Dossier
Cites sotto accusa
Inefficace, anzi controprudecente. L'accusa, lanciata dalle pagine di Nature alla Cites (la Convenzione di Washington sul commercio di fauna e flora minacciate di estinzione) trasforma, senza troppi giri di parole, i paladini della conservazione in principali imputati del traffico illecito di piante e, soprattutto, animali. Con un'insinuazione non tanto facile da digerire: l'eccessivo proibizionismo, perseguito dalla Convenzione come unica strategia vincente, contribuisce invece ad aumentare il numero e le quotazioni delle compravendite illegali. E i diretti chiamati in causa farebbero bene, avvertono gli autori dell’articolo, a tenerlo presente quando tra il 3 e il 15 giugno prossimi nella Conferenza delle Parti, verranno sottoposte all’approvazione dei 171 paesi membri 36 proposte di ulteriori restrizioni che porteranno all’inserimento di nuove specie in Appendice I, (attualmente composta da 800 specie minacciate di estinzione il cui commercio è completamente proibito, tranne per scopi scientifici).
Un errore da evitare visto che in passato tutte le volte che una specie è saltata dall'Appendice II (che elenca le oltre 32.000 specie non immediatamente a rischio di estinzione ma in equilibrio precario, commerciabili entro limiti stabiliti) all'Appendice I è successo proprio il contrario di quanto auspicato. Soprattutto perché tra la proposta e l'effettiva entrata in vigore della nuova classificazione passa un tempo troppo lungo, tra i 240 e i 420 giorni, durante il quale si scatena la compravendita proprio delle specie al centro del giro di vite. Con picchi di aumento del commercio clandestino fino al 135 per cento che mettono seriamente a rischio la sopravvivenza di intere popolazioni di animali. Come è accaduto per esempio per le 2.800 testuggini di Kleinmann e i 5.500 gatti di Geoffroy, rispettivamente la metà e un decimo di tutti gli esemplari esistenti in natura, finiti sul mercato durante questo delicato periodo di transizione.
Cosa fare quindi? Escludendo realisticamente la strada della riduzione dei tempi, visto che le proposte devono essere vagliate da tutti gli Stati membri, resta un'unica possibilità di intervento: bloccare tutti i nuovi ingressi in Appendice I e controllare meglio il traffico delle specie elencate in Appendice II, che è la sola veramente utile alla salvaguardia della biodiversità. Questo è quanto si legge su Nature di questa settimana. Ma il pulpito da cui viene la predica, cioè la prestigiosa rivista inglese, non appare del tutto immacolato agli occhi di chi ha a cuore la conservazione delle specie. Visto che recentemente le testate scientifiche come Science e Nature, ironia della sorte, sono state accusate proprio della stessa colpa attribuita alla Cites: incentivare, ospitando i periodici annunci della scoperta di nuove specie (Pericolo biopirateria), il mercato clandestino e le attività illecite dei bracconieri, che frutterebbero secondo le stime dell’ultimo rapporto Zoomafia 500 milioni di euro l’anno.
Inutile però difendersi sferrando un nuovo attacco. Pierangelo Baratta funzionario Cites preferisce ricorrere ad altri argomenti: “Il problema sollevato dall’articolo di Nature non è del tutto privo di fondamento. Però dobbiamo ricordarci che la classificazione delle specie segue esclusivamente rigorosi criteri scientifici ed è sottoposta al vaglio del Comitato di esperti, che hanno bisogno di tempo per valutare correttamente la situazione. Non sono rari, del resto, i casi di declassificazione di una specie dalla Appendice I alla II, quando nel corso degli anni la situazione di massima allerta viene meno. Per alcuni animali come i Gorilla, ridotti oramai a poche centinaia di esemplari, non ci possono essere alternative. Si tratta di un patrimonio dell’umanità - e non a caso la Cites fa capo all’Unesco - che rischia di sparire per sempre dalla faccia della Terra”.
Insomma, la biodiversità si può difendere solo a colpi di divieti? “La proibizione del commercio”, prosegue Barratta, “deve essere accompagnata da efficaci politiche di controllo, ma soprattutto da interventi che risolvano il problema a monte. Mi riferisco a politiche di aiuto economico e di trasformazione culturale rivolte ai paesi più poveri, dove la vendita di una zanna di elefante può fruttare più di un’intera vita di duro lavoro. Qui dovrebbero venire realizzati, per esempio, centri per la riproduzione di animali destinati al commercio in modo tale da evitare il prelevamento in natura”.
Indice del dossier
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Autore
Giovanna Dall'Ongaro
Laureata in filosofia ha curato l’ufficio stampa dell'Ente Nazionale Protezione Animali e collabora come free lance con diverse testate, tra cui 50&Più (Confcommercio),L'Espresso, La Macchina del Tempo. Dal 2003 fa parte della redazione di Sapere.
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Indice del dossier
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Ecco le specie italiane a rischio
20 Ottobre 2000 -
Prêt a porter da cani
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24 Febbraio 2006 -
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