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Donne e Ricerca: la storia di Susan Bailey
CarriereQualche tempo fa feci alcune considerazioni sul tema delle donne impegnate nella carriera Accademica, soffermandomi sulle loro maggiori difficoltà di progressione di carriera, rispetto a quelle degli uomini.
Uno tra i tanti fattori profondamente umilianti è che i salari delle donne siano mediamente inferiori a quelli degli uomini. Mentre volavo verso gli USA, dove mi trovo adesso, ho ascoltato dal mio lettore mp3 un interessante podcast prodotto da Nature Jobs, sulle donne ricercatrici e le interruzioni di carriera (per maternità, ma non solo), basato su una registazione al Source Event dello scorso anno. Anche quest’anno il Source Event si terrà a Londra il giorno 26 Settembre 2008.
In una parte del programma registrato, la direttrice di un gruppo di ricerca raccontava ai presenti in sala di una collega che all’inizio della sua pausa per maternità ha chiesto di poter ricevevere, settimanalmente, aggiornamenti su quanto sarebbe accaduto in laboratorio in sua assenza: come vanno gli esperimenti e che direzioni sta prendendo il gruppo che ha – termporaneamente – lasciato. In questo modo, al suo rientro in laboratorio, non si sarebbe trovata del tutto spaesata.
Questa storia mi ha riportato ad un bellissimo ricordo. Conosco una ricercatrice che è stata via dal laboratorio per ben oltre un anno, avendo avuto tre figli ai quali dedicarsi a tempo pieno. Questa ricercatrice, una volta rientrata in laboratorio, ha avuto una crescita formidabile, fino a diventare un ricercatore davvero brillante. Ho avuto il privilegio di poter intervistarla l’anno scorso a San Francisco, al meeting della Radiation Research Society, quando è stata insignita del Michael Fry Award, un notevole riconoscimento alla carriera di ricercatori non giovanissimi ma nemmeno anziani, con davanti a se’ ancora un paio di decadi di produttività. Dopo una lunga pausa di maternita’, Susan Bailey torno’ in laboratorio come tecnico di ricerca, ed intanto, part-time, studiava per conseguire il titolo di PhD seguendo un corso che riceveva, tramite posta, in videocassetta. Qualche anno dopo Susan Bailey è una bravissima ricercatrice, pluri-premiata e vincitrice di eccellenti finanziamenti che aveva richiesto, presentando dei progetti di ricerca basati sulle sue idee, ad Agenzie Statunitensi. Al suo rientro nella ricerca, Susan ebbe certamente la fortuna di poter lavorare al fianco di colleghi che non considerano la materntià come qualcosa di debilitante, alla stregua di una grave malattia, come suggeriva il contratto di lavoro di una mia cara amica Italiana. Gli Stati Uniti, su questo specifico tema e senza ambizioni di generalizzazioni, sono semplicemente un altro paese, dove veramente tutto può succedere. La chance che si è presentata a Susan ne è un esempio eccelso. Domandero’ ad Ester Ofila che cosa sarà accaduto alle donne ricercatrici Italiane tra qualche decennio.
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Chi sono
Mi chiamo Massimo Pinto e sono ricercatore a contratto al Centro "Enrico Fermi" di Roma, ospite presso l'Istituto Superiore di Sanità. Mi occupo di effetti biologici delle basse dosi di radiazioni ionizzanti. ![]()
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E’ nato un interessante dibattito su questi temi sul portale di Nature Network, in questo forum (in Inglese)
— Massiblog · 21 agosto 2008, 16:39 · #
Penso che Ester Ofila la racconterebbe più o meno così:
- Pensa che allora le donne che conseguivano il dottorato e iniziavano il postdoc, non potevano assolutamente permettersi di aspettare un figlio. Rimanevano incinta solo quelle che erano già molto ricche di famiglia o avevano un partner che le mantenesse. Le altre, costrette ad arrangiarsi fra affitto e beni di prima sopravvivenza con contratti da circa 1200 euro al mese, di durata sempre più breve, anche meno di 12 mesi, in genere aspettavano di diventare ricercatrici per rimanere incinta! –
Libero Mobile: – Beh, almeno i maschietti erano più fortunati…anche se prendevano un posto fisso a 40 anni erano sempre fertili..eh eh!-
E. O. – Infatti mia madre mi racconta che c’erano tante sue amiche che aspettavano, aspettavano…finchè poi magari si sono trovate che non sono riuscite nè ad avere un bambino, nè ad ottenere un posto, logore com’erano di aspettative deluse.-
L.M. – Mi sembra incredibile…magari hanno avuto solo paura, mentre in alcuni posti di lavoro le avrebbero anche aiutate. In fin dei conti quando una del nostro gruppo rimane incinta siamo tutti contenti: stando a casa riesce a scrivere tranquillamente degli articoli mentre noi l’aggiorniamo sulla ricerca!-
E.O.-Già, forse hanno avuto troppa paura…e credo non ci fosse molta solidarietà fra colleghe, in genere. Per fortuna oggi è tutto così diverso…
Mi sono lasciata prendere da una profonda e lunga iniezione di ottimismo…diciamo che mi piacerebbe che E.O. fosse fra 20 anni la bimba che ho in pancia!
Ciao,
M. Grazia
— Maria Grazia · 22 agosto 2008, 14:54 · #