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Alzheimer, la proteina della speranza

La scoperta di una nuova proteina, battezzata nicastrina, segna un passo importante per la comprensione della malattia di Alzheimer e accende una speranza per la messa a punto di una terapia contro il terribile morbo degenerativo che in Italia colpisce il 5 per cento della popolazione oltre i 65 anni. La ricerca, pubblicata su Nature, è stata condotta da un team internazionale di ricercatori, tra cui Sandro Sobri, docente di Riabilitazione neurologica all’Università di Firenze, e il canadese Peter St. George-Hyslop, dell’Università di Toronto. La nicastrina sembra essere l’anello mancante che permette di chiarire uno degli aspetti caratteristici dell’Alzheimer, cioè l’accumulo eccessivo delle cosiddette placche senili nel cervello.

“Queste placche”, spiega Sobri, “sono formate da porzioni di molecole, che sono il risultato del taglio di una proteina, chiamata precursore dell’amiloide (App), per opera di un’altra proteina, la presenilina, che avevamo già scoperto nel 1995. Di solito, tutte le proteine – compresa l’App – vengono metabolizzate, vengono cioè continuamente sostituite: l’organismo ne crea di nuove, e si disfa delle vecchie dopo averle ridotte a pezzettini per facilitarne l’eliminazione. Nei malati di Alzheimer questo meccanismo di eliminazione è difettoso: le porzioni delle proteine da eliminare rimangono più lunghi, non sono solubili e finiscono per accumularsi, formando le fatidiche placche senili”.

Alcuni studi successivi alla scoperta della presenilina avevano già rivelato ai ricercatori come, nelle forme di Alzheimer con mutazioni della presenilina per cause genetiche, il taglio della App non avvenisse correttamente. “L’intero procedimento, tuttavia, non era ancora ben chiaro”, continua Sobri. “I dati a nostra disposizione ci suggerivano l’esistenza di una terza proteina, che in qualche modo doveva agire insieme alla presenilina nel metabolizzare la App. E ora l’abbiamo trovata”. Piuttosto curiosa è anche l’origine del nome scelto dai ricercatori per battezzare la nuova molecola. Molti dei dati sono stati infatti raccolti studiando una famiglia originaria di Nicastro, in Calabria, in cui la malattia di Alzheimer si è manifestata in ben sette generazioni nell’arco degli ultimi due secoli. Le ricerche effettuate su questa famiglia sono state di importanza fondamentale per la decifrazione delle caratteristiche genetiche della malattia.

Rimane invece da scoprire in che modo le due proteine interagiscono insieme. “Probabilmente la nicastrina posiziona la App in modo che la presenilina possa tagliarla nel punto giusto”, spiega Sorbi, “ma questa è ancora un’ipotesi, su cui stiamo lavorando. Sappiamo invece per certo che sia la presenilina che la nicastrina sono effettivamente coinvolte nell’evitare che si formi la malattia di Alzheimer: solo quando le due proteine interagiscono male ha inizio il disordine degenerativo del cervello. Ciò significa che ora abbiamo finalmente dei bersagli da colpire, per arrivare a confezionare farmaci e terapie che combattano la malattia”. Sembra dunque accendersi una speranza per chi è affetto da una malattia per cui a tutt’oggi non esiste alcun rimedio. “Negli ultimi anni abbiamo compiuto progressi e scoperte davvero notevoli”, conclude Sorbi, “fino a pochi anni fa non si conosceva nemmeno un gene dell’Alzheimer. Ora conosciamo non solo i geni, ma anche le loro mutazioni, e stiamo cominciando a comprendere la patogenesi, cioè la complessa sequenza di meccanismi per cui si manifesta la malattia”.