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10 Febbraio 2012 | ultimo aggiornamento circa 7 ore fa

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Sia fatta la sua volontà

di Tiziana Moriconi | Pubblicato il 10 Luglio 2008 17:26

Aggiornamento del 9 febbraio 2009:  Alle ore 20:10 Eluana Englaro è morta. Era stata ricoverata il 3 febbraio presso la clinica "La Quiete" di Udine. Da quattro giorni erano state sospese l'alimentazione e l'idratazione artificiale.

Aggiornamento del 27 gennaio 2009: Se volesse, Beppino Englaro potrebbe scegliere di interrompere alimentazione e idratazione artificiali in una strutura pubblica della Lombardia. Ieri, infatti, il Tar ha depositato la sentenza contro il rifiuto della Regione a ospitare Eluana: le strutture pubbliche del territorio sono "obbligate" a rispettare la volontà della ragazza e il provvidemento del ministro Maurizio Sacconi è "inidoneo" ad attaccare la sentenza. 

Aggiornamento del 19 dicembre 2008: Dopo anni di sentenze e ricorsi, a Eluana saranno interrotte l’alimentazione e l’idratazione artificiale, come la Corte di Cassazione aveva stabilito lo scorso 13 novembre. La sentenza aveva messo la parola fine dal punto di vista giuridico al caso Englaro, dopo gli ultimi tentativi di ricorso da parte del Parlamento e della Regione Lombardia. Eluana potrà ora morire in un centro di Udine. L'articolo che segue, pubblicato da Galileo il 10 luglio 2008 in occasione della prima sentenza della Corte di Appello di Milano, ripercorre la sua storia

Per Eluana Englaro la nutrizione artificiale può essere sospesa. La Corte di Appello di Milano ha finalmente accolto la richiesta del padre della ragazza, in coma dal 18 gennaio del 1992 in seguito a un incidente stradale, di interrompere i trattamenti che la mantengono nello stato vegetativo.

Considerata la straordinaria durata dello stato vegetativo permanente - si legge nella sentenza - l'inconciliabilità della concezione della dignità della vita di Eluana con la perdita totale e irrecuperabile delle proprie facoltà motorie e psichiche, e con la sopravvivenza solo biologica del suo corpo in un stato di assoluta soggezione all'altrui volere, i magistrati sono giunti alla conclusione che le motivazioni della richiesta di staccare il sondino naso-gastrigo e di interrompere gli altri trattamenti siano prevalenti su una necessità di tutela della vita biologica. “Resta solo da precisare”, conclude la sentenza, “che il trattamento di interruzione di alimentazione e idratazione artificiale con sondino naso-gastrico e delle altre procedure avvengano in hospice o in altro luogo confacente”.

Lo scorso 17 ottobre - dopo otto ricorsi e sedici anni di battaglie portate avanti da Beppino Englaro affinché si rispettasse la volontà della figlia di non essere mantenuta in vita artificialmente - la Corte di Cassazione aveva rinviato il caso al Tribunale di Milano, che avrebbe dovuto chiarire se lo stato vegetativo della ragazza fosse irreversibile o meno (Eluana, ultimo atto?). E questo il Tribunale ha fatto.

La decisione della Corte era arrivata appena due settimane dopo l'ennesimo no (Se il diritto alla vita diventa un dovere): il procuratore generale Giacomo Caliendo aveva dichiarato infatti che la somministrazione del nutrimento non poteva essere considerata un atto medico o accanimento terapeutico. In realtà, il 19 novembre scorso, la Società italiana di nutrizione artificiale e metabolismo (Sinpe) si è espressa chiaramente in merito, definendo il sondino naso-gastrico una vera e propria terapia, e non una semplice misura assistenziale (Nutrizione artificiale: terapia, non assistenza). Il punto è cruciale, visto che non esiste una legge sul testamento biologico e chi si oppone alla decisione di “staccare la spina” si appella alle definizioni. Come racconta Carlo Alberto Defanti, primario neurologo emerito all’ospedale Niguarda Ca’ Granda di Milano nel suo recente libro “Soglie. Medicina e fine della vita”, spesso un argomento usato per contestare la libertà di interrompere un trattamento sanitario consiste nell’affermare la “morte naturale”. Dove, però, non c’è nulla di “naturale” nel mantenere in vita qualcuno con dei macchinari: in molti casi è l’avanzamento delle tecniche mediche a permettere di prolungare la sopravvivenza di chi sarebbe “naturalmente” morto (Pensieri al limite).

La decisione del Tribunale ha ora riacceso il dibattito e l'urgenza di una legge sul testamento biologico. Già il primo marzo del 2006 la Fondazione Umberto Veronesi aveva presentato, alla Cassa forense di Roma, la proposta di creare un registro dove poter lasciare, nero su bianco, le volontà sulla propria fine vita (“Registriamo le volontà anticipate”). E lo scorso novembre, in occasione dell'ultimo convegno della Società Italiana per le Cure Palliative (Sicp) è stato presentato un testo ufficiale per indicare le questioni principali che il legislatore dovrebbe affrontare: il diritto per una persona gravemente malata di scegliere tra le alternative terapeutiche possibili e l'indicazione di un soggetto, non necessariamente un parente, come portavoce dei propri desideri, con l'obiettivo di avvicinare quanto più possibile le cure sanitarie alla volontà del malato (Giro di vite per le cure palliative?).

Un altro caso richiama l'attenzione sulla necessità di una legge sul testamento biologico. Il 20 luglio scorso, infatti, Paolo Ravasin, malato di sclerosi laterale amiotrofica, ha affidato all'Associazione Luca Coscioni le proprie volontà. In un video, un cosciente e consapevole Ravasin dichiara il proprio rifiuto nei confronti di alimentazione e idratazione artificiali.

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Autore

Tiziana Moriconi

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Giornalista, a Galileo dal 2007 dove coordina la redazione. È laureata in Scienze Naturali (paleobiologia) e ha un master in Comunicazione della Scienza conseguito alla Scuola Superiore di Studi Avanzati di Trieste. Nel 2009 si è occupata della conduzione di 25 incontri sui cambiamenti climatici e sulle energie rinnovabili per il progetto di educazione ambientale Ecoscuola della Regione Lazio. Collabora con L’Espresso, Le Scienze, Mente e Cervello, Sapere, Linx Magazine (per la rubrica Internet Point), Tekneco, Corriere delle Comunicazioni e Wired


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