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11 Febbraio 2012 | ultimo aggiornamento circa 23 ore fa

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Clonazione in stallo

di Daniela Cipolloni | Pubblicato il 21 Maggio 2007 09:41

Dieci anni fa nasceva in un laboratorio scozzese la pecora più famosa della storia: Dolly, fotocopia di un’altra pecora. Ian Wilmut e Keith Campbell del Roslin Institute erano riusciti per la prima volta a clonare un mammifero, grazie a una tecnica chiamata “trasferimento cellulare nucleare”. Una notizia di portata storica (Cronaca di un clone annunciato) che apriva un capitolo nuovo, straordinario e per molti aspetti inquietante, della scienza. Da allora, altre 16 specie di mammifero sono state clonate, tra cui il topo, il gatto, il cavallo, l’asino, il toro, il lupo, il maiale, il muflone e il cane, tutti regolarmente annunciati dalle principali riviste scientifiche e poi rimbalzati sui media (Ecco ombretta, il muflone clonato, Topi in serie, E il mulo raddoppia, 86 al quadrato: toro clonato).

Ma la clonazione non è stata la rivoluzione del secolo. Le promesse di replicare animali o specie vegetali per salvarli dall’estinzione, aumentare la produzione in agricoltura, fino ad arrivare curare mali inguaribili dell’essere umano attraverso la cosiddetta “clonazione terapeutica” per ora sono rimaste inattese. I fallimenti, come l’impresa impossibile di clonare i macachi (Clonazione impossibile) hanno di gran lunga superato i successi scientifici, finendo per smorzare entusiasmi e paure. Come scrive questa settimana su Science Jose Cibelli, biologo del Cellular Reprogramming Laboratory del Departments of Animal Sciences and Physiology presso la Michigan State University “in dieci anni laboratori di tutto il mondo si sono lanciati nell’impresa di identificare i meccanismi responsabili del fenomeno. Centinaia di manoscritti peer-reviewed dopo, molte questioni restano senza risposta e non siamo ancora capaci di aumentare il successo delle tecniche di clonazione. Per tutte le specie clonate con il metodo del trasferimento nucleare, meno del dieci per cento degli embrioni trasferiti nell’utero produce un clone sano”.

I problemi di far nascere un essere vivente prelevando il nucleo di una cellula somatica adulta e trasferendolo in ovocita enucleato erano emersi sin dall’inizio. Dolly non ha avuto vita lunga (E’ morta Dolly), soffriva di artrite ed è stata uccisa da una patologia progressiva dei polmoni. Non è stato uno caso isolato. Un decennio di animali clonati ha insegnato che, oltre all’altissima percentuale di fallimento delle tecniche nel trasferimento in utero, molti cloni di animali nascono con problemi di salute, anche se nell’aspetto sono assolutamente perfetti. Il fatto è che la comprensione della riprogrammazione cellulare è ancora lontana e le tecniche per mettere in atto un processo “chiaramente non naturale”, dice Cibelli, non hanno fatto praticamente passi in avanti. Non che progressi non ce ne siano stati: “Oggi sappiamo che il nucleo di una cellula altamente indifferenziata può essere riprogrammato”. Di più, è possibile persino che le cellule del clone siano più giovani dell’individuo da cui provengono (I sei vitelli supergiovani). “Inizialmente pensavamo che gli animali clonati da un adulto avrebbero mostrato l’età biologica del donatore del nucleo”, spiega Cibelli: “Questo nasceva in parte dall’analisi della lunghezza dei telomeri (le estremità dei cromosomi) di Dolly, più corti della pecora da cui era stata clonata. Ogni volta che una cellula adulta si divide, i telomeri si accorciano. Pertanto, la minor lunghezza è associata all’invecchiamento e alle malattie legate all’età. Ma in realtà studi successivi hanno mostrato che in certi animali clonati, la lunghezza dei telomeri non solo era stata ripristinata, ma era anche superiore al donatore”.

Oggi lo scoglio fondamentale da superare per uscire dall’empasse è rispondere a una domanda: “Qual è il gene o i geni la cui espressione nella cellula uovo è cruciale per la riprogrammazione del nucleo somatico?”. Cibelli nella sua analisi è ottimista: “Diversi geni candidati potrebbero essere buoni target per la perdita o il guadagno di funzioni vitali. Di più, la conservazione del fulcro della riprogrammazione cellulare sembra essere un meccanismo robusto e questo potrebbe facilitare studi comparativi genomici e proteomici tra le specie”. L’obiettivo del prossimo decennio almeno è chiaro: decifrare le chiavi genetiche della clonazione, la sola via per generare linee cellulari umane che potranno essere in futuro utilizzate nelle terapie, perché si possa ragionevolmente parlare di clonazione terapeutica.

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Autore

Daniela Cipolloni

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Daniela Cipolloni è giornalista scientifica freelance. Scrive per il settimanale Oggi ed è redattrice del sito dell'Agenzia Spaziale Italiana. Ha lavorato nella redazione di Galileo e Zadig Roma, collaborando per numerose testate tra cui L'espresso, Le Scienze, Mente & Cervello, Il Messaggero. È stata docente al Master in comunicazione della scienza della Sissa di Trieste. Nel 2009 ha scritto il libro "Compagno Darwin. L’evoluzione è di destra o di sinistra?" (Sironi) insieme a Nicola Nosengo.


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