quanto rilevato dal Rapporto 2003 dell’Eurispes (“Più consenso sull'eutanasia”), secondo cui nell'ultimo decennio sarebbe cambiata l’opinione degli italiani sulla libertà di decidere della propria morte.

Restano, però, i problemi e le contraddizioni legislative. Perché chi tenta un suicidio non commette reato, mentre chi, nell'impossibilità di muovere braccia e gambe, chiede che gli venga staccata la spina e insieme di essere sedato per non soffrire, sì? Fino a che punto è giusto negare a un malato di abbreviare, come chiede Welby “un percorso di disperazione, prima che arrivi a quel termine naturale che le tecniche di rianimazione e i macchinari riescono a spostare sempre più in avanti nel tempo”? Staccare una spina, allora, è come ritiene il ministro della salute Livia Turco, un atto che non attiene all'esercizio delle libertà personali, o è “la morte opportuna” come sostiene l'uomo di fede Jacques Pohier? È un atto di pietà, quando vivere diventa un oltraggio estremo, come per l'autore di "Lasciatemi morire" (Per una vita dignitosa), o una violazione della dignità umana? Come si fa a stabilire qual è il confine “tra la vita e la morte”?

Gli interrogativi sulla dolce morte risollevano altre questioni spinose come l'eutanasia clandestina, il testamento biologico, un provvedimento ancora in sospeso ereditato dalla precedente legislatura, e l'accanimento terapeutico (“Con dignità fino alla fine”). Temi che Galileo ha sempre seguito con attenzione, per esempio discutendo le proposte di Umberto Veronesi in fatto di dichiarazioni anticipate di trattamento (“Registriamo le volontà anticipate") o quelle del Comitato di Bioetica (“Sì al testamento biologico”). Non solo in Italia ma anche all'estero, dando voce alle organizzazioni impegnate nel diritto a morire con dignità (“Un diritto alla persona”).

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Autore

Daniela Cipolloni

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Daniela Cipolloni è giornalista scientifica freelance. Scrive per il settimanale Oggi ed è redattrice del sito dell'Agenzia Spaziale Italiana. Ha lavorato nella redazione di Galileo e Zadig Roma, collaborando per numerose testate tra cui L'espresso, Le Scienze, Mente & Cervello, Il Messaggero. È stata docente al Master in comunicazione della scienza della Sissa di Trieste. Nel 2009 ha scritto il libro "Compagno Darwin. L’evoluzione è di destra o di sinistra?" (Sironi) insieme a Nicola Nosengo.


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