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Controdine: il buco dell’ozono si allarga

In un primo tempo la situazione dell’Antartide non sembrava preoccupare eccessivamente i ricercatori. “I dati raccolti fino ad ora non indicano alcuna nuova tendenza rispetto a quella degli anni scorsi”, aveva affermato nel corso della conferenza stampa d’apertura del simposio Sherwood Rowland, premio Nobel per la chimica del 1995 per i suoi studi sull’ozono. I rilevamenti sembravano cadere entro i margini di oscillazione previsti dai modelli teorici. Tutto secondo le previsioni, insomma. Poi, la doccia fredda. Proprio il giorno di apertura del simposio, infatti, è arrivata una breve nota pubblicata dalla rivista Nature , con le prime analisi dei dati di quest’anno. Come se non bastasse, nel corso dei lavori, i nuovi bollettini del Wmo in arrivo dalle regioni australi hanno destato l’attenzione dei ricercatori. E lo scenario è rapidamente cambiato. Ancora tutto secondo le previsioni? Alla luce delle ultime notizie, no. “A destare preoccupazione – spiega Guido Visconti, fisico dell’atmosfera dell’Università dell’Aquila e tra i massimi esperti del settore in Italia – è soprattutto il fatto che questi livelli di erosione, circa il 35% del normale spessore dello strato, si presentino con tanto anticipo rispetto agli anni passati”.

“Di solito lo strato di ozono tocca il suo minimo a novembre”, continua Visconti. Quest’anno, invece, è arrivata la sorpresa: il buco ha raggiunto valori massimi già in settembre. Perché? “L’anomalia di quest’anno si può spiegare in parte con le temperature particolarmente basse registrate quest’anno in quelle zone. Sono queste, infatti, a favorire la distruzione dello strato protettivo”. La notevole estensione del buco potrebbe invece essere attribuita al particolare orientamento assunto in questa stagione dal cosiddetto vortice antartico, l’”imbuto”formato dalle correnti atmosferiche in cui si concentrano i gas che danneggiano l’ozono.

Nemico principale dell’ozono è infatti il cloro contenuto nei cloro-fluoro-carburi, i cosiddetti Cfc, quei gas artificiali impiegati soprattutto negli impianti di refrigerazione e come propellente nelle bombolette spray. Bastano piccolissime quantità di cloro per provocare gravi danni allo strato di ozono. Ciò avviene in particolare nell’emisfero australe, dove le correnti atmosferiche, più stabili e regolari di quelle dell’emisfero nord, concentrano i Cfc nella regione antartica.

L’impiego dei Cfc nei paesi industrializzati è stato definitivamente bandito da una serie di accordi internazionali, l’ultimo dei quali ratificato a Copenaghen nel 1992. Ma ammesso che non vi siano nuove immissioni da parte dei paesi in via di sviluppo, in particolare dalla Cina, i benefici non si vedranno prima di 60 o 70 anni. “I Cfc hanno una vita media dell’ordine dei 100 anni”, spiega Paul Crutzen, vincitore del Nobel assieme a Rowland “e quelli già presenti nell’atmosfera continueranno ad agire ancora per parecchi decenni”.

Se, come sostengono gli esperti, il bando dei Cfc costituisce il passo principale, molto resta comunque da fare. “Il fatto più importante rispetto al passato”, conclude Visconti, ”è che oggi abbiamo una quantità di dati notevole su cui lavorare. I satelliti lanciati negli ultimi anni e una serie di campagne di monitoraggio ad hoc hanno fornito una mole di materiale che ci aiuterà a comprendere a fondo la chimica dell’ozono e i meccanismi che lo possono danneggiare”.