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Massimo Pinto
Post D.O.C.
appunti di laboratorio, tra centrifughe e provette


22 mag 2009

C'erano una volta quelli che ti dicevan di restare all'estero

Nel cortile dello Aspromonte Research Center, Ester Ofila e Libero Mobile sorseggiano un te’. E’ la primavera dell’anno 2036.

Ester Ofila: Sai, Libero, ho trovato una copia di un email scritta, trent’anni fa, da mio papa’ ad un suo amico che allora viveva in Austria. Dipinge un quadro agghiacciante, inconcepibile oggi.

Libero Mobile: Le solite storie di ingiustizie alla maniera della vecchia Italia?

EO: piu’ o meno…te ne leggo un pezzo, dai.

[...] Secondo me, Italo, avendo a disposizione un posto di lavoro sicuro, senza dover stare li’ con i contratti che scadono a che non sai fino a poco prima se te lo rinnovano, sarebbe difficile decidere di non volere stare in Italia. Dopotutto, e’ proprio un bel posto. Ma questi posti di lavoro sicuri sono rarissimi. Ed anche quando te lo promettono, un posto permanente, non ti puoi mai fidare davvero. Se qualcuno ti da’ garanzie, stai certo che e’ in mala fede. Con cinismo, si arriva a prendere atto della abnormita’ del sistema. Accettarlo e’ piu’ difficile, e credo che ci riescano in pochi. Venire in Italia senza tenure significa trasformarsi, la traduzione ha luogo proprio mentre varchi il confine, in quello che qui si chiama precario. Nel momento in cui diventi un precario, sei uno qualsiasi nella mischia. A quel punto o ti procuri un buon mentore, una persona che con il massimo impegno – dichiarato ed appassionato – cerca di sostenerti nella carriera, lasciandoti emergere come ricercatore indipendente e dandoti la possibilita’ di farti conoscere, ritagliandoti la tua schiera di collaboratori, avere un’identita’ tua, scrivere progetti di ricerca da sottoporre per ottenere dei finanziamenti, come leader, o sara’ bene che costruisca un piano B. Lasciato a te stesso, senza una guida, potrai fare poco uso della tua esperienza maturata all’estero. Rispetto ai tuoi concorrenti, in sede concorsuale, vedrai strappati via i tuoi anni spesi fuori. Con delle regolette piu’ o meno legittime, al limite dell’integro, ti butteranno via dalla competizione. Lo faranno attribuendo punteggio zero ai tuoi lavori, alla tua esperienza, secondo una logica che ti sembrera’ assurda, figlia smarrita del buon senso. Sara’ frustrante assai, e ti sentirai messo su un binario, altro che tenure-track, per convogli lenti. Piu’ lenti, forse, di quelli che sono stati a casuccia, per loro scelta o necessita’.

Per come sei fatto tu, non credo che potresti tollerare un’offesa simile, e probabilmente te ne andrai via di nuovo. Tra le sensazioni piu’ frustranti, ti renderai conto di non essere piu’ padrone del tuo futuro. Le regole varranno fino a dove potranno essere infrante, non ci sara’ una struttura di carriera tale che, seguendola con impegno, avrai delle garanzie. Certo e’ che senza impegno andrai comunque poco lontano. Occorrera’ che tu t impegni molto, rendendoti disponibile, ma per risolvere i problemi degli altri, di quelli che prepotentemente si saranno eletti a tuoi superiori, non per seguire la tua linea di ricerca, come fai adesso a Salisburgo, da Post-doc. E comunque, anche questo non varra’ come garanzia di crescita professionale, ma e’ l’unica cosa che davvero ti resta da fare per restare a galla. Il tuo unico salvagente.

Se vuoi il mio parere, tornare in Italia con la speranza di fare carriera scientifica e’ un’illusione. Tornare senza tenure e’ una follia ai limiti dell’irresponsabile. Se lo fai per motivi di famiglia, lo capisco. Ma per carriera, Italo mio, ti sbagli. Avrai sempre il tempo di andare via di nuovo, certo, perche’ questa valvola e’ sempre aperta e sai bene quanto sarai apprezzato, di nuovo, all’estero. Con affetto, Amerigo.

LM: Ma io non capisco.

EO: Lo so. E’ per questo che te l’ho letta.

LM: Non capisco che interessi aveva la gente a comportarsi cosi’. Perche’ sprecare talento in questo modo?

EO: Io posso darti la mia opinione. Al tempo dei nostri genitori, c’era uno scarso senso dello Stato, e nemmeno era cosa nuova. Tutto cio’ che era pertinente la res publica era visto come qualcosa di cui servirsi, piuttosto che un progetto comune da servire. Non c’era interesse a fare del proprio meglio. Era piu’ semplice trarre a proprio vantaggio quanto si poteva. E le squadre in gioco erano tante. Le Dirigenze, i Sindacati, i Ministeri…una baraonda.

LM: Mah…ma poi quell’Italo, l’amico di tuo papa’, ci torno’ in Italia?

EO: Non ne sono sicura. Credo che torno’ ma resto’ poco, perche’ nel frattempo era diventato Assistant Professor li’ in Austria, ma a Vienna, invece che a Salisburgo. Quando cerco’ di negoziare qualcosa di meglio in Italia, gli chiesero “negoziare?”
Torno’ in Austria e non se ne penti’.

LM: Vienna…ci vado il mese prossimo. Il Direttore del dipartimento di Semantica vuole cercare di collaborare con noi qui all’Aspromonte. Il capo manda me per discutere dei dettagli della collaborazione. Sul prossimo grant dovrei essere io il principal investigator per la parte Italiana del lavoro.

EO: Si vede che hai un buon mentore. 8-}

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26 mar 2009

C'era una volta il concorso finto

Maggio, giardino dell’Aspromonte Research Center. Corre l’anno 2035. Ester Ofila mangia un gelato con il suo amico Libero Mobile.

Ester Ofila: Vista la bacheca degli annunci di lavoro? Ci sono diversi incarichi di ricerca, inclusi alcuni posti per Professore Associato, piu’ quello di Dirigente del centro di Bioinformatica.

Libero Mobile: Si, quello per il Dirigente lo avevo gia’ letto su Nature la scorsa settimana. Immagino si presenteranno in tanti dall’estero. Spero che qualcuno Italiano, magari proprio di qui, sia competitivo anche nella fase finalissima.

EO: Lo sapremo tra poche settimane, dopo i seminari pubblici dei candidati, quelli che seguono la valutazione internazionale.

LM: Forti quei seminari! Lo scorso mese un candidato per un posto di Young Research Leader fu messo al muro da un dottorando, che gli aveva fatto notare come l’ipotesi centrale del suo progetto di ricerca fosse poco credibile. La critica fu tosta e non credo che quel poveretto abbia fatto una bella figura. Il Consiglio Accademico potrebbe aver tenuto conto di quella critica, cosi’ ben posta. E mi sa che avranno anche bacchettato i revisori stranieri…

EO: Notevole…

LM: Cosa?

EO: Che durante un seminario pubblico, uno studente possa determinare se perderai il posto…

LM: Non ci vedo niente di strano. Che vuoi dire?

EO: Ma tu sei proprio un ingenuo… Certo che hanno ragione quando dicono che chi non conosce la storia dovrebbe riviverla. Ma tu hai mai sentito parlare dei concorsi pubblici per posti di ricercatore e prof?

LM: Eccola qui…arriva la solita saputella…

EO: Sfotti sfotti…intanto qualcuno ha lottato perche’ i concorsi pubblici sparissero; tu sei qui a goderne i benefici e non capisci nemmeno quanto sia fortunato. Evidentemente non hai mai partecipato ad un concorso finto.

LM: Nemmeno tu!

EO: Ovvio che no, ma mio padre partecipo’ a piu’ di uno, e si trovo’ anche in Commissione Concorso, minacciato di comportarsi bene e non contraddire le decisioni del Presidente. Anni fa se ne vedevano delle belle. Non contava quello che potevano pensare di te i colleghi piu’ forti del settore, quelli che oggi tu immagini siano in Malaysia, che so, o nelle Universita’ del Kazakhstan. Non c’era alcun modo perche’ gli si potesse dar voce. Non contava quanti articoli tu avessi pubblicato, i servizi prestati in riviste e commissioni di associazioni, i premi che avevi ricevuto, le relazioni che avevi dato su invito…

LM: Si vabe’...mi stai dicendo che se sapevi cucinare bene il pesce spada avevi piu’ chance di vittoria…

EO: Spiritoso…dipendeva poco da te e molto da chi ti sosteneva, lo staff permanente all’interno dello stesso laboratorio/ente in cui tu stavi cercando di entrare. Se il tuo protettore era potente e tu gli piacevi, allora qualche opportunita’ l’avevi. Ma tu te l’immagini la frustrazione di chi si presentava a questi concorsi con la speranza di vincerli?

LM: Ma io ‘sta cosa non l’ho mica mai capita. Come facevano ad occultare un buon curriculum?

EO: Lo dico io che sei ingenuo! Scrivevano le regole del concorso in modo che contasse poco quello che c’era nel tuo CV. In alcuni casi, di fronte a dei candidati scomodi, scrivevano le regole della selezione in modo che questi fossero penalizzati, che gli tagliassero le gambe. Magari regole scritte in modo che le cose che aveva fatto in passato non erano pertinenti la selezione in corso…un modo lo trovavano sempre per favorire chi volevano. C’erano delle eccezioni, piuttosto rare per la verita’, e venivano portate come esempio della regolarita’ del sistema. Mah.

LM: Cosi’ si premiava chi era stato meno mobile e piu’ asservito!

EO: Bravo, vedo che il gelato ti ha rimesso in funzione le sinapsi. Torniamo a lezione, va’...

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25 ott 2008

C'era una volta la crisi della Ricerca Italiana

Dilaga la protesta degli studenti e dei ricercatori contro i provvedimenti nei confronti della ricerca scientifica e l’istruzione. Adesso sono iniziate anche le botte. Come molti di voi, vorrei che tutto questo fosse alle nostre spalle. Mi concedo un esercizio di fantasia. Spero mi perdoniate.

Autunno 2035. Ester Ofila e’ nel giardino del parco scientifico di Reggio Calabria1, uno dei piu’ attrezzati d’Italia e con la maggiore presenza di ricercatori stranieri, sia in formazione, sia con posti permanenti. Davanti al ristorante Uzbeko del Campus, Ester chiacchiera con il suo amico, Libero Mobile.

Ester Ofila: Ci vai al seminario del Dr Matsumoto? Parla della storia della scienza wireless-mobile.

Libero Mobile: Perbacco, si che ci vado, con il cognome che mi ritrovo. Tra l’altro il Dr Mastumoto e’ proprio in gambissima, ed il suo laboratorio di innovazione nel networking e’ fenomenale, finanziato dall’Italian Research Council e dall’Accademia delle Scienze del Giappone. Ce ne sono molti, di bravi, qui a Reggio.

EO: Ho fatto due chiacchiere con papa’ ieri, mentre eravamo sul Monte a raccogliere funghi. E’ stato dolcissimo il mio papa’ quando si e’ commosso nel dirmi quanto lui sia felice che io viva questa fase della ricerca in Italia, che sia giovane, adesso.

LM: Tuo padre e’ stato sfortunato nella sua carriera, ed ora gioisce per te. Che grand’uomo che e’. Mi sta proprio simpatico, sai?

EO: Papa’ e’ forte. Peccato che quando lui divento’ di ruolo, verso il 2008, il peggio doveva ancora arrivare. Lui ebbe un posto permanente, ma molti suoi colleghi furono buttati per strada. Chi pote’, scappo’ all’estero. Chi non pote’, rimedio’ dei lavori di ripiego. Che disastro.

LM: 2008?

EO: Si. Ci fu una serie di decreti, altro che discussione parlamentare e confronto con il pubblico. Gettarono migliaia di ricercatori fuori dagli Istituti, quelli che una volta si chiamavano precari. Mio papa’ aveva difficolta’ a trovare qualcuno con cui collaborare. Molte attrezzature rimasero inutilizzate e diventarono presto desuete.

LM: Uh me lo ricordo adesso. Ci vollero una decina d’anni perche’ la gente comune percepisse la gravita’ della situazione.

EO: Si. Il crollo della ricerca di base si porto’ dietro il crollo della ricerca applicata, poi quello della Sanita’. Praticamente, l’Italia non innovava piu’, ed il paese comprava prodotti innovativi dall’estero. Ma venne il momento in cui non si pote’ fare nemmeno piu’ quello perche’ l’Economia Italiana non marciava proprio piu’. Fallirono tutte le grandi Aziende, che furono poi rilevate dai Cinesi, i quali spostarono la produzione – e tutto il contorno – a casa loro. La qualita’ della vita si abbasso’ terribilmente.

LM: Pero’, nel disastro completo, qualcosa di vitale rimase.

EO: Appena sufficiente per respirare. Fu chiaro che il disastro Italiano era dovuto ad errori fatti molti anni prima. Dopo il settimo ed ultimo Governo Berlusconi, L’unione Europea, il Giappone ed il Canada lanciarono una campagna mai vista prima, mettendo a disposizione cifre inimmaginabili per rimettere in piedi la ricerca scientifica. Il nostro centro, qui a Reggio, fu aperto con quei fondi. Furono aperti molti centri, ed in molti di questi i direttori erano stranieri. Di Italiani se ne trovavano pochi, e quelli che erano all’estero avevano troppa paura di tornare.

LM: E le Universita’?

EO: Dopo il 2008 furono privatizzate, ma nessuno aveva i soldi per iscriversi. Le tasse Universitarie crebbero di un fattore 10, mentre la qualita’ dell’offerta era bassissima. Le famiglie mandavano i propri figli a studiare in Europa, invece. Durante il recupero, le Universita’ non furono mai piu’ statalizzate, e le tasse universitarie furono ridotte, ma non tornarono mai ai livelli di prima. La vera svolta furono i prestiti allo studio, anche questi finanziati dal pacchetto predisposto per la ricostruzione dell’economia del paese. Fu un grosso rischio, ma il mercato del lavoro si risollevo’ e, di fatto, la laurea ed i titoli post-lauream diventarono davvero uno strumento per accedere al lavoro, che consenti’ a tutti di ripagare il prestito ricevuto quando erano studenti.

LM: Altroche’. La mia mamma, quando era studentessa all’Universita’, non poteva nemmeno prendere una stanza in affitto senza la garanzia dei suoi genitori. Umiliante. Andiamo, Ester, inizia il seminario.

1 Il Celebre Aspromonte Research Center

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20 ago 2008

Donne e Ricerca: la storia di Susan Bailey

Qualche tempo fa feci alcune considerazioni sul tema delle donne impegnate nella carriera Accademica, soffermandomi sulle loro maggiori difficoltà di progressione di carriera, rispetto a quelle degli uomini.
Uno tra i tanti fattori profondamente umilianti è che i salari delle donne siano mediamente inferiori a quelli degli uomini. Mentre volavo verso gli USA, dove mi trovo adesso, ho ascoltato dal mio lettore mp3 un interessante podcast prodotto da Nature Jobs, sulle donne ricercatrici e le interruzioni di carriera (per maternità, ma non solo), basato su una registazione al Source Event dello scorso anno. Anche quest’anno il Source Event si terrà a Londra il giorno 26 Settembre 2008.

In una parte del programma registrato, la direttrice di un gruppo di ricerca raccontava ai presenti in sala di una collega che all’inizio della sua pausa per maternità ha chiesto di poter ricevevere, settimanalmente, aggiornamenti su quanto sarebbe accaduto in laboratorio in sua assenza: come vanno gli esperimenti e che direzioni sta prendendo il gruppo che ha – termporaneamente – lasciato. In questo modo, al suo rientro in laboratorio, non si sarebbe trovata del tutto spaesata.

Questa storia mi ha riportato ad un bellissimo ricordo. Conosco una ricercatrice che è stata via dal laboratorio per ben oltre un anno, avendo avuto tre figli ai quali dedicarsi a tempo pieno. Questa ricercatrice, una volta rientrata in laboratorio, ha avuto una crescita formidabile, fino a diventare un ricercatore davvero brillante. Ho avuto il privilegio di poter intervistarla l’anno scorso a San Francisco, al meeting della Radiation Research Society, quando è stata insignita del Michael Fry Award, un notevole riconoscimento alla carriera di ricercatori non giovanissimi ma nemmeno anziani, con davanti a se’ ancora un paio di decadi di produttività. Dopo una lunga pausa di maternita’, Susan Bailey torno’ in laboratorio come tecnico di ricerca, ed intanto, part-time, studiava per conseguire il titolo di PhD seguendo un corso che riceveva, tramite posta, in videocassetta. Qualche anno dopo Susan Bailey è una bravissima ricercatrice, pluri-premiata e vincitrice di eccellenti finanziamenti che aveva richiesto, presentando dei progetti di ricerca basati sulle sue idee, ad Agenzie Statunitensi. Al suo rientro nella ricerca, Susan ebbe certamente la fortuna di poter lavorare al fianco di colleghi che non considerano la materntià come qualcosa di debilitante, alla stregua di una grave malattia, come suggeriva il contratto di lavoro di una mia cara amica Italiana. Gli Stati Uniti, su questo specifico tema e senza ambizioni di generalizzazioni, sono semplicemente un altro paese, dove veramente tutto può succedere. La chance che si è presentata a Susan ne è un esempio eccelso. Domandero’ ad Ester Ofila che cosa sarà accaduto alle donne ricercatrici Italiane tra qualche decennio.

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14 ago 2008

C'era una volta il precariato

Corridoio di un’Universita’ Italiana. Corre la primavera dell’anno 2034.

Ester Ofila: Allora hai deciso che molli il post-doc?

Libero Mobile: Non e’ mica un disastro, Ester. Stacco solo un po’ – ho pubblicato gia’ molto bene – e vado in giro per l’Asia. Tanto, tra un annetto, non avro’ nessun problema a trovare di nuovo lavoro da qualche altra parte

EO: Noi si che siamo fortunati. Il mio papa’ mi racconta che, lui, piu’ che un post-doc si definiva un precario, uno che sperava in un posto fisso e che non sapeva quando l’avrebbe preso

LM: Posto fisso? Ma oggi quasi nessuno lo cerca piu’! E nessuno piu’ si definirebbe un precario. Semmai, si ritiene di essere in formazione, in transito verso qualcosa di meglio, magari con piu’ indipendenza, con una paga migliore. Ma tu hai mai capito come e’ avvenuta questa transizione verso il contesto che viviamo oggi?

EO: Libero, da quello che ho capito, si inizio’ con alcuni tentativi sparsi di introdurre valutazioni di merito. Alcune agenzie – le piu’ piccole – cominciarono a finanziare solo i migliori progetti, ricorrendo alla revisione con arbitri internazionali. Furono in grado di gestire contemporaneamente sia il budget, sia la valutazione. Non esisteva una parola italiana per questo tipo di procedura, per cui la si chiamo’ semplicemente peer review, come del resto la chiamavano tutti. L’abilita’ Italiana fu copiare il meglio di ciascun modello straniero, evitando di ripetere gli errori gia’ commessi da altri. L’effetto fu veloce e contagio’ via via le agenzie piu’ grosse. La Scienza e la ricerca diventarono come lo Sport.

LM: Embe’? Che c’e’ di strano?

EO: Ma guarda che un tempo mica era cosi’! Fu una vera svolta. Chi vinceva i finanziamenti poteva scegliere di assumere solo i ragazzi piu’ in gamba. Un po’ alla volta, i giovani ricercatori compresero che, piu’ che precari, erano liberi di muoversi dove volevano, e che piuttosto che restare a lungo in uno stesso luogo, senza crescere, potevano fare delle esperienze di formazione eccellenti anche in Italia. Aumentarono anche i fondi, per lo piu’ privati.

LM: Ed i famosi cervelli in fuga?

EO: Ad un certo punto smisero di fare notizia, per quanto sappiamo bene che tantissimi sono quelli che trascorrono qualche anno all’estero, per lo piu’ in Cina, in India, ed in Canada. Adesso pare che i migliori post-doc si facciano in Malesia, dove gli stipendi sono buoni, i benefici per le famiglie ottimi. Ma le opportunita’ fioccarono anche in Italia. Ed arrivarono
anche tantissimi stranieri.

LM: Il mio capo ha detto che fece domanda per un posto di professore Associato e che vinse in due Universita’. Scelse questa perche’ la moglie amava poco le grandi citta’. E riusci’ anche a portare con se’ il suo finanziamento Canadese.

EO: Che storia. Oggi vengono qui da ogni parte del mondo per formarsi, anche perche’ il nostro paese e’ bellissimo.

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