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Massimo Pinto
Post D.O.C.
appunti di laboratorio tra centrifughe e provette


17 nov 2009

Quanto si guadagna a pubblicare articoli scientifici?

Textpattern, il motore che è dietro la pubblicazione degli articoli di questo blog, offre la possibilità di leggere come fanno i lettori ad arrivare a queste pagine. In particolare, textpattern riporta la pagina di provenienza, quella visitata prima di imbattersi su questo blog. Se questa pagina era un motore di ricerca, viene riportata anche la stringa di testo che i lettori avevano digitato sulla pagine del motore. Per il resto, nel caso in cui vi foste preoccupati, textpattern non sa nulla sull’identità dei visitatori. Di recente, qualcuno è arrivato a post-D.O.C. partendo da una domanda che riporto testualmente:

Quanto si guadagna a pubblicare articoli scientifici?

Nella mia esperienza, la risposta è, tipicamente: nulla. Anzi, l’autore di un manoscritto scientifico sopravvissuto alla mannaia del peer-review deve contribuire alle spese di pubblicazione, di solito ragionevolmente entro un migliaio di euro. Spese che diventano superiori nel caso in cui l’articolo venga pubblicato su una rivista di tipo Open Access, diventando così accessibile a chiunque, senza spese. Le spese, appunto, sono state già sostenute tutte dagli autori che si fanno così garanti dell’accessibilità del loro manoscritto.

Ma allora chi glielo fa fare ai rcercatori, se devono persino sborsare del denaro per pubblicare il loro stesso lavoro? Credo che le ragioni per cui si cerca di pubblicare articoli scientifici siano almeno due. Da un punto di vista morale, è l’impegno mantenuto con chi ha finanziato la ricerca, cioè i contribuenti e/o i privati. Che, di fatto, stanno finanziando anche le spese per la pubblicazione scientifica. Da un punto di vista più personale, pubblicare un lavoro è l’unico modo per dimostrare di avere condotto ricerca, e questo servirà ai valutatori di gare di varia natura a cui l’autore deciderà di concorrere. Più pubblicazioni, e sopratutto, pubblicazioni di buona qualità, potranno contribuire a rendere possibile un’assunzione, un avanzamento di carriera, potranno contribuire alla vittoria in una gara per aggiudicarsi fondi per nuove ricerche in laboratorio, e qui gli interessi vanno oltre quelli del singolo ricercatore. Solo indirettamente, dunque, la pubblicazione di un articolo scientifico può risultare in un compenso. Da questo punto di vista, è certo meglio scrivere su un libro.

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  1. E anche sui libri, non si guadagna poi tanto. Certo, e’ curioso che gli scienziati fanno il lavoro, se lo fanno valutare da colleghi nella peer-review (che neanche sono pagati), devono a volte pagare per pubblicarlo, e poi le case editrici lo rivendono ad altri scienziati.

    — nn79 · 17 novembre 2009, 10:22 · #

  2. Curioso si, ma non mi pare che i profitti siano esorbitanti. Parte delle riviste scientifiche circolanti, inoltre, sono organi ufficiali di associazioni scientifiche, che di fatto se ne servono per sostenersi. Pero’, nn79, ricordiamo che i ricercatori non pagano le spese di pubblicazione di tasca propria. Guai se fosse cosi’.

    Massiblog · 19 novembre 2009, 11:28 · #

  3. Alcune si’, non tutte a quanto ne sappia. E’ vero, i ricercatori non pagano di tasca propria (di solito), bensi’ con i fondi della loro ricerca. Un diverso modello di pubblicazione, che vada verso l’Open Access e il pay per publish (si legge gratis e si pubblica a pagamento), non e’ detto che pero’ sia piu’ economico per gli enti di ricerca. Insomma, credo che lo scenario col tempo cambiera’ anche sostanzialmente.

    — nn79 · 19 novembre 2009, 13:33 · #

  4. Credo che un sistema in cui i ricercatori possano pagare le spese di pubblicazione di tasca propria sarebbe rischioso: in un paese come il nostro, il passo al superamento della peer-review per ‘tangenti’ e’ pericolosamente breve.
    Ad ogni modo, non ho ancora esperienza diretta di pubblicazionie su riviste Open Access, ma se il tema ti interessa ti consiglio i blogs Nautilus ed EveryOne.

    Massiblog · 19 novembre 2009, 15:42 · #

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Chi sono

Mi chiamo Massimo Pinto e sono ricercatore a contratto al Centro "Enrico Fermi" di Roma, ospite presso l'Istituto Superiore di Sanità. Mi occupo di effetti biologici delle basse dosi di radiazioni ionizzanti. email