Dossier
Una sfida persa in partenza
Anche in Finlandia, terra delle pari opportunità, il paese dove al vertice della piramide istituzionale c'è una presidentessa della Repubblica, Tarja Halonen, ebbene anche lì le donne non se la passano poi così bene, soprattutto quelle che lavorano. Se è vero, come dimostra una tesi di Sami Napari, della Helsinki School of Economics, che anche nel paese scandinavo le retribuzioni nel settore privato non sono affatto equivalenti tra i due sessi. E, com'è facile indovinare, quelle più basse non sono quelle dei maschi.
Napari ha studiato le differenze tra i salari di uomini e donne nel settore privato tra il 1995 e il 2004, basandosi su dati ottenuti dall'Istituto nazionale di Statistica finlandese e la Confindustria locale. Scoprendo che all'origine del “gender gap” ci sono soprattutto i primi dieci anni di carriera. In questo periodo, il divario tra lo stipendio di un uomo e quello di una donna può persino raddoppiare, per poi mantenersi costante negli anni successivi. A fare la differenza sono soprattutto tre fattori. In primo luogo, spiega Napari, la maggiore disponibilità dei maschi a cambiare lavoro, per raggiungere obiettivi più appetibili e affrontare sfide più stimolanti: il passaggio da un'azienda a un'altra porta quasi sempre a un miglioramento della condizione economica. In secondo luogo, l'arrivo dei figli, che comporta inevitabilmente un arresto nella carriera femminile – e dunque nella progressione salariale – mentre non sembra avere alcun effetto sul percorso lavorativo dei maschi. Terzo fattore, forse il più preoccupante, è quello che riguarda il grado di formazione. Secondo Napari, il gap di genere tra le retribuzioni è dovuto anche alle differenze nelle scelte educative tra i due sessi. I lavoratori con un grado di istruzione più basso hanno in genere una retribuzione del 30 per cento inferiore rispetto ai colleghi più istruiti. E nel primo gruppo la percentuale di donne è maggiore.
Se questo è il panorama finlandese, si ha qualche remora a dare uno sguardo a quello italiano. E infatti: un'analisi statistica dell'Università di Roma Tre mostra che nel nostro paese le donne non solo guadagnano meno degli uomini, ma hanno anche molta difficoltà a partecipare alla vita lavorativa e politica. E anche quando l'accesso all'istruzione universitaria è paragonabile a quello maschile, la loro presenza nel mondo del lavoro resta comunque inferiore (Miraggio parità). Assenza accentuata anche dalle modalità lavorative tipiche dell'Italia, in cui la presenza in ufficio è richiesta per molte ore al giorno e dove flessibilità è sinonimo di precarietà, anziché di integrazione con i ritmi familiari.
Peccato che poi, dati alla mano, sia ormai chiaro che le imprese femminili – quelle guidate da una donna, o in cui la maggioranza delle azioni o del capitale sia detenuta da una donna – ottengono ottimi risultati economici, quanto e più di quelle guidate da uomini. Che restano, però, la grande maggioranza. È il risultato di una ricerca condotta su 621 piccole e medie imprese italiane da Paola Dubini e Lucrezia Songini, docenti dell’Università Bocconi, sul “Glass Ceiling in SMEs: When Women are in Command”: cioè su quel soffitto di vetro che ancora impedisce alle donne di occupare posizioni di rilievo nel mondo imprenditoriale. (Più donne, più guadagno). Uno spiraglio di ottimismo è aperto da Francesca Zajczyk, che nel suo libro “La resistibile ascesa delle donne in Italia” dà voce alla nuova coppia, dual career, in cui i mariti, impegnati in famiglia quanto la moglie, sono i primi sostenitori della carriera della donna (Ai vertici senza paura).
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Autore
Elisa Manacorda
Giornalista professionista, è direttore di Galileo, che ha fondato nel 1996 con altri giornalisti e ricercatori. Scrive per le principali testate italiane. E’ docente al Master SGP della Sapienza Università di Roma. Con Letizia Gabaglio è autrice di "Il Fattore X" sulla medicina di genere.
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