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Massimo Pinto
Post D.O.C.
appunti di laboratorio tra centrifughe e provette


20 gen 2010

Figliolo, prenditi una bella Laura...

Una volta bastava la laurea per un posto di lavoro. Per i genitori, il conseguimento di una bella “Laura”, per dirlo alla Edoardo De Filippo, rappresentava la vera garanzia di aver ‘sistemato’ i figli.
La laurea di oggi non e’ certo un passe-partout. L’asticella si e’ alzata: il dottorato di ricerca e’ diventato necessario, così come un tempo lo era stata la laurea. Scrive1 Howy Jacobs che senza un dottorato e’ difficile tentare non solo la carriera universitaria, ma anche quella nella ricerca pubblica, privata, nell’editoria accademica, nell’amministrazione della ricerca scientifica e nell’attuazione delle azioni che fanno contorno alla ricerca scientifica. Sara’ forse anche per questo che qui in Italia si stanno diffondendo i concorsi pubblici per ricercatore in cui il dottorato di ricerca e’ un requisito indispensabile per accedere alla una selezione, non piu’ un elemento di merito facoltativo. Almeno, voglio credere che sia cosi’, ma forse, piu’ banalmente, e’ che non c’e’ nessuno piu’ da sistemare con un posto di ricercatore che non possegga il titolo di dottore di ricerca, perche’ questo in Italia non esisteva prima del 1980). Nella carriera accademica, l’asticella si e’ poi alzata ancora di più’: senza una, spesso due esperienze post-doc (io stesso sono alla mia seconda) non si può diventare ricercatori indipendenti, anche se questo dell’indipendenza e’ un discorso quasi privo di significato in Italia. Ma questa corsa sempre piu’ in alto non e’ priva di conseguenze. Jacobs:

[...] la ricerca scientifica accademica e’ come una vetta verso cui ci sono due scelte: continuare ad arrampicarsi, nonostante le scarse possibilita’ di raggiungerla, o cadere. Piu’ in alto si arriva prima della caduta, piu’ dura sara’ la caduta.

Ricalco il pensiero di Jacobs: visto che in vetta ci arrivano in pochi, occorre ristrutturare il percorso dei post-doc perche’ non si creino eserciti di ex-ricercatori delusi e falliti, oltre ad una manciata di ricercatori eccellenti. E’ uno spreco pazzesco, perche’ le doti che si acquisiscono durante gli anni di formazione scientifica sono tante, ma solo una piccola frazione serve per valutare la produttivita’ dei giovani che desiderano compiere un percorso accademico. Secondo Jacobs occorre rivoluzionare il modo di finanziare i progetti post-doc, e conseguentemente gli stipendi, strutturandone il percorso in modo che i programmi post-doc debbano essere qualificanti anche fuori dall’Accademia. Inoltre, invece che lasciare che il percorso di un candidato post-doc sia determinato da cio’ che il suo capo aveva scritto nel progetto di ricerca che ha generato il finanziamento su cui il giovane e’ stipendiato, il candidato dovrebbe aver partecipato alla definizione del progetto, prevedendo spese per il laboratorio per i suoi esperimenti, magari lo stipendio di un tecnico di laboratorio che lo assista. Bella idea, visto che e’ quello che il post doc dovra’ poi fare quando sara’ indipendente e scrivera’ le sue proposte di progetto di ricerca, ma temo che questo renderebbe il candidato post-doc troppo indipendente per i gusti del suo capo, che non avrebbe tutti i torti a lamentarsi di non riuscire a trovare chi esegua il lavoro che lui (il capo) ha programmato. In Italia siamo lontanissimi da tutto questo, ma e’ bene farci gia’ una riflessione, visto che la nostra ricerca scientifica di base ambisce a somigliare a quella oltre confine.

1 Howy Jacobs, Postdockin’ in the free world. EMBO reports (2010) 11, 1. 10.1038/embor.2009.259

Commenta

  1. Già, di questa cosa che il dottorato è la “laurea di ieri” me ne sono accorta sulla mia pelle: infatti in certe università il dottorato-senza-borsa si paga come una laurea. Purtroppo ho dovuto rinunciare perchè vivendo per necessità con i miei genitori, dato che non ho uno stipendio fisso, sono ricaduta nella fascia più alta. Dimmi te: si può pagare più di 2000 euro l’anno per 3 anni per lavorare ad un progetto di ricerca, a 30 anni suonati? Direi che così è eccessivo! Per dirla come direbbe Jacobs, io sono già caduta, “per fortuna” non sono andata tanto in alto prima di cadere! Un saluto!

    Fra · 25 gennaio 2010, 10:46 · #

  2. Un esercito di ex-ricercatori delusi e falliti…
    io mi sento già così, da postdoc quadriennale…
    Ciao!

    maria grazia · 8 febbraio 2010, 18:24 · #

  3. Maria Grazia,
    credo che in Italia il concetto di post-doc abbia un senso ben diverso da quello che si intende nei paesi anglosassoni. Da loro e’ un periodo di formazione verso l’indipendenza. Da noi e’, spesso, un parcheggio per manovali. Senza nemmeno tanta malizia: la strada per l’indipendenza dei giovani ricercatori non e’ stata ancora lastricata. Credo che l’unica soluzione, a meno di non volere andare oltre confine, sia prenderne atto e fare del proprio meglio, che e’ l’unica cosa che ripaga. Scusa la banalita’ banalissima.
    In bocca al lupo!

    Massiblog · 9 febbraio 2010, 11:06 · #

  4. caro Massimo,
    crepi il lupo! La strada per l’indipendenza dei giovani ricercatori, come la chiami in maniera quasi suggestiva per il “belpaese”, è ardua e presenta vantaggi e svantaggi. Io ad esempio credo di avere una buona libertà/indipendenza sul mio lavoro, ma entro i pesanti limiti dettati dal fatto che come precari non abbiamo molte possibilità di richiedere/ricevere fondi per le ricerche che ci appassionano. Poi c‘è un altro discorso, i post-doc più indipendenti hanno dalla loro il vantaggio di “crescere” di più sotto molti aspetti, ma d’altra parte pubblicheranno molto probabilmente di meno e con più difficoltà rispetto ai post-doc “manovali” che si inseriscono su linee di ricerca già ben avviate e dove il loro tutore ha un nome diciamo…ben spendibile! Io vedo chiarissima questa differenza quando confronto i miei risultati con quelli di altri colleghi e conosco i perchè, ma poi alla fine, quando andiamo a fare un concorso, varranno di più i miei sforzi, le capacità che ho acquisito, o il numero delle loro pubblicazioni? E del resto, come è possibile attestare che i miei lavori sono “indipendenti” e gli altrui, a volte, meno?
    boh!
    Ciao,
    G

    maria grazia · 9 febbraio 2010, 13:22 · #

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Chi sono

Mi chiamo Massimo Pinto e sono ricercatore a contratto al Centro "Enrico Fermi" di Roma, ospite presso l'Istituto Superiore di Sanità. Mi occupo di effetti biologici delle basse dosi di radiazioni ionizzanti. email