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11 Febbraio 2012 | ultimo aggiornamento 1 giorno fa

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Decisione di fine vita per un malato cronico su cinque

di Roberta Pizzolante | Pubblicato il 29 Giugno 2007 18:06

Per un malato cronico respiratorio su cinque in Europa si prende una decisione di fine vita. Che si tratti di sospensione del trattamento, per lo più della ventilazione meccanica, o di ordine di non intubare, le scelte di fine vita sono più comuni di quanto si pensi negli ospedali europei. E’ quello che emerge dall’analisi condotta da una task force incaricata dalla European Respiratory Society di indagare i numeri di questa pratica. Guidato da Stefano Nava della Fondazione Salvatore Maugeri di Pavia e da Anita Simonds del Brompton Hospital di Londra, il team si è concentrato sui malati respiratori inviando una survey ai medici di 30 unità di terapia intensiva respiratoria sparse per l’Europa.

Le malattie polmonari sono oggi la quinta causa di morte nel mondo e si apprestano a diventare la seconda entro il 2020. “Le conoscenze sulle decisioni di fine vita erano finora limitate ai malati nelle terapie intensive, quelli non in grado di intendere e volere e comunque non affetti da malattie croniche come i pazienti respiratori”, spiega Nava. “Il tasso di risposta al nostro questionario è stato piuttosto basso, circa il 30 per cento, con una prevalenza di feedback da parte dei medici italiani e francesi”. Ma dai dati emersi, in uscita su European respiratory Journal, è possibile tracciare una fotografia della situazione: in questi reparti le decisioni di fine vita vengono prese per il 21,5 per cento dei pazienti ammessi. Su un totale di oltre seimila pazienti entrati nelle unità di terapia intensiva respiratoria, infatti, queste scelte hanno riguardato quasi 1.300 malati. Si è optato per la sospensione del trattamento (soprattutto della ventilazione meccanica) in quasi un quarto dei casi, pari al 23 per cento; gli ordini di non intubare o di resuscitare hanno riguardato un caso su tre (il 34 per cento) mentre la scelta di una forma di ventilazione non invasiva è stata presa nel 31 per cento di questi casi. Solo un caso di eutanasia è stato registrato dalla survey. Le pratiche sono per lo più simili in Europa tranne l’astensione dall’intubare o dal resuscitare, che sono applicati il doppio delle volte nel nord Europa (40 per cento dei casi) rispetto al sud.

“L’aspetto positivo emerso è che nelle decisioni è sempre coinvolto il malato e i suoi familiari, oltre a tutta l’équipe medica, compresi gli infermieri. Altro dato emerso è che i malati chiedono assistenza religiosa solo nel 30 per cento dei casi, con una delle percentuali più basse, un malato su dieci, proprio in Italia”, continua Nava, che ci tiene a precisare la differenza di queste scelte dall’eutanasia: “Esse si praticano in pazienti che non hanno più una ragionevole speranza di vita o che sono tenuti artificialmente in vita. Il non intervenire con un supporto ventilatorio è come non intraprendere un intervento chirurgico d’urgenza o non somministrare un farmaco vitale. Cosa quindi ben diversa dall’eutanasia, con la quale le scelte di fine vita non vanno confuse”.

Ma già tempo prima c’era chi parlava del diritto dell’individuo morente a essere rispettato nelle sue scelte. Si tratta di Jèrome Sobel, medico e presidente della sezione svizzera di Exit, una delle 30 organizzazioni in Europa impegnate nel diritto a morire con dignità, intervistato a Roma in occasione del Congresso internazionale sulle decisioni di fine vita (Un diritto della persona). Lo stesso Comitato nazionale di bioetica, sempre nel 2003, aveva approvato un documento sul valore delle dichiarazioni anticipate di trattamento (Sì al testamento biologico). In seguito le iniziative per sostenere una direttiva al riguardo non sono mancate. Si pensi alla proposta della Fondazione Umberto Veronesi di un registro dove chi lo desidera possa lasciare le proprie volontà anticipate per la sua fine vita, il cosiddetto testamento biologico (Registriamo le volontà anticipate) o alle dichiarazioni rilasciate a Galileo dal Lama Thamthog Rimpoche, direttore spirituale del Centro Studi Tibetani di Milano e guida spirituale dell’Unione Buddista, in occasione del convegno internazionale sulle dichiarazioni anticipate di volontà del morente promosso dalla Commissione Igiene e Sanità del Senato (Se questa è vita). Un argomento, quello delle volontà anticipate, che non lascia indifferenti neanche i cittadini (Gli italiani vogliono la legge).

Un tema caldo, date le diverse legislazioni nazionali in materia, che solo l’adozione di una direttiva sulle volontà anticipate può contribuire a sbrogliare. Galileo ha più volte seguito il dibattito, sollevato in occasione del caso di Piergiorgio Welby e più di recente di Giovanni Nuvoli (La morte come libertà, Giovanni ha deciso). Proprio questi casi hanno accesso il dibattito parlamentare, con la presentazione di disegni di legge per l’attuazione del diritto a non subire trattamenti medici (L'autodeterminazione è un diritto).

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Autore

Roberta Pizzolante

Little-per galileo

Giornalista pubblicista dal 2005, è laureata in Sociologia e ha un master in "Le scienze della vita nel giornalismo e nei rapporti politico-istituzionali" conseguito alla Sapienza. Fa parte della redazione di Galileo dal 2001, dove si occupa di ambiente, energia, diritti umani e questioni di rilevanza etica e sociale. Per Sapere, bimestrale di scienza, si occupa dell'editing e della ricerca iconografica. Nel corso negli anni ha svolto vari corsi di formazione e stage nell'ambito della comunicazione (Internazionale, Associated Press, ufficio stampa della Sapienza di Roma, Wwf Italia). Ha scritto per diverse testate tra cui L'espresso, Le Scienze, Mente&Cervello, Repubblica.it, La Macchina del Tempo, Ricerca e Futuro (Cnr), Campus Web, Liberazione, Il Mattino di Padova. Dal 2007 al 2009 ha curato l'agenda degli appuntamenti per il settimanale Vita non Profit.


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