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17 Maggio 2012 | ultimo aggiornamento circa 6 ore fa

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Ritorno al nucleare

di Letizia Gabaglio | Pubblicato il 25 Febbraio 2009 11:45

Più che un accordo fra Francia e Italia, il “memorandum of understanding” sul nucleare firmato ieri è un accordo fra Enel (partecipata statale) ed Edf (statale al 100 per cento). Un accordo che pone le premesse per un programma di sviluppo congiunto dell'energia nucleare in Italia da parte delle due aziende: 4 unità a tecnologia Epr (European pressurized water reactor), la prima delle
quali sarà operativa entro il 2020. Anche se il vero fischio d'inizio potrà essere dato solo quando l'iter legislativo e tecnico per il ritorno al nucleare in Italia sarà completato. In altre parole, sebbene i due capi di Stato abbiano firmato l'accordo, al momento ancora non si sa dove verranno costruite le centrali e dove verranno stoccate le scorie (Dilemma nucleare). La decisione sarà presa dalla costituenda Agenzia per la sicurezza atomica, che secondo i piani del governo dovrebbe essere realtà entro la fine dell'anno e operativa nel 2010.

L'accordo prevede anche la partecipazione dell'Eni a programmi di ricerca e sviluppo dell'Edf, tra cui una quota del 12,5 per cento nella centrale in costruzione a Penly. D'altronde il Pdl aveva indicato fin dalla campagna elettorale nel modello francese la via per il ritorno al nucleare in Italia (Nucleare, sì al modello francese).

Le voci polemiche si sono alzate immediatamente. Prima di tutto sui costi e sui tempi di realizzazione di questo tipo di impianti, cosiddetti di terza generazione (Nucleare, quanto ci costi?). L'esempio portato è quello della centrale di Okiluoto, in Finlandia, un progetto che si è dimostrato difficile da portare avanti: l'Edf ha accumulato più di un anno e mezzo di ritardo nella sua costruzione, superando il budget previsto di 700 milioni di euro. Secondo alcuni, proprio i costi elevati di questa tecnologia sarebbero alla base della necessità francese di trovare partner stranieri: la commessa italiana vale almeno 20 miliardi di euro.

Un investimento imponente che non sarebbe commisurato al beneficio. Se infatti secondo il ministro per lo Sviluppo economico, Claudio Scajola, il nucleare arriverà a coprire il 25 per cento del fabbisogno energetico italiano, numerosi scienziati non hanno mancato di far notare che le centrali produrranno solo energia elettrica, che rappresenta solo il 5 per cento del totale di energia consumata. Come dimostra il Rapporto Enea 2007, (Al palo, senza ricerca) nella migliore delle ipotesi il nucleare di terza generazione potrà contribuire alla produzione per il 6 per cento nel 2020 e per il 10 per cento nel 2040.

Infine, il problema della sicurezza. Secondo un articolo uscito l'8 febbraio scorso su “The Independent”, le centrali di terza generazione sono più sicure, nel senso che minore è il rischio di incidenti, ma, nel caso avvenga una fuoriuscita di radiazioni, questa sarebbe più consistente e pericolosa che non in passato. Ad affermarlo sarebbero dei documenti interni della stessa Edf che i giornalisti inglesi hanno avuto modo di visionare: “le informazioni contenute nei documenti da noi consultati dimostrano che in effetti (queste centrali) producono una quantità di isotopi radioattivi di gran lunga maggiore tra quelli definiti tecnicamente 'frazioni di rilascio immediato', proprio perché fuoriescono facilmente dopo un incidente".

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Letizia Gabaglio

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Laureata in Filosofia, ha da sempre il pallino per la divulgazione scientifica e per l'organizzazione di cose e persone. E' riuscita a soddisfare entrambe a Galileo.


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