Temi
Dismisure
MeritoUn collega un po’ piu’ maturo di me mi ha chiesto parere su una faccenda che lo riguarda in prima persona: ad un concorso interno, riservato a Primi Ricercatori (piu’ o meno equivalente dell’Accademico Professore Associato) che ambiscono a diventare Dirigenti di Ricerca (circa equivalente Accademico del Professore Ordinario), sono state adottate alcune metriche per quantificare la produzione scientifica dei candidati. Specificamente, il valore di ciascun manoscritto scientifico e’ stato pesato in funzione della rivista su cui questo e’ stato pubblicato. Trattasi, nella fattispecie, del famoso impact factor, su cui ho scritto a Novembre ed anche tempo addietro. L’impact factor e’ una zampata di Eugene Garfield che poi, pare, e’ rimasto poco colpito dal modo barbaro in cui, talvolta, e’ stata adoperata la sua invenzione.
Torno al mio collega. Furioso, perche’ alcuni suoi lavori sono stati giudicati 0.2 punti, altri 1 punto. La penalizzazione che ne e’ derivata gli e’ molto amara. Lui, come i colleghi che leggono queste due riviste, sa che il loro prestigio, ammesso che questo esista e sia misurabile, e’ sostanzialmente lo stesso. Si potrebbe argomentare che una delle due e’ appena piu’ letta (e citata) dell’altra, ma poca roba. Da dove sbuca allora il fatto che i manoscritti apparsi sulla prima sarebbero cinque volte meno validi di quelli apparsi sulla seconda? Il mio collega ha forse lavorato cinque volte meno o cinque volte peggio? Non credo che esista una spiegazione ragionevole (e’ il miglior parere che sono riuscito a dare) perche’ questo e’ l’ennesimo caso di malpratica nell’uso delle metriche ‘moderne’ nel giudizio di merito. Ci mancava solo che fossero disponibili degli indicatori quantitativi, ed il peggio sarebbe seguito. E come il caso sembra suggerire, queste ingiustizie si presentano sia sul cammino dei giovani sia su quello dei meno giovani.
Per quanto possano esser ritenute affascinanti da chi vuol fare del giudizio della ricerca una faccenda di contabilita’, le metriche come l’impact factor e lo h-index non potranno esser sostituite dal buon senso: il parere verbale degli esperti. Non e’ una mia idea: l’ha scritto David Colquhoun1 su Physiology News 2 anni fa e mi ha convinto.
1 D. Colquhoun, Physiology News, No. 69, Winter 2007
01 dic 2009Seal the Deal
No OilHo trascurato il blog nei giorni scorsi (ma in compenso ho montato alcune librerie ed un tavolo nuovo in casa). Sopratutto, avendo passato una parte significativa del mio tempo al lavoro sulla trascrittomica, percorrendo un passo avanti verso la conoscenza e tre indietro, come nel gioco dell’oca, mi devo limitare ad un paio di segnalazioni.
La prima segnalazione viene da Davide e’ la bella lettera di Pier Luigi Celli al figlio, pubblicata su Repubblica. Al momento in cui scrivo, i lettori che hanno commentato on line sono quasi 2000, raccolti in una selezione in un articolo separato.
La seconda segnalazione arriva da Piero e riguarda il (rischio di) flop annunciato a Copenhagen per il COP15 tra il 7 ed il 18 Dicembre prossimo, e la campagna globale delle Nazioni Unite Seal The Deal 2009 perche’ questo sia scongiurato. Chi lo desidera puo’ firmare la petizione online oppure offrirsi come volontario per la causa. Molto belle alcune delle azioni gia’ compiute e mostrate sul portale.

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03 nov 2009C'è qualcosa di buono nel disegno di riforma dell'Università
MeritoIl 28 Ottobre scorso il consiglio dei Ministri approvava il disegno di Legge sull’Universita’, e fioccavano sulla rete le manifestazioni di disprezzo, oltre che di protesta. Entro i limiti di cio’ che potevo permettermi, ho provato a vedere come i diversi quotidiani Italiani commentavano la notizia, confrontandola anche con quello che veniva riportato da gruppi indipendenti, per lo piu’ bloggers. Ne ho parlato con alcuni amici in Istituto e fuori dall’Istituto.
L’impressione che sono riuscito a farmene, cercando il piu’ possibile di metter da parte i pregiudizi politici, evidenti, di chi scriveva cio’ che leggevo (oltre che i miei) e’ che questo disegno di legge contiene degli elementi positivi, e che non sembra una dichiarazione di guerra al diritto di studio. Non sara’ forse tutta farina del sacco di chi l’ha preparato, ispirandosi da chi aveva gia’ cercato di occuparsi di queste cose nelle legislature precedenti, ma credo che questo sia un dato relativamente poco importante ai fini di chi desidera il miglioramento delle nostre Universita’. Magari sarebbe piu’ onesto dargli credito, ma, per adesso, passi pure questa leggerezza. E’ un disegno di legge, del resto, e c’e’ tempo ancora per lavorarci su, anche trasversalmente, se i nostri parlamentari si ricorderanno di essere pagati per agire negli interessi dei cittadini che rappresentano.
Vorrei anche cercare di mettere da parte il problema di come si fara’ a finanziare una simile trasformazione, perche’ questo e’ un problema economico, e non di principio. Ed ancora, voglio anche supporre che nel nostro Paese si possano seguire regole (leggi!) scritte. Ops, qui l’ho sparata ancora piu’ grossa.
1) Prospettive di stipendio in crescita. Fintanto che lo stipendio di ingresso di un ricercatore universitario sara’ fermo a 1,300 euro, saremo la ‘pazziella’ dell’Europa. Ascoltato tante volte dagli amici all’estero: “Non ne vale la pena”.
2) 3+3, poi tenure. Non molto diverso da quanto accade in molti altri paesi, purche’ ad accedere a cio’ che viene chiamato tenure-track non siano tutti i ricercatori, altrimenti non si fara’ altro che creare altri precari. Dovrebbero accedere al tenure-track solo coloro i quali hanno la maggiore probabilita di successo, che nel corso dei 3+3 anni sapranno dimostrare di sapere procurare finanziamenti extramurali, di confermarli all’esito del successo delle loro ricerche, qualita’ che avranno sviluppato negli anni successivi al dottorato di ricerca ed al termine dei quali potranno essere ammessi al tenure-track. Chi persegue la carriera accademica per la passione dell’insegnamento dovrebbe seguire un percorso diverso. Chi la persegue con le idee poco chiare, pure.
3) Coinvolgimento dei privati neli CdA Universitari. Non e’ difforme da quanto sta accadendo nei centri d’eccellenza europei in questa decade. Se cio’ avverra’ con un tetto massimo del 40%, non si capisce come potranno i privati ‘decidere tutto’, come titolavano alcuni giornali. Non e’ neppure immediato assumere che questa trasformazione determinera’ l’aumento delle tasse Universitarie, anche se e’ difficile immaginare che possano restare ancora cosi’ basse, sempre in confronto ai paesi che ci sono intorno. Del resto, tra i principi ispiratori del disegno di legge e’ riportato:
Al fine di rimuovere gli ostacoli all’istruzione universitaria per gli studenti meritevoli, anche se privi di mezzi, il Ministero programma e monitora specifici interventi per la concreta realizzazione del diritto allo studio e la valorizzazione del merito1.
Se si teme che i ceti meno abbienti avranno crescente difficolta’ a seguire un corso di studi superiore, si potra’ prendere spunto anche da quanto accade nei paesi dove le Universita’ sono molto piu’ care delle nostre e come si risolve, in quei paesi, il problema dell’accessibilita’ agli studi per le classi piu’ deboli. Quando ero a Londra, durante il PhD, arrivavano tanti studenti Lettoni, Lituani, Russi. Per loro le tasse Universitarie sarebbero costate molto di piu’ di quelle degli studenti Comunitari. Ma avevano delle borse di studio, le tasse Universitarie non le pagavano, e non c’era modo di indebitarsi. La selezione era avvenuta per merito. Oh, spesso le borse di studio venivano da fondazioni private.
Se ci vantiamo di avere un’Universita’ accessibile a tutti, dovremmo chiederci anche perche’ gli stranieri non vengono a studiare dalle nostre parti.
1 Si prevede anche un fondo per il merito, Articolo IV.
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23 set 2009Che gran bella notizia!
MeritoIn tempi di magra, una soluzione per risollevare il clima di sfiducia puo’ essere incrementare l’investimento nella ricerca scientifica. La bella notizia e’ che uno dei finanziamenti, statale e di durata due anni, se l’e’ aggiudicato uno straniero. Il ricercatore che l’ha vinto potra’ anche assumere, per due anni, tre persone seguendo modalita’ rapide e snelle, messe a punto proprio in questa condizione di emergenza economica.
Ah…quasi dimenticavo. Lo straniero si chiama Giovanni, ha 34 anni ed e’ di Cremona. Il programma si chiama economic stimulus. Il paese e’ gli USA.
Gran bel colpo, Giovanni!
Cervelli che non c'entrano più.
MeritoPoco più di un anno fa scrissi sul mio blog inglese Science in the Bel Paese alcune impressioni su quei cervelli che vogliono rientrare in Italia, ci riescono, magari conquistando posizioni rispettabili, ma che poi non ce la fanno più a restare e decidono di andarsene di nuovo, in barba a tutta la fatica che era gli costata rientrare in terra natìa. Queste storie mi sembravano suggerire che il vero obiettivo-sogno dei cervelli che rientrano non sia tanto il guadagno di una posizione stabile, per quanto sia rarissima, quanto la soddisfazione di poter trovare, in Italia, condizioni di lavoro simili a quelle che si lasciano nel paese in cui si era espatriati. Merito, spazio ai giovani, ascolto e critica spassionata delle loro idee evidentemente valgono di più di un posto di lavoro permanente, che può pure esser vissuta come una condanna permanente, se mancano le condizioni desiderate.
Leggo numerosi articoli su cervelli che non riescono a rientrare perché non trovano opportunità di lavoro stabile in Italia, articoli che raccontano di cervelli nostrani scappati all’estero perché qui non riuscivano a lavorare. Ci sono però anche degli Italiani che vanno via senza troppi dubbi e che vivono la loro dipartita in modo maturo, arrivando anche a posizioni di dirigenza.
Quella che segue è una breve intervista, non comune su questo blog, a Marco Durante, 43 enne, direttore del reparto di Biofisica del GSI di Darmstadt, in Germania. Marco è stato il mio primo mentore, nonché la persona che mi ha fatto conoscere l’esistenza della radiobiologia, quando avevo appena 19 anni, per cui taglio corto ed in quest’intervista gli do del tu.
=========
Post DOC. Marco, tu sei professore Associato all’Università di Napoli Federico II, non certo un precario della ricerca. Raccontaci che cosa ti ha spinto ad andare via dall’Italia. Ha senso definirti un cervello in fuga?
MD. Personalmente detesto questa definizione. In fuga da che? Quando un calciatore si muove dal Brasile verso l’Italia o l’Inghilterra non si dice “piedi in fuga”. Purtroppo, l’Italia è un po’ il “Brasile” della scienza, mentre USA, Inghilterra, Germania ecc. giocano il ruolo dell’Italia del calcio. Ci si sposta perché vengono offerte opportunità migliori, è molto semplice. I discorsi vittimistici non hanno senso.
Post DOC. Che cosa sbaglia l’Italia, nei confronti dei suoi ‘cervelli’ e come si può risolvere?
MD. Sono stati scritti ponderosi tomi sull’argomento da eminenti studiosi, e ogni governo non resiste alla tentazione di una “riforma globale” che in genere parte dalla scuola materna per arrivare al dottorato di ricerca. “Cambiare tutto per non cambiare nulla”, come nel Gattopardo. Chiunque abbia lavorato all’estero nota che le differenze sono chiare e semplici. Investire sui giovani, in primo luogo. Servono a poco i progetti per ricercatori con meno di 40 anni che ogni tanto vengono lanciati in Italia per combattere la gerontocrazia. Si trova qualche giovane disposto a comparire come responsabile, ed il gioco è fatto. E’ una questione di potere. Perfino in Giappone, che è considerato un paese con una forte gerarchia basata sull’età, a 65 anni si va in pensione, e si decade da tutte le cariche. In Germania, è del tutto normale che un quarantenne come me sia professore ordinario e diriga un dipartimento di un centro Helmholtz – in Italia ero considerato un ragazzino. Vi è poi il problema dell’eccellenza. In Italia si investe poco, è vero, ma in aggiunta i fondi devono raggiungere uan miriade di centri, università, istituti, ecc. Concentrare i fondi sugli istituti di eccellenza è la strada giusta. Anche qui si parla di “meritocrazia” e “valutazione”, ma è tempo perso se non vi è un sistema di controllo serio. Per esempio, i “concorsi” si fanno solo in Italia. Nel resto del mondo, i ricercatori sono assunti con un semlice colloquio, ed il Direttore se ne assume la responabilità. Se prendo persone preparate e produttive, avrò successo, se scelgo male, pagherò in prima persona. Questo in Italia non esiste.
Infine, il problema degli investimenti. In Italia gli investimenti dal
privato nella ricerca sono quasi assenti, e questo è dovuto alla
struttura dell’industria italiana – in genere piccola, e assai poco
propensa a rischiare, a crescere. Quelli pubblici scarsi, e questo è
anche un problema culturale. L’immagine della ricerca scientifica in Italia è quasi sempre negativa, al contrario di quello che avviene nel resto del mondo. Il politico non guadagna in popolarità investendo nella ricerca, tanto meno in quella di base, che è invece il motore del paese.
Post DOC. Il tuo consiglio a chi considera trascorrere qualche anno all’estero?
MD. Fatelo….

dalle pagine web del GSI
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Mi chiamo Massimo Pinto e sono ricercatore a contratto al Centro "Enrico Fermi" di Roma, ospite presso l'Istituto Superiore di Sanità. Mi occupo di effetti biologici delle basse dosi di radiazioni ionizzanti. ![]()
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