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11 Febbraio 2012 | ultimo aggiornamento 1 giorno fa

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Temi ambiente

Sommersi dai telefonini

di Tiziana Moriconi | Pubblicato il 23 Febbraio 2010 17:08

Mentre al centro del Pacifico affiorano nuove isole di plastica (Quell’isola di plastica), in varie parti dell’Asia si innalzano colline di telefonini. Tra dieci anni appena, il numero dei cellulari nelle discariche sarà infatti, nella sola India, 18 volte quello del 2007. Per non contare Pc e famiglia (netbook, smartbook,…), stampanti, cellulari, cercapersone, fotocamere digitali, lettori musicali, frigoriferi, giocattoli e televisori.

La stima è contenuta nel rapporto delle Nazioni Unite “Recycling - from E-Waste to Resources” presentato il 22 febbraio a Bali (Indonesia) in occasione del meeting della Basel Convention. Lo studio ha utilizzato i dati di undici paesi in via di sviluppo per calcolare la quantità di rifiuti elettronici attuali e futuri.

Ecco alcuni numeri. In Sudafrica e in Cina, per esempio, si prevede che nel 2020 i rottami dei vecchi computer saranno dal 200 al 400 per cento in più rispetto a tre anni fa, mentre in India si toccherà il 500 per cento. In Cina inoltre, l’e-waste derivante dal disuso dei telefonini sarà sette volte maggiore (sempre rispetto al 2007). Ma anche in paesi come il Senegal e l’Uganda si aspetta che i rifiuti da Pc dimessi crescano di 4-8 volte.

Questi sono indice di sviluppo, ma è necessario che la questione dello smaltimento sia affrontata ora, prima che diventi un problema per l’ambiente e per la salute pubblica - riporta l'Agenzia Onu per l'Ambiente (Unep). “La sfida rappresentata dai rifiuti elettronici è un cardine della transizione verso la green economy”, ha commentato Konrad Osterwalder, sottosegretario generale delle Nazioni Unite: “Le nuove tecnologie di smaltimento, le politiche nazionali e internazionali possono trasformare l’e-waste in un vantaggio, creando un nuovo business”.

Le buone pratiche esistono (Pc umanitari, L'arte del riciclo) – si legge ancora nel rapporto - ma metterle in pratica è complesso e non si può pensare di esportarle semplicemente da un luogo all’altro . Lo dimostra il fatto che attualmente il mondo sta generando rifiuti elettronici a una velocità di circa 40 milioni di tonnellate l’anno. La Cina da sola ne produce circa 2,3 milioni di tonnellate (seconda solo agli Stati Uniti che ne produce circa tre). Qui, sebbene l’importazione di e-waste per il recupero di materiali sia stata vietata, continua ad arrivare la maggior parte dei rifiuti elettronici provenienti dai paesi in via di sviluppo. La situazione è aggravata dal fatto che i materiali sono spesso bruciati per recuperare i metalli come l’oro, l’argento e il cobalto, rilasciando sostanze tossiche nell’ambiente.

Che le buone pratiche siano difficili da attuare lo sappiamo bene anche noi italiani. Nel nostro paese siamo in attesa da più di due anni del decreto ministeriale sui Raee (Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche, Raee, maglia nera per l’Italia), che permetterebbe la consegna dei vecchi apparecchi ai punti vendita (Mai più tecnospazzatura). Secondo uno studio condotto nel 2008 dall’istituto di ricerca privato Ambiente Italia e da Ecodom, il consorzio nazionale che si occupa del trasporto e della gestione dei Raee, massimizzare lo smaltimento dei soli elettrodomestici equivarrebbe a tagliare del 3 per cento le emissioni di gas serra (I benefici del riciclo).

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Autore

Tiziana Moriconi

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Giornalista, a Galileo dal 2007 dove coordina la redazione. È laureata in Scienze Naturali (paleobiologia) e ha un master in Comunicazione della Scienza conseguito alla Scuola Superiore di Studi Avanzati di Trieste. Nel 2009 si è occupata della conduzione di 25 incontri sui cambiamenti climatici e sulle energie rinnovabili per il progetto di educazione ambientale Ecoscuola della Regione Lazio. Collabora con L’Espresso, Le Scienze, Mente e Cervello, Sapere, Linx Magazine (per la rubrica Internet Point), Tekneco, Corriere delle Comunicazioni e Wired


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