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No allo studente flessibile

Il movimento studentesco universitario è ancora alla ribalta. Dalla seconda metà di marzo a Roma, gli studenti hanno occupato le Presidenze delle Facoltà di Lettere, Psicologia, Scienze Politiche, Sociologia e infine del Rettorato de “La Sapienza”. E l’esempio è stato seguito poi dagli studenti dell’Università di Bologna. Scopo: richiamare l’attenzione su una riforma che rischia di essere subita silenziosamente dagli studenti e di rimanere lontana da un dibattito che coinvolga anche i non addetti ai lavori. La riforma universitaria, istituita tramite lo “Schema di regolamento in materia di autonomia didattica degli atenei” firmato dal Ministro Ortensio Zecchino il 3 novembre 1999, è solo l’ultimo tassello di un progetto che ha come scopo la ristrutturazione totale del sistema dell’istruzione italiana (parallelamente alla Riforma Zecchino infatti si sta avviando anche un processo di riordinamento dei cicli scolastici). Gli studenti contestano la divisione del corso di laurea, l’attuazione della formazione continua e il sistema dei crediti. Galileo ha chiesto a Ottavia Nicolini, rappresentante degli studenti al Consiglio di corso di laurea di Filosofia dell’Università La Sapienza di Roma di spiegare nei dettagli il dissenso studentesco.

“L’intero sistema della formazione, dalla scuola all’università, è oggi preso di mira dalla politica. Ma perché questo interessamento all’istruzione e alla formazione? Per rispondere a questa domanda bisogna inserire le istituzioni della formazione all’interno di un quadro di modificazione dei rapporti di produzione, situare le università e le scuole nell’orizzonte del cosiddetto modo di produzione postfordista. In Occidente, la new economy sembra essere una modalità di produzione sempre più ampia, un inarrestabile fenomeno che travolge istituzioni, diritti e stili di vita fissati precedentemente. La sua parola d’ordine è flessibilità: il lavoro precario, l’impossibilità di un posto fisso, l’incertezza caratterizzano fortemente l’immaginario dei lavoratori del futuro. Ma questo non basta per mandare avanti l’edificio della produzione altamente specializzato e dipendente dall’uso dei nuovo strumenti informatici, del lavoro high-tech tout court. E’ la conoscenza, l’uso dei saperi, l’aggiornamento continuo l’altra faccia della flessibilità. Il nuovo lavoratore oramai ha bisogno di conoscenze sempre più raffinate, non solo riguardanti un campo altamente specialistico, ma anche capaci di essere generali, spendibili in più campi. Conoscenza specialistica ma nello stesso tempo acquisizione di capacità relazionali e linguistiche tali da assicurare la produzione dell’immateriale (produzione di servizi piuttosto che di beni materiali).

Se questi sono oggi i dettami dell’economia, diventa evidente che la formazione assurge a ruolo chiave, strategico, all’interno della produzione. Ecco perché la ristrutturazione del sistema universitario diventa un qualcosa di imprescindibile se si vuole rimanere all’interno di questo modo di produzione. La divisione, prevista dalla Riforma Zecchino, del corso di laurea in un primo livello di base (laurea triennale) e in un biennio successivo (laurea specialistica), conferma questa tendenza. Dalla laurea di primo livello usciranno lavoratori con competenze generali che costituiranno la base del nuovo precariato intellettuale. Mentre coloro che avranno la possibilità di accedere alle lauree di secondo livello (biennio di specializzazione) potranno aspirare a posti di lavoro maggiormente retribuiti poiché dotati di un maggiore potere contrattuale derivatogli dalla acquisizione di maggiori competenze. Tutto questo inoltre va inquadrato in uno scenario che prevede un progressivo aggiornamento attraverso un continuo entrare e uscire dalle istituzioni della formazione. La formazione continua è infatti un altro tema sotteso dalla riforma universitaria. Attraverso il sistema dei crediti, che stabilisce un’unità di misura del lavoro di apprendimento (un credito è l’equivalente di 25 ore), lo Stato cerca di mantenere un controllo, attraverso una sottile forma di omologazione anche sui saperi non provenienti direttamente dall’istituzione pubblica. Se lo Stato non può più essere il contenitore della verità dei saperi, cerca comunque di esserne il garante attraverso la costituzione di un’unità di misura applicabile ad attività extrauniversitarie. Così il tempo della formazione diventa onnicomprensivo, capace di assorbire ogni stimolo esterno e di convivere indissolubilmente con il tempo di vita.

Tempo di vita, tempo di lavoro, tempo di formazione sembrano ridursi a un unico fattore, sciogliendosi e contaminandosi l’uno con l’altro. La protesta degli studenti ha ben chiaro questo ultimo punto da cui deriva l’inevitabile necessità di istituire delle connessioni tra Stato, università e mondo del lavoro. Il punto di conflitto è allora spostato sulle modalità di applicazione di questa riforma e sulle istanze liberatorie o di discriminazione, selezione e oppressione che si vengono a creare. Quattro sono i punti controversi:

1. La divisione in due livelli della laurea attraverso un triennio e un biennio specialistico così come prevista dalla Riforma, sembra mantenere un forte e dichiarato carattere selettivo attraverso l’istituzione del numero chiuso delle lauree specialistiche. Inoltre appare ancora poco chiaro se è già previsto all’interno del triennio di base una immatura e preventiva specializzazione (in completa antitesi con l’idea di possedere alcune competenze generali spendibili in più campi).
2. L’istituzione della frequenza obbligatoria, interna al concetto di credito che prevede, oltre lo studio a casa, la partecipazione alle lezioni, porterebbe inevitabilmente alla discriminazione tra uno studente a tempo pieno, full time, e uno studente lavoratore, part time.
3. L’autonomia didattica, invece di essere uno strumento volto a stimolare i reali desideri e bisogni degli studenti attraverso la possibilità di una concreta personalizzazione dei piani di studio e dello sviluppo di progetti autogestiti da parte degli studenti, rischia di essere strumento esclusivo delle industrie locali e nazionali. L’autonomia didattica verrebbe così completamente asservita all’autonomia finanziaria, perdendo la sua fondamentale istanza liberatoria
4. Se è reale l’esigenza di una formazione continua e di un aggiornamento continuo ancora non si capisce bene chi dovrà sopportare i costi di tutto questo. L’aumento delle tasse del 70 per cento per la prima fascia, previsto dall’Università “La Sapienza” di Roma, sembra ben delineare come andranno le cose. All’idea di una formazione continua a carico degli utenti si può rispondere appellandosi al Diritto alla formazione continua, stabilito dalla Carta dei diritti europei all’articolo 14 comma 1.

Il movimento studentesco di questi giorni, non dimenticando la necessità di una riforma universitaria, cerca di non subirne passivamente l’applicazione e lotta affinché l’Università possa continuare a essere quel luogo di produzione dei saperi libero da interessi imprenditoriali e attento al formarsi delle spirito critico dei futuri cittadini e cittadine del mondo”.