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La nascita di un progetto di ricerca
RadiobiologiaCome nasce un progetto di ricerca scientifica? Non credo che esista una ricetta, ma vi racconto che cosa sta accadendo in queste settimane entro le mura dell’istituto presso cui lavoro, insieme ad i miei collaboratori.
C‘è eccitazione. Sulla scia di quanto fatto e pubblicato in questi anni, ed incoraggiati da alcuni colleghi, stiamo pensando a che cosa accadrà alla fine di uno degli esperimenti in corso, grosso modo l’estate del 2011. Si sono susseguite riunioni brevi, riunioni lunghe, riunioni in pochi, poi messaggi, telefonate, riunioni in molti. Ricerche sugli archivi di pubblicazioni di biomedicina, su internet. Studio di alcune pubblicazioni. Pensieri.
Abbiamo poi individuato un collaboratore italiano, ed un possibile collaboratore australiano che ha messo a punto un sistema sperimentale che sembra fare proprio al caso nostro. Ed allora, nuove riunioni, per pianificare il contatto con l’Australia.
Contatto.
Risposta: entusiasmante.
Nuove riunioni. Visita ad un laboratorio esterno, positiva. Riunione per raccontare a quelli che non c’erano, per stendere le linee guida dello sviluppo del progetto, sperando di presentarlo entro la fine del prossimo Aprile, per la valutazione, e per fare il punto della situazione con i collaboratori australiani.
Si seguono linee di ragionamento, si viene interrotti per chiarire il pensiero. Chi parla capisce, talvolta, che il percorso logico era sbagliato, ma inavvertitamente ha aperto una parentesi importante e ci si mette un segnalibro mentale. Interviene un altro che segue un percorso diverso. Partendo da un ipotetico risultato, si chiede che cosa avremmo dimostrato, quale ipotesi sarebbe stata avvalorata o dimostrata errata. Il metodo scientifico rovesciato come un calzino, ma serve per chiarirci le idee ed evitare errori.
Il progetto sta diventando troppo ambizioso, ed allora vien fuori un altro che con i piedi per terra invita a fare qualche semplificazione. Qualcuno ribatte che è un peccato “non fare anche questo”, perché “quando ci ricapita più?”. E così, avanti. Dopo alcune ore ho il cervello fritto, il quaderno pieno di note, ma il sorriso tipico di quelli che amano il loro lavoro.
Figliolo, prenditi una bella Laura...
CarriereUna volta bastava la laurea per un posto di lavoro. Per i genitori, il conseguimento di una bella “Laura”, per dirlo alla Edoardo De Filippo, rappresentava la vera garanzia di aver ‘sistemato’ i figli.
La laurea di oggi non e’ certo un passe-partout. L’asticella si e’ alzata: il dottorato di ricerca e’ diventato necessario, così come un tempo lo era stata la laurea. Scrive1 Howy Jacobs che senza un dottorato e’ difficile tentare non solo la carriera universitaria, ma anche quella nella ricerca pubblica, privata, nell’editoria accademica, nell’amministrazione della ricerca scientifica e nell’attuazione delle azioni che fanno contorno alla ricerca scientifica. Sara’ forse anche per questo che qui in Italia si stanno diffondendo i concorsi pubblici per ricercatore in cui il dottorato di ricerca e’ un requisito indispensabile per accedere alla una selezione, non piu’ un elemento di merito facoltativo. Almeno, voglio credere che sia cosi’, ma forse, piu’ banalmente, e’ che non c’e’ nessuno piu’ da sistemare con un posto di ricercatore che non possegga il titolo di dottore di ricerca, perche’ questo in Italia non esisteva prima del 1980). Nella carriera accademica, l’asticella si e’ poi alzata ancora di più’: senza una, spesso due esperienze post-doc (io stesso sono alla mia seconda) non si può diventare ricercatori indipendenti, anche se questo dell’indipendenza e’ un discorso quasi privo di significato in Italia. Ma questa corsa sempre piu’ in alto non e’ priva di conseguenze. Jacobs:
[...] la ricerca scientifica accademica e’ come una vetta verso cui ci sono due scelte: continuare ad arrampicarsi, nonostante le scarse possibilita’ di raggiungerla, o cadere. Piu’ in alto si arriva prima della caduta, piu’ dura sara’ la caduta.
Ricalco il pensiero di Jacobs: visto che in vetta ci arrivano in pochi, occorre ristrutturare il percorso dei post-doc perche’ non si creino eserciti di ex-ricercatori delusi e falliti, oltre ad una manciata di ricercatori eccellenti. E’ uno spreco pazzesco, perche’ le doti che si acquisiscono durante gli anni di formazione scientifica sono tante, ma solo una piccola frazione serve per valutare la produttivita’ dei giovani che desiderano compiere un percorso accademico. Secondo Jacobs occorre rivoluzionare il modo di finanziare i progetti post-doc, e conseguentemente gli stipendi, strutturandone il percorso in modo che i programmi post-doc debbano essere qualificanti anche fuori dall’Accademia. Inoltre, invece che lasciare che il percorso di un candidato post-doc sia determinato da cio’ che il suo capo aveva scritto nel progetto di ricerca che ha generato il finanziamento su cui il giovane e’ stipendiato, il candidato dovrebbe aver partecipato alla definizione del progetto, prevedendo spese per il laboratorio per i suoi esperimenti, magari lo stipendio di un tecnico di laboratorio che lo assista. Bella idea, visto che e’ quello che il post doc dovra’ poi fare quando sara’ indipendente e scrivera’ le sue proposte di progetto di ricerca, ma temo che questo renderebbe il candidato post-doc troppo indipendente per i gusti del suo capo, che non avrebbe tutti i torti a lamentarsi di non riuscire a trovare chi esegua il lavoro che lui (il capo) ha programmato. In Italia siamo lontanissimi da tutto questo, ma e’ bene farci gia’ una riflessione, visto che la nostra ricerca scientifica di base ambisce a somigliare a quella oltre confine.
1 Howy Jacobs, Postdockin’ in the free world. EMBO reports (2010) 11, 1. 10.1038/embor.2009.259
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18 gen 2010Dismisure
MeritoUn collega un po’ piu’ maturo di me mi ha chiesto parere su una faccenda che lo riguarda in prima persona: ad un concorso interno, riservato a Primi Ricercatori (piu’ o meno equivalente dell’Accademico Professore Associato) che ambiscono a diventare Dirigenti di Ricerca (circa equivalente Accademico del Professore Ordinario), sono state adottate alcune metriche per quantificare la produzione scientifica dei candidati. Specificamente, il valore di ciascun manoscritto scientifico e’ stato pesato in funzione della rivista su cui questo e’ stato pubblicato. Trattasi, nella fattispecie, del famoso impact factor, su cui ho scritto a Novembre ed anche tempo addietro. L’impact factor e’ una zampata di Eugene Garfield che poi, pare, e’ rimasto poco colpito dal modo barbaro in cui, talvolta, e’ stata adoperata la sua invenzione.
Torno al mio collega. Furioso, perche’ alcuni suoi lavori sono stati giudicati 0.2 punti, altri 1 punto. La penalizzazione che ne e’ derivata gli e’ molto amara. Lui, come i colleghi che leggono queste due riviste, sa che il loro prestigio, ammesso che questo esista e sia misurabile, e’ sostanzialmente lo stesso. Si potrebbe argomentare che una delle due e’ appena piu’ letta (e citata) dell’altra, ma poca roba. Da dove sbuca allora il fatto che i manoscritti apparsi sulla prima sarebbero cinque volte meno validi di quelli apparsi sulla seconda? Il mio collega ha forse lavorato cinque volte meno o cinque volte peggio? Non credo che esista una spiegazione ragionevole (e’ il miglior parere che sono riuscito a dare) perche’ questo e’ l’ennesimo caso di malpratica nell’uso delle metriche ‘moderne’ nel giudizio di merito. Ci mancava solo che fossero disponibili degli indicatori quantitativi, ed il peggio sarebbe seguito. E come il caso sembra suggerire, queste ingiustizie si presentano sia sul cammino dei giovani sia su quello dei meno giovani.
Per quanto possano esser ritenute affascinanti da chi vuol fare del giudizio della ricerca una faccenda di contabilita’, le metriche come l’impact factor e lo h-index non potranno esser sostituite dal buon senso: il parere verbale degli esperti. Non e’ una mia idea: l’ha scritto David Colquhoun1 su Physiology News 2 anni fa e mi ha convinto.
1 D. Colquhoun, Physiology News, No. 69, Winter 2007
12 gen 2010La ricerca fa denti piu' bianchi
FinanziamentiAltro che 5 per mille alla ricerca scientifica, quel metodo lanciato da pochi anni nel Bel Paese e non privo di insidie. Leggo1 che sta emergendo nel nostro paese una realta’ a cui siamo poco abituati: pubblicita’ in cui la ricerca scientifica appare come la piattaforma su cui puo’ reggersi l’innovazione tecnologica.
Confesso di non averla veduta, ma da quanto leggo, si tratta di una pubblicita’ in cui figura un dentifricio che aiuta a riparare lo smalto, realizzato con il solido contributo della ricerca scientifica all’Universita’ di Bologna. L’alleanza tra la casa produttrice del dentifricio e l’Universita’ offrirebbe una certificazione alla prima, e dei finanziamenti aggiuntivi alla seconda.
In un paese in cui la percezione comune e’ che la ricerca e’ fine a se stessa, ovvero una perdita di denaro, ed in cui gli elettori si conquistano a suon di specchietti per le allodole, un riconoscimento alla ricerca come questo sembra un moto rivoluzionario. Che ben venga.
1 Paola Coppola, La Repubblica 10 Gennaio 2010, pagina 21.
08 gen 2010Inventori di animali cercansi
AtipiciSul Forum dei romanzieri della scienza, sul Nature Network, Todd S ha postato un messaggio in cui chiede consiglio per l’invenzione di un nuovo animale per un suo libro.
I requisiti:
1) Sia un predatore
2) Si riproduca rapidamente
3) La dimensione della sua popolazione sia direttamente legata alla disponibilita’ di cibo.
I minolli ed i rostocchi ci sono gia’.
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Mi chiamo Massimo Pinto e sono ricercatore a contratto al Centro "Enrico Fermi" di Roma, ospite presso l'Istituto Superiore di Sanità. Mi occupo di effetti biologici delle basse dosi di radiazioni ionizzanti. ![]()
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