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17 Maggio 2012 | ultimo aggiornamento circa 6 ore fa

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Temi società

Immigrati in Italia: salute fragile

di Anna Lisa Bonfranceschi | Pubblicato il 23 Giugno 2010 08:42
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Sono circa cinque milioni gli immigrati stranieri in Italia, di cui l’88,7 per cento regolari (fonte: Ismu). Ma la maggior parte è ancora restia a rivolgersi alle strutture sanitarie pubbliche in caso di necessità. E la colpa è soprattutto della mancanza di un’informazione adeguata. È quanto emerge dalla sintesi del progetto Migrazione e Salute, promosso dal Ministero della Salute e coordinato dall’Istituto superiore di sanità (Iss), che vuole offrire una panoramica delle condizioni socio-sanitarie degli stranieri in Italia e delle politiche attuate dalle diverse Regioni. Il progetto, nato nel 2008, si concluderà il prossimo luglio e ha coinvolto l’Azienda Ospedaliera Sant’Andrea di Roma, l’Università della Sapienza, la Fondazione Labos (Laboratorio per le politiche sociali) e l’Area sanitaria Caritas di Roma.

Esistono due ‘categorie’ di immigrati: quelli provenienti dai “Paesi a forte pressione migratoria” (come le nazioni in via di sviluppo o dell’Est) e quelli provenienti dai “Paesi a sviluppo avanzato”. La distinzione viene fatta perché le questioni di salute nelle due categorie sono molto diverse, come emerge dall’analisi dei dati nazionali tratti dalle schede di dimissione ospedaliera (2007), dai certificati di assistenza al parto (2007) e dalle interruzioni volontarie di gravidanza (2006). Gli uomini provenienti dai Paesi a forte pressione migratoria, per esempio, si rivolgono alle strutture ospedaliere principalmente per fratture, traumatismi, appendici acute e bronchiti; gli altri, invece, sono più spesso ricoverati per patologie cardiovascolari, come insufficienza cardiaca, infarto e aritmie. Inoltre, si contano più casi di malattie infettive nei primi (sebbene, ricordiamolo, la prevalenza di Hiv tra gli immigrati è minore che nella popolazione italiana, 5,3% vs 8,8%), e più di patologie croniche nei secondi.

Distinzioni simili anche per le donne: quelle provenienti dai paesi più problematici sono ricoverate principalmente per parto (e per le problematiche legate alla salute riproduttiva), mentre quelle dei paesi a sviluppo avanzato entrano in ospedale soprattutto per malattie croniche, legate a insufficienza cardiaca e artrosi. Le prime, inoltre, richiedono più delle seconde ricoveri in day hospital per interruzione di gravidanze (rappresentano il 41% di tutti gli accessi, a fronte del 4% delle straniere di Paesi a sviluppo avanzato). Ma la differenza fondamentale tra i due gruppi sta nel fatto che le donne provenienti dalle nazioni svantaggiate accedono alle cure per il parto più tardi delle altre. Come è logico aspettarsi, i fattori che condizionano l’accesso ritardato alle strutture sanitarie sono la bassa età (più grande è la donna, minore è il rischio), la disoccupazione (casalinghe e disoccupate sono più a rischio rispetto alle donne occupate), e la bassa scolarità. Ovviamente, questo ritardo ha un effetto anche sui neonati, come ha di recente evidenziato uno studio italiano pubblicato su British Medical Journal (Rischi maggiori per i neonati stranieri).

Per tentare di aumentare il livello di scolarità e, di conseguenza, il grado di integrazione delle diverse comunità, dal 2006 è in corso il progetto europeo Includ-ed (Social Inclusion in Europe: an Educational Challenge), cui partecipa anche l'Università di Firenze e che sta valutando l'impatto dell'educazione nella vita sociale degli immigrati, compreso l’accesso alla salute (Insieme si studia meglio). Un’altra iniziativa, diretta questa volta proprio alla salute materno-infantile, è quella dell’Unicef e della Società Italiana di Pediatria, sostenuta dalla GlaxoSmithKline, che ha prodotto il libricino in sette lingue “Tu e il tuo bambino”, un opuscolo che contiene informazioni basilari per il benessere di mamma e figlio (Mamma in tutte le lingue).

C’è un dato almeno parzialmente positivo: negli ultimi cinque anni, in quasi la metà delle regioni italiane sembra cresciuta l’attenzione delle autorità e delle istituzioni locali per la salute degli immigrati. Sono stati presi in esame gli atti formali (leggi locali, delibere) emanati dal 1995 al 2010 ed è stata valutata la presenza di osservatori, ambulatori e servizi di assistenza a immigrati irregolari e comunitari a livello regionale e provinciale. La Puglia è risulta essere la regione più attenta e attiva alle politiche sanitarie in materia di immigrazione, mentre Calabria, Basilicata e Lombardia sono le meno sensibili.

Secondo il rapporto, oltre a lavorare sul fronte dell’informazione rivolta agli immigrati e sulla formazione del personale sanitario, è necessario intervenire in altri settori, in primis quelli del lavoro e delle pari opportunità (Due volte discriminate). Infatti, secondo una recente indagine sulla situazione lavorativa, svolta dalla Fondazione Ismu insieme al Censis e all’Istituto psicoanalitico per le ricerche sociali (Ipr), il 32 per cento degli immigrati (40 al Sud) ha sperimentato forme di lavoro irregolare. E questo nonostante il 40,6 per cento sia diplomato o laureato, rispetto al 44,9 per cento degli italiani (Dieci in pagella ai clandestini).

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